L’eterna agonia di Cristo

Guido Reni, La strage degli innocentiDieu est l’éternel enfant, l’homme l’éternel infanticide. Le massacre des innocents s’accomplit chaque jour au fond de nos âmes. Le Christ ne s’arrête jamais de naître et de mourir: son éternelle naissance est une éternelle agonie.

Dio è l’eterno fanciullo, l’uomo l’eterno infanticida. Il massacro degli innocenti si compie ogni giorno nel fondo delle nostre anime. Il Cristo non cessa mai di nascere e di morire: la sua eterna nascita è una eterna agonia.

(Gustave Thibon, L’ignorance étoilée, Fayard, Paris 1974, p. 189)

La sana stravaganza della divina misericordia

papa-bambinoDio è gioioso. Interessante questo: Dio è gioioso! E qual è la gioia di Dio? La gioia di Dio è perdonare, la gioia di Dio è perdonare! E’ la gioia di un pastore che ritrova la sua pecorella; la gioia di una donna che ritrova la sua moneta; è la gioia di un padre che riaccoglie a casa il figlio che si era perduto, era come morto ed è tornato in vita, è tornato a casa. Qui c’è tutto il Vangelo! Qui! Qui c’è tutto il Vangelo, c’è tutto il Cristianesimo! Ma guardate che non è sentimento, non è “buonismo”! Al contrario, la misericordia è la vera forza che può salvare l’uomo e il mondo dal “cancro” che è il peccato, il male morale, il male spirituale. Solo l’amore riempie i vuoti, le voragini negative che il male apre nel cuore e nella storia. Solo l’amore può fare questo, e questa è la gioia di Dio!
Gesù è tutto misericordia, Gesù è tutto amore: è Dio fatto uomo. Ognuno di noi, ognuno di noi, è quella pecora smarrita, quella moneta perduta; ognuno di noi è quel figlio che ha sciupato la propria libertà seguendo idoli falsi, miraggi di felicità, e ha perso tutto. Ma Dio non ci dimentica, il Padre non ci abbandona mai. E’ un padre paziente, ci aspetta sempre! Rispetta la nostra libertà, ma rimane sempre fedele. E quando ritorniamo a Lui, ci accoglie come figli, nella sua casa, perché non smette mai, neppure per un momento, di aspettarci, con amore. E il suo cuore è in festa per ogni figlio che ritorna. E’ in festa perché è gioia. Dio ha questa gioia, quando uno di noi peccatore va da Lui e chiede il suo perdono.

(Papa Francesco, Angelus, 15 settembre 2013) Continua a leggere

Cantus sponsae

offrandedusoirLa chair est pure lorsqu’elle dit: j’ai soif; elle ment quand elle crie: je t’aime!
Ah! cette chair lasse et irritée, ce n’est pas sa pesanteur qui nous menace le plus, ce sont ses rêves ailés.
Ce ne sont pas ses limites, mais sa révolte contre ses limites,
Ce goût du nouveau mêlé à ce refus de monter,
Ces jeux impurs, cette singerie de l’amour!
— La terre est épaisse et lourde, mais elle est au-dessous de nous, et elle nous porte. Ce sont les légères, les vaines et souples nuées qui nous écrasent.
Bénissez, Seigneur, notre pauvreté, mais délivrez-nous du mensogne!

La carne è pura quando dice: ho sete; mente quando grida: ti amo!
Ah! questa carne stanca e irritata, non è la sua pesantezza che più ci minaccia, sono i suoi sogni alati.
Non i suoi limiti, ma la rivolta contro i suoi limiti,
Questo gusto del nuovo mischiato a questo rifiuto di ascendere,
Questi giochi impuri, questa smorfia dell’amore!
— La terra è grezza e pesante, ma è sotto di noi, a reggerci. A schiacciarci sono le leggere, le vane e agili nubi.
Benedite, Signore, la nostra povertà, ma liberateci dalla menzogna!

(Gustave Thibon, Offrande du soir, Lardanchet, Paris 1946, p. 31)

In lei, il sole di Dio non fa ombra

tiziano_assunzione«In lei, il sole di Dio non fa ombra», dice Bérulle parlando della Vergine. Ci sono due specie di grandezza per l’uomo: l’una consiste nel lasciar passare Dio, l’altra nel respingerlo. Grandezza di trasparenza e grandezza di opacità. Bisogna sempre chiedersi, di fronte a un essere eccezionale, se la sua superiorità procede dalla luce che trasmette o dall’ombra che proietta. Ai due estremi, Maria e Satana. Le altre grandezze sono una mescolanza, dalle proporzioni variabili, dell’una e dell’altra.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, trad. it. SEI, Torino 1971, p. 136)

Spirito farisaico e sincerità

IL FARISEO E IL PUBBLICANOSincerità e lucidità — «Ti amo» dice quell’uomo a quella donna. «Sarà sincero?», si domanda lei, ingenuamente. Anche se è sincero, il vero problema sta nel sapere se vede chiaro in sé stesso. Poiché si può esser sinceri senza essere veridici: sinceri con gli altri e bugiardi con sé stessi. L’anima popolata di miraggi crede ai miraggi. La sincerità ha valore soltanto se unita ad una profonda conoscenza di sé stessi. Che cosa mi importa che tu non sia bugiardo, se non sei anche privo di illusioni? La promesse più fallaci, i giuramenti più insensati vengono pronunciati quasi sempre con sincerità. In tutti i campi, la bugia cosciente e calcolata è forse meno nociva, quaggiù, della sincerità incosciente. Un Talleyrand rappresenta un tipo umano più sano e meno malefico di un Rousseau.

(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, Brescia 1949, p. 141) Continua a leggere

La vittima e il complice

francescolampedusa«Adamo, dove sei?»: è la prima domanda che Dio rivolge all’uomo dopo il peccato. «Dove sei Adamo?». E Adamo è un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione  perché crede di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio. E  l’armonia si rompe, l’uomo sbaglia e questo si ripete anche nella relazione con  l’altro che non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che  disturba la mia vita, il mio benessere. E Dio pone la seconda domanda: «Caino,  dov’è tuo fratello?». Il sogno di essere potente, di essere grande come Dio,  anzi di essere Dio, porta ad una catena di sbagli che è catena di morte, porta a  versare il sangue del fratello!
Queste due domande di Dio risuonano anche oggi, con tutta la loro forza! Tanti  di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo  in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e  non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo  disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella  a cui abbiamo assistito.

(Omelia del Santo Padre Francesco presso il Campo sportivo “Arena” in Località Salina, 8 luglio 2013)

Il peccato è azione, il dolore è passione. Il peccato è generato interamente dal nostro intimo (altro del resto non creiamo), mentre il dolore ci colpisce dall’esterno. Il dolore è l’urto di rimbalzo del male che proiettiamo nel mondo. Due locuzioni popolari esprimono, in modo perfetto, la natura attiva del peccato e quella passiva della sofferenza. Se diciamo di qualcuno: ne ha fatte, alludiamo sempre a cattive azioni, ma se diciamo: ne ha viste, allora si tratta, senza equivoci, di sofferenze, di patimenti.

(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, Brescia 1949, p. 50)

La vittima ed il complice. — Di tutto il male che si compie nel mondo, noi siamo, più o meno direttamente ed in spirito, se non di fatto, o complici o vittime. Ed è per questo che non possiamo, non dobbiamo giudicare, perché in quanto complici siamo troppo indulgenti, ed in quanto vittime troppo severi. Più ancora: di tutto questo male, non siamo mai puramente complici o puramente vittime, ma sempre ad un tempo e l’uno e l’altro. Una solidarietà misteriosa lega tra di loro quegli esseri indissolubilmente sofferenti e peccatori che siamo noi. Anche nel male che commettiamo, siamo in parte vittime; anche nel male che subiamo, siamo in parte complici. La vittima non è mai del tutto innocente del delitto del colpevole; il colpevole non è mai completamente estraneo alla sventura della vittima.
Esiste un essere che sia puramente colpevole? Non lo credo: bisognerebbe che il male fosse una sostanza, un assoluto, una seconda «causa prima», come nel manicheismo. Ma c’è un essere che è puramente vittima: il Cristo. Lui solo può giudicare — e perdona. Il suo perdono è infinito, come la sua sofferenza. La vittima totalmente innocente non si vendica, e pur tuttavia è lei ad essere più dilaniata dal male, perché, non potendo condividere il peccato, attira di se tutte le conseguenze. Sia che si manifesti all’esterno (crudeltà di ritorsione, giustizia penale) sia all’interno (risentimento, orgoglio, disprezzo, ideali compensatori), la vendetta implica sempre una partecipazione al peccato: essa costruisce con il male uno sbarramento contro l’avversità. E che questo sbarramento si chiami spesso, quaggiù, «giustizia» o «virtù», non cambia proprio niente alla sostanza delle cose.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, pp. 203-204)

La verità orgogliosa non può dare niente

Sofferenze dell’Apostolo — Non voglio conquistarti. Non voglio che tu sia del mio parere; voglio soltanto darti questa verità indipendente da me come la luce del giorno; vorrei che anche tu vedessi il sole! È colpa mia se la Verità è anche la mia verità? Non credi che ne soffra abbastanza? Vorrei poterla donare senza toccarla, senza che nulla di me la contaminasse. Accettala; non guardare le mani che te la offrono. Ho vergogna che Dio debba servirsi di me…

(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, Brescia 1949, p. 121)

Più una verità è profonda, necessaria e redentrice, più essa deve perdere, espandendosi, la sufficienza e la indiscrezione dell’ebbrezza conquistatrice. La verità orgogliosa non può dare niente. I doni supremi devono essere offerti con mani supplichevoli.
Sii umile come un mendicante, tu che porti Dio agli uomini. E quando il tuo Dio è accettato, non dimenticare mai che sei tu che ricevi.

ARTE DI PERSUADERE — Scendi in lizza carico di potenti argomenti. Ma non vedi che il tuo avversario attende da te prima un bacio. Prima di provargli che hai ragione, provagli che lo ami. Dopo il bacio, i tuoi argomenti più poveri saranno irrefutabili.

(Gustave Thibon, La scala di Giacobbe, AVE, Roma 1947, p. 93)

Feriti nel nostro niente (le peggiori ferite sono quelle che scoprono il vuoto interiore), siamo facilmente tentati di fare della verità cattolica, che conosciamo così bene e viviamo cosi male, uno scudo contro ogni nimprovero e ogni esempio venuto da fuori. E poi ci attacchiamo a quella misura di protezione molto personale che ci garantisce un buon sonno nella mediocrità: la lusinghiera etichetta di “fedelta alla Chiesa”. «Quando diciamo: noialtri cattolici — scrive Gabriel Marcel — gia non siamo più cattolici». E monsignor Journet ci ricorda opportunamente che la frontiera della Chiesa invisibile passa dentro ciascuno dei nostri cuori. Poiché apparteniamo alla Chiesa visibile, lavoriamo per purificare la nostra fede e il nostro amore, in modo da far coincidere in noi le due frontiere, piuttosto che condannare gli altri in nome della nostra appartenenza nominale all’organismo sacro che tradiamo con il nostro orgoglio.

(Gustave Thibon, Le mie impressioni su Simone Weil, in J-M. Perrin, G. Thibon, Simone Weil come l’abbiamo conosciuta, tr. it., Ancora, Milano 2000, pp. 168-169)

Inesausta densità

di Gustave Thibon

Motivo della nostra severità nei confronti del prossimo e della nostra indulgenza verso noi stessi: noi non ci identifichiamo mai con i nostri atti bassi o mediocri; sappiamo (o supponiamo) che c’è in noi una densità, una profondità, una sostanza che i nostri atti non esauriscono e che può sempre produrre atti migliori. Nel prossimo, invece, non percepiamo che gli atti, e, quando questi atti ci urtano o ci deludono, siamo istintivamente tentati di confonderli con la persona, di immaginarci per esempio che l’invidioso non è che invidia, il vizioso che vizio, il mediocre che mediocrità. Sappiamo che i nostri atti non sono che accidenti; degli atti del prossimo, facciamo volentieri sostanze.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, pp. 205-206)

I consolatori insopportabili di Giobbe

Ci sono delle ore disperate in cui l’individuo sente la sua sofferenza più vera di tutti i prìncipi della ragione, di tutti i comandamenti della morale. Allora non può consentire a queste leggi cieche che lo distruggono, che se egli intuisce attraverso queste leggi, un occhio pieno d’amore che lo guarda; egli non può credere a quest’ordine universale straniero alla sua sofferenza, altro che se egli adora attraverso quest’ordine, un Essere che ha creato e che ascolta e che divide la sua irreducibile solitudine. Tutti i professori della morale pubblica, gli diventano, come a Giobbe, dei consolatori insopportabili.
Per credere nella legge, bisogna che egli senta, sotto la legge, il giudice; per credere al giudice bisogna che egli senta, sotto il giudice, il padre. Altrimenti ogni ragione ed ogni etica s’infrangono di fronte all’esistenza dell’io che sanguina. Ogni uomo è Narciso: per preferire l’Altro, bisogna che egli trovi nell’Altro il suo io più profondo.

(Gustave Thibon, La scala di Giacobbe, trad. it., AVE, Roma 1947, p. 82)

Lacrime e menzogne: Pietro e Giuda

Cari fratelli e sorelle!

Nelle scorse domeniche abbiamo meditato il discorso sul «pane della vita», che Gesù pronunciò nella sinagoga di Cafarnao dopo aver sfamato migliaia di persone con cinque pani e due pesci. Oggi, il Vangelo presenta la reazione dei discepoli a quel discorso, una reazione che fu Cristo stesso, consapevolmente, a provocare. Anzitutto, l’evangelista Giovanni – che era presente insieme agli altri Apostoli – riferisce che «da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui» (Gv 6,66). Perché? Perché non credettero alle parole di Gesù che diceva: Io sono il pane vivo disceso dal cielo, chi mangia la mia carne e beve il mio sangue vivrà in eterno (cfr Gv 6,51.54); veramente parole in questo momento difficilmente accettabili, comprensibili. Questa rivelazione – come ho detto – rimaneva per loro incomprensibile, perché la intendevano in senso materiale, mentre in quelle parole era preannunciato il mistero pasquale di Gesù, in cui Egli avrebbe donato se stesso per la salvezza del mondo: la nuova presenza nella Sacra Eucaristia. Continua a leggere

Divina povertà

Nell’ordine dell’avere, si vedono poveri importuni assediare ricchi indifferenti. Nell’ordine dell’Essere, il rapporto è sovvertito: il ricco importuno mèndica presso poveri indifferenti. Per questo Dio è ad un tempo il più ricco ed il più povero degli esseri.

 ***

I sacrifici parziali non significano niente. Quand’anche avessimo donato tutti i tesori dell’Universo, se ci resta un soldo, il nostro dono è vano. È l’ultimo soldo che compera Dio…

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, p. 20)

La viltà dei forti

I deboli pregano, per vivere hanno bisogno di pregare. I forti che non pregano li accusano di vigliaccheria. Ma sono più vili coloro a cui Dio ha fatto credito e che approfittano della riserva loro affidata per isolarsi nel loro orgoglio e ingiuriare Dio. Chi, avendo ricevuto in anticipo i doni della forza e dell’equilibrio e non avendo bisogno di mendicare ogni giorno il pane dell’anima, abusa, senza vergogna, dei doni offerti senza pentimento, dei doni più nobili, ritorce questi doni contro il donatore e attinge alla sua stessa generosità la vile forza della ingratitudine e dell’oblio. L’orgoglio, superficialmente, può anche apparire grandezza e nobiltà; in verità non v’è peggior bassezza dell’orgoglio, perché non v’è peggior ingratitudine. L’uomo più vile è colui che trascura di ringraziare Dio, perché sente che Dio non si pentirà della sua bontà. L’anima nobile prega, e più Dio gli ha concesso la sicurezza e l’autonomia terrestre, tanto più la sua nobiltà si fa umile e sottomessa a Dio; meno la necessità la spinge a pregare, e più la sua fedeltà vuol pregare.

(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, Brescia 1949, p. 52)

Banalità del male

Bassezza e profondità — Di fronte al vizio, alla crudeltà, al male in genere, si prova talvolta un’impressione di abisso, di «mysterium tremendum». Ma questo abisso non è nel male, è nel bene rifiutato. Niente è più banale del male: è soprattutto a furia di stoltezza e di ristrettezza che il vizio diventa ripugnante. L’inferno è un paese piatto. A dispetto di tutti i romanticismi, la bassezza non s’identifica mai con la profondità.

(G. Thibon, La scala di Giacobbe, Roma, AVE 1947, pp. 75-76)

La vera pietà

La pietà verso il malato esige che non si abbia nessuna pietà per la malattia che lo uccide. Come si può amare l’ordine senza odiare il caos? Così la tenerezza conduce al rigore: si costruiscono bastioni per preservare la cattedrale e tutti i focolari raggruppati attorno ad essa.
Amare in verità, non è intenerirsi su se stessi attraverso gli altri, come il borghese che, secondo Bernanos, unisce «il cuore duro alle budella sensibili». È voler salvare e saper difendere ciò che si ama.

(Gustave Thibon, Préface à Hélène Maurras, Souvenirs des prisons de Charles Maurras, Édit. du Fuseau, 1965; Charles Maurras, trad. it. di I. De Giorgi in «Certamen», n. 16, ottobre 2002-marzo 2003, pp. 124-125)

Dio non ha creato che unendo

La creazione, nella sua infinita varietà, costituisce un insieme armonioso, le cui parti sono legate fra loro e vivono le une in funzione delle altre. Dall’atomo all’angelo, dalla coesione delle molecole alla comunione dei santi, niente esiste da solo né per se stesso.

Dio non ha creato che unendo. Il dramma dell’uomo è quello di separare. Egli si separa da Dio con l’irreligiosità, dai suoi fratelli con l’indifferenza, l’odio e la guerra, si separa infine dalla sua anima con la ricerca dei beni apparenti e caduchi. E quest’essere, separato da tutto, proietta sull’universo il riflesso della sua divisione interiore; egli separa tutto intorno a sé; porta le sue mani sacrileghe sulle più umili vestigia dell’unità divina; sbriciola tutto fin dentro le viscere della materia. L’uomo atomizzato e la bomba atomica rispondono l’uno all’altra.

La metafisica della separazione è la metafisica stessa del peccato. Ma poiché l’uomo non può vivere senza un simulacro d’unità, queste sue parti, disgiunte ed uccise dal peccato, si ricongiungono, in quanto morte, non più come gli organi d’un medesimo corpo, ma come i granelli di sabbia dello stesso deserto.

La separazione porta con sé la confusione, la rottura, l’uniformità. Non esistono più artigiani liberi ed originali, ma una «massa» di proletari; non ci sono più coppie che si amano di un amore unico, ma una bellezza standard ed una sessualità meccanicizzata.

Non c’è possibilità di salvezza che nel ritorno all’unità nella diversità [...]. Il nostro solo scopo, pubblicando queste pagine, è quello di aiutare qualche anima di buona volontà a non separare quel che Iddio ha unito. Per questo  è necessario innanzitutto comprendere che, nell’ordine più temporale, non c’è pienezza umana possibile, di cui Iddio non sia il centro e l’anima.

(Gustave Thibon, Quel che Dio ha unito. Saggio sull’amore, tr. it., Società Editrice Siciliana, Mazara del Vallo [Trapani] 1947, V-VII)

Medice, cura te ipsum

Discendi dalla tua croce e crederemo in te. Questo grido dei farisei ricade su tutti i latori di eterni messaggi e di doni sacri. — Discendi dalla tua croce! Separati dalla tua debolezza! Fa’ brillare il tuo prestigio! Come potremmo credere nei tuoi doni, vedendoti così povero? — Medice, cura te ipsum, è l’eterno grido dei farisei e la prova della loro eterna miscredenza del dramma di quelli che, nati per dare a tutti, non possono niente per se stessi.

(Gustave Thibon, La scala di Giacobbe, AVE, Roma 1971, p. 89)

Cavalleria e suprema debolezza

La verità è che la tradizione cristiana (che costituisce tuttora la sola etica coerente in Europa) poggia su due o tre paradossi, o misteri, che facilmente sono suscettibili di critica nella discussione, ed altrettanto facilmente possono essere verificati nella vita. Uno di essi, per esempio, è il paradosso della speranza della fede, per cui quanto più üna situazione è disperata, tanto più l’uomo deve sperare. [...] Un altro paradosso è quello della carità o della cavalleria, per cui quanto più una cosa è debole, tanto più è da rispettare, quanto più è imperdonabile, tanto più essa dovrebbe da noi, in certo modo, esser perdonata.

(G. K. Chesterton, Eretici, Paoline, Alba 1960, p. 102)

La suprema debolezza, quella che il mondo comprende di meno e disprezza di più è la debolezza del forte, il riscatto della sua forza. Ah, questa debolezza preziosa della forza che gli uomini non perdonano… Che sia crocifisso! Tutte le debolezze, anche le più impure, anche le più vane trovano quaggiù delle consolazioni e degli appoggi, tranne la debolezza della forza.
Discendi dalla tua croce! Gesù ha pregato gli uomini e non ne è stato esaudito…

(Gustave Thibon, La scala di Giacobbe, AVE, Roma 1947, pp. 38-39)

La vera emulazione

Vanità dell’esempio. – Nel bene come nel male, i nostri imitatori cercano di riprodurre i nostri atti (i soli visibili) piuttosto che i sentimenti che li dettano. Se potessero vedere il nostro stato d’animo, il miglior modo di imitarci sarebbe forse quello di compiere atti diversi e ta­lora opposti. Per un’anima violenta e combattiva di natura, evitare i conflitti e sopportare le ingiurie rappresenta una magnifica vittoria su se stessa. Ma un’anima debole che segua un simile esempio finirebbe per essere nient’altro che vile: la vera imitazione consisterebbe piuttosto nel farsi forza per affrontare la lotta. Compiendo esteriormente la stessa azione, Pierre puo risalire la china e Paul discendere la sua. La stessa fedeltà alla volontà divina, che spinse Gio­vanna d’Arco ad abbandonare la famiglia ed il lavoro, si riduce per migliaia di altri esseri al mero scrupoloso ri­spetto dell’umile dovere del loro stato. Quando «si pre­tende di regolarsi su qualcuno», bisognerebbe sapere a quale livello interiore (forza o debolezza, amore od egoi­smo, apertura o contrazione, sincerità o menzogna, ecc.) corrispondono le sue azioni, e compiere certi atti non ne­cessariamente simili, ma emananti per quanto possibile dallo stesso livello morale. È una ben brutta imitazione quella di incasellare atti identici ad un diverso livello: la fedeltà del discepolo non consiste nel copiare servilmente i modi del maestro, ma nel tradurli a suo uso, nell’adattarli alla sua necessità interiore. Non c’è tradimento peggiore di una imitazione puramente esteriore: quel che era natura e spontaneità nel maestro diventa artificio e costrizione nel discepolo; la verità inassimilata si fa menzogna. Ho conosciuto un prete che, dopo aver letto la vita di don Bosco, volle seguirne le tracce buttandosi in iniziative umanamente insensate: il solo risultato del suo slancio temerario fu il fallimento finanziario e morale e lo scandalo pubblico. Gli mancava solo la potenza d’azione e di preghiera di don Bosco! Si sa che fine fece il corvo che volle imitare l’aquila. La vera emulazione è basata sull’essere più che sull’agire.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, pp. 194-195)

Sete di novità

SETE DEL NUOVO. — Non è che impurità ed inganno se non si allea alla sete di salire. La gabbia dei sensi è stretta: vi ci si può rigirare sempre più in fretta, ma vi si gira pur sempre in tondo. Solamente l’altitudine crea nuovi orizzonti. Colui che vede più lontano, è anche colui che ha saputo salire più in alto. L’ampiezza del panorama aperto ai nostri occhi è a misura dell’altezza raggiunta dai nostri piedi.

(Gustave Thibon, Ritorno al reale, Effedieffe, Milano 1998, p. 320)

Renovatio caeli

Paradiso. — Bisogna, quaggiù, che i fiori muoiano ed il loro profumo svanisca perché diventino frutto e nutrimento. Lassù, respireremo un fiore eterno. Ed il suo profumo ci nutrirà.
Solo ciò che muore si riproduce. La fecondità è un perpetuo compromesso tra l’essere ed il nulla. L’eternità è sterile: dove i fiori non appassiscono, i semi sono inutili.
L’inflessione unica della tua voce, la luce fuggitiva del tuo sguardo, la freschezza delle tue mani sulla mia fronte, l’ora eletta in cui la preghiera aveva il sapore del pane terreno spezzato dopo la rude fatica d’un giorno d’estate: questo, questo solo, ritroverò in Dio. Ma senza limiti, ed al di là del filtro avaro del momento e del luogo. Qui, ho vissuto solo di queste briciole, ho camminato solo alla luce rapida di questi lampi. Ma queste briciole saranno lassù un pane inesauribile, questi lampi un’alba senza tramonto. L’abitudine sarà scomparsa: tutto sarà stupefacente sorpresa. L’uniformità, la separazione — il triste destino dei granelli di sabbia tutti eguali e tutti solitari — non getteranno più la loro ombra: niente sarà simile a niente, e tutto sarà immerso nell’unità. La resurrezione sarà più vergine di una nascita; la certezza e l’imprevisto fioriranno insieme. «Amate quel che non potrà mai essere visto due volte». Tutto ciò che merita di essere contemplato non si lascia guardare impunemente due volte. Bisogna desiderare vederlo eternamente.
L’inferno è ripetizione; il cielo, rinnovamento.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, p. 80)

L’ora della fedeltà ultima

Giovanna d’Arco, dopo il suo rinnegamento, gridando un’ultima volta dinanzi al rogo: «Le mie voci erano di Dio, le mie voci non mi hanno ingannata.» – Povera bambina, ebbra del suo Dio, della sua missione e della sua gloria, poi straziata, abbandonata come Gesù nel Getsemani in un deserto senza miraggi, che grida ancora la sua fede disperata in un cielo senza promesse. È nell’ora della fedeltà ultima, nell’ora in cui i battiti del nostro cuore e i fumi della nostra immaginazione non si confondono più con l’appello divino che le nostre voci non ci ingannano più. La verità è al termine, non al principio della vocazione…

(Gustave Thibon, Le voile et le masque,  Fayard, Paris 1985, pp. 21-22)

Gli amanti dell’impossibile e la seduzione dei giorni che non stanno in piedi

La Chiesa Cattolica, fondata da Cristo, insegna agli uomini a celebrare il Natale e la Pasqua, a riscattare il tempo nell’Eterno; il mondo sollecita alla celebrazione del tempo per sé stesso, della storia come fine a sé stessa. La Chiesa insegna infallibilmente la sola speranza fondata; il mondo, in mancanza di questa e affidandosi ai giorni che non stanno in piedi, ci seduce — e non ha altro da offrire — con l’utopia.

(Michele Federico Sciacca, Prospettiva sulla metafisica di S. Tommaso, L’Epos, Palermo 1991, p. 145)

Fonte dell’utopia — Cerchi in alto le tue ragioni di vivere e di agire. Guardati dal confondere le nuvole col cielo. Il cielo vero è non soltanto più puro, ma anche più solido della terra. Firmamentum.

(Gustave Thibon, La scala di Giacobbe, AVE, Roma 1947, p. 89)

Amanti dell’impossibile — L’utopista come il santo sono dei fidanzati dell’impossibile. Quel che li distingue è che essi credono, il primo, che le nozze avranno luogo nel tempo; il secondo, nell’eternità.

(Gustave Thibon, L’illusion féconde, Fayard, Paris 1995, p. 136)

Spes contra spem: l’attesa dell’impossibile

Amore: promessa tesa verso l’impossibile e, di conseguenza, mai compiuta: anche i più alti istanti di felicità sono ancora attesa e nostalgia, ogni pienezza scava un nuovo vuoto, la bevanda accresce la sete. — Il segno di un grande amore consiste non nel mantenere, ma nell’alimentare una promessa divina. Amiamo non nella misura in cui possediamo, ma nella misura in cui attendiamo.

(Gustave Thibon, L’ignorance étoilée, Fayard, Paris 1974, p. 85)

Che cosa attende generalmente l’uomo? Attende la sua felicità, la sua pienezza, il suo bene (chiamo bene tutto ciò che riscalda e nutre l’anima), non attende mai il suo male. Anche quando diciamo di qualcuno che “attende la morte”, questa espressione implica una certa quale informe confidenza nella morte, e questo elemento di speranza si rivela più chiaramente se paragoniamo il termine attendere al termine attendersi: quest’ultimo ha un senso vicino a quello di prevedere, e non è la stessa cosa dire, per esempio: da quel giorno Giovanni attese la morte, o: da quel giorno, Giovanni si attese di morire…
L’uomo attende solo ciò che spera. Ma tutto ciò che in noi è sorgente di speranza (la giovinezza, l’amore, la poesia, la preghiera…) è impregnato di mistero, ogni bene (a eccezione di un certo moralismo meccanizzato che, al limite, è un male) è anche stupefazione, abbagliamento, liberazione, ogni attesa ha qualcosa di religioso. Il bene dell’uomo è dunque ciò che l’uomo attende e non prevede.

(Gustave Thibon, Ritorno al reale. Prime e seconde diagnosi in tema di fisiologia sociale, Effedieffe, Milano 1998, p. 271)

Amor et mors

Le grand signe de la vérité de notre amour, c’est que ton image est liée en moi à la pensée de la mort beaucoup plus qu’à celle de mes espérances terrestres… Je peux à la rigueur te concevoir absente de mon avenir, mais non de mon éternité  – Il grande segno della verità del nostro amore è che la tua immagine è legata in me al pensiero della morte molto più che a quello delle mie speranze terrestri… Posso al limite concepirti assente dal mio avvenire, ma non dalla mia eternità.

(Gustave Thibon, Aux ailes de la lettre… Pensées inédites (1932-1982), Éditions du Rocher, Monaco 2006, p. 242)

In questo momento dell’amore, ti parlo come se stessi per morire. Perché l’amore, come la morte, ci proietta al di là del tempo e delle ombre che l’abitano. L’amore è «forte come la morte»: come la morte, è il mezzo per cui «l’uomo si eternizza». Ecco perché chi ha amato in verità non ha più paura della morte; è rassicurato da questa parentela misteriosa tra le due grandi forze che dominano il nostro destino: dal momento che l’amore è morto, bisogna pur che la morte sia amore!

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, p. 73)

L’amour est plus forte que la mort — oui, dans l’exacte mesure où il est plus grand que la vie. La vie ne vaut que par ce qui la dépasse, c’est-à-dire par ce qui, en elle, est presentiment et acceptation de la mort — L’amore è più forte della morte — sì, nell’esatta misura in cui è più grande della vita. La vita non vale se non per quel che la oltrepassa, cioè per quel che in lei è presentimento e accettazione della morte.

(Gustave Thibon, L’ignorance ètoilée, Fayard, Paris 1974, p. 153)

Pecora appestata e pecora smarrita

PECORA APPESTATA E PECORA SMARRITA — Nella parabola della pecora smarrita, Cristo parla del peccatore come d’un essere fuorviato (nel senso etimologico della parola), ma non corrotto nell’intimo. Una pecora smarrita è intrinsecamente sana quanto una pecora del gregge. Una simile concezione fa del peccato un male, in gran parte, estraneo all’uomo: il peccatore sbaglia strada, ma il suo corpo resta sano, gli basta di mutar rotta, per guarire. In altri termini, una pecora smarrita non è una pecora appestata. Il ritorno della prima, riempie di gioia il cuore del pastore, ma la presenza della seconda avvelena il gregge. In questo caso, la carità muta aspetto, la pietà verso il gregge richiede, al tempo stesso, di cercare la pecora smarrita e di allontanare la pecora appestata. E perciò Cristo ci ingiunge di assolvere a di condannare simultaneamente il peccatore, a seconda del grado di penetrazione e di fatalità del peccato nell’uomo. Conviene cercare la pecora smarrita, perdonare il figliuol prodigo, ecc.
Ma bisogna anche aver la forza di amputare il proprio arto cancrenoso. Se il tuo occhio ti scandalizza… Queste due categorie di peccatori ritornano frequentemente nel Vangelo: quelli che restano estranei al loro peccato (Zaccheo, l’adultera, la Maddalena, la Samaritana) e che possono essere salvati, e quelli la cui anima è divorata dal peccato, che formano un tutto con esso (i Farisei) e che perciò son già condannati.

(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, 1949, pp. 48-49)

Sull’argomento segnaliamo anche il bel post di Gerardo Ferrara, Apologia di una pecora, pubblicato sul blog Sposati e sii sottomessa.

Lux ineffabilis

Più una cosa è sana, nobile e preziosa, più è pudica e discreta, meno attira l’attenzione su di sé. Al contrario più è povera o malsana, più è ingombrante e più s’impone. Un corpo malato fa sentire ad ogni istante le sue esigenze e niente è più importuno e chiassoso di un’anima malata. Sembra che l’essere supremo delle cose tremi ed esiti a diventare fenomeno: i nostri ospiti più sacri sono in piedi dietro la porta e attendono, ma non bussano. La miseria è appariscente e stridula; la trasparenza crea la modestia: la luce e Dio sono invisibili.

(Gustave Thibon, La scala di Giacobbe, AVE, Roma 1947, p. 37)

La porta invalicabile

Nell’uomo il peggior nemico dell’infinito è l’illimitato che dà l’illusione dell’infinito e che lo nasconde. Finche un essere può andare avanti, finché il limite della sua potenza, del suo amore o della sua liberta indietreggia davanti a lui, egli ignora l’infinito e non sa niente di Dio. Solo urtando contro il suo limite, egli scopre l’infinito. Dio sta sempre dietro la porta che non si può varcare.

(Gustave Thibon, La scala di Giacobbe, AVE, Roma 1947, p. 36)

L’homme est le seul animal qui sait qu’il mourra. Et c’est aussi le seul qui agisse comme s’il ne devait jamais mourir. Son esprit l’élève au-dessus de présent, mais non au-dessus du temps. Et la conversion consiste pour lui à se détourner de l’illusion du perpétuel pour retrouver la réalité de l’éternel.

L’uomo è il solo animale a sapere che morrà. Ed è anche il solo ad agire come se non dovesse mai morire. Il suo spirito lo eleva al di sopra del presente, ma non al di sopra del tempo. E la conversione consiste per lui nel distogliersi dall’illusione del perpetuo per ritrovare la realtà dell’eterno.

(Gustave Thibon, L’ignorance étoilée, Fayard, Paris 1974, p. 139)