Ogni purificazione presuppone una distruzione

madre-teresa

Ogni purificazione presuppone una distruzione. Il cammino della santità è una via cosparsa di rovine, ma di rovine di quello che non è. La nostra verità non si accresce che sullo sfogliarsi delle menzogne.

(Gustave Thibon, La scala di Giacobbe, AVE, Roma 1947, p. 112) Continua a leggere

La verità orgogliosa non può dare niente

Sofferenze dell’Apostolo — Non voglio conquistarti. Non voglio che tu sia del mio parere; voglio soltanto darti questa verità indipendente da me come la luce del giorno; vorrei che anche tu vedessi il sole! È colpa mia se la Verità è anche la mia verità? Non credi che ne soffra abbastanza? Vorrei poterla donare senza toccarla, senza che nulla di me la contaminasse. Accettala; non guardare le mani che te la offrono. Ho vergogna che Dio debba servirsi di me…

(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, Brescia 1949, p. 121)

Più una verità è profonda, necessaria e redentrice, più essa deve perdere, espandendosi, la sufficienza e la indiscrezione dell’ebbrezza conquistatrice. La verità orgogliosa non può dare niente. I doni supremi devono essere offerti con mani supplichevoli.
Sii umile come un mendicante, tu che porti Dio agli uomini. E quando il tuo Dio è accettato, non dimenticare mai che sei tu che ricevi.

ARTE DI PERSUADERE — Scendi in lizza carico di potenti argomenti. Ma non vedi che il tuo avversario attende da te prima un bacio. Prima di provargli che hai ragione, provagli che lo ami. Dopo il bacio, i tuoi argomenti più poveri saranno irrefutabili.

(Gustave Thibon, La scala di Giacobbe, AVE, Roma 1947, p. 93)

Feriti nel nostro niente (le peggiori ferite sono quelle che scoprono il vuoto interiore), siamo facilmente tentati di fare della verità cattolica, che conosciamo così bene e viviamo cosi male, uno scudo contro ogni nimprovero e ogni esempio venuto da fuori. E poi ci attacchiamo a quella misura di protezione molto personale che ci garantisce un buon sonno nella mediocrità: la lusinghiera etichetta di “fedelta alla Chiesa”. «Quando diciamo: noialtri cattolici — scrive Gabriel Marcel — gia non siamo più cattolici». E monsignor Journet ci ricorda opportunamente che la frontiera della Chiesa invisibile passa dentro ciascuno dei nostri cuori. Poiché apparteniamo alla Chiesa visibile, lavoriamo per purificare la nostra fede e il nostro amore, in modo da far coincidere in noi le due frontiere, piuttosto che condannare gli altri in nome della nostra appartenenza nominale all’organismo sacro che tradiamo con il nostro orgoglio.

(Gustave Thibon, Le mie impressioni su Simone Weil, in J-M. Perrin, G. Thibon, Simone Weil come l’abbiamo conosciuta, tr. it., Ancora, Milano 2000, pp. 168-169)

Inesausta densità

di Gustave Thibon

Motivo della nostra severità nei confronti del prossimo e della nostra indulgenza verso noi stessi: noi non ci identifichiamo mai con i nostri atti bassi o mediocri; sappiamo (o supponiamo) che c’è in noi una densità, una profondità, una sostanza che i nostri atti non esauriscono e che può sempre produrre atti migliori. Nel prossimo, invece, non percepiamo che gli atti, e, quando questi atti ci urtano o ci deludono, siamo istintivamente tentati di confonderli con la persona, di immaginarci per esempio che l’invidioso non è che invidia, il vizioso che vizio, il mediocre che mediocrità. Sappiamo che i nostri atti non sono che accidenti; degli atti del prossimo, facciamo volentieri sostanze.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, pp. 205-206)

I consolatori insopportabili di Giobbe

Ci sono delle ore disperate in cui l’individuo sente la sua sofferenza più vera di tutti i prìncipi della ragione, di tutti i comandamenti della morale. Allora non può consentire a queste leggi cieche che lo distruggono, che se egli intuisce attraverso queste leggi, un occhio pieno d’amore che lo guarda; egli non può credere a quest’ordine universale straniero alla sua sofferenza, altro che se egli adora attraverso quest’ordine, un Essere che ha creato e che ascolta e che divide la sua irreducibile solitudine. Tutti i professori della morale pubblica, gli diventano, come a Giobbe, dei consolatori insopportabili.
Per credere nella legge, bisogna che egli senta, sotto la legge, il giudice; per credere al giudice bisogna che egli senta, sotto il giudice, il padre. Altrimenti ogni ragione ed ogni etica s’infrangono di fronte all’esistenza dell’io che sanguina. Ogni uomo è Narciso: per preferire l’Altro, bisogna che egli trovi nell’Altro il suo io più profondo.

(Gustave Thibon, La scala di Giacobbe, trad. it., AVE, Roma 1947, p. 82)

Lacrime e menzogne: Pietro e Giuda

Cari fratelli e sorelle!

Nelle scorse domeniche abbiamo meditato il discorso sul «pane della vita», che Gesù pronunciò nella sinagoga di Cafarnao dopo aver sfamato migliaia di persone con cinque pani e due pesci. Oggi, il Vangelo presenta la reazione dei discepoli a quel discorso, una reazione che fu Cristo stesso, consapevolmente, a provocare. Anzitutto, l’evangelista Giovanni – che era presente insieme agli altri Apostoli – riferisce che «da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui» (Gv 6,66). Perché? Perché non credettero alle parole di Gesù che diceva: Io sono il pane vivo disceso dal cielo, chi mangia la mia carne e beve il mio sangue vivrà in eterno (cfr Gv 6,51.54); veramente parole in questo momento difficilmente accettabili, comprensibili. Questa rivelazione – come ho detto – rimaneva per loro incomprensibile, perché la intendevano in senso materiale, mentre in quelle parole era preannunciato il mistero pasquale di Gesù, in cui Egli avrebbe donato se stesso per la salvezza del mondo: la nuova presenza nella Sacra Eucaristia. Continua a leggere

Divina povertà

Nell’ordine dell’avere, si vedono poveri importuni assediare ricchi indifferenti. Nell’ordine dell’Essere, il rapporto è sovvertito: il ricco importuno mèndica presso poveri indifferenti. Per questo Dio è ad un tempo il più ricco ed il più povero degli esseri.

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I sacrifici parziali non significano niente. Quand’anche avessimo donato tutti i tesori dell’Universo, se ci resta un soldo, il nostro dono è vano. È l’ultimo soldo che compera Dio…

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, p. 20)

La viltà dei forti

I deboli pregano, per vivere hanno bisogno di pregare. I forti che non pregano li accusano di vigliaccheria. Ma sono più vili coloro a cui Dio ha fatto credito e che approfittano della riserva loro affidata per isolarsi nel loro orgoglio e ingiuriare Dio. Chi, avendo ricevuto in anticipo i doni della forza e dell’equilibrio e non avendo bisogno di mendicare ogni giorno il pane dell’anima, abusa, senza vergogna, dei doni offerti senza pentimento, dei doni più nobili, ritorce questi doni contro il donatore e attinge alla sua stessa generosità la vile forza della ingratitudine e dell’oblio. L’orgoglio, superficialmente, può anche apparire grandezza e nobiltà; in verità non v’è peggior bassezza dell’orgoglio, perché non v’è peggior ingratitudine. L’uomo più vile è colui che trascura di ringraziare Dio, perché sente che Dio non si pentirà della sua bontà. L’anima nobile prega, e più Dio gli ha concesso la sicurezza e l’autonomia terrestre, tanto più la sua nobiltà si fa umile e sottomessa a Dio; meno la necessità la spinge a pregare, e più la sua fedeltà vuol pregare.

(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, Brescia 1949, p. 52)

Banalità del male

Bassezza e profondità — Di fronte al vizio, alla crudeltà, al male in genere, si prova talvolta un’impressione di abisso, di «mysterium tremendum». Ma questo abisso non è nel male, è nel bene rifiutato. Niente è più banale del male: è soprattutto a furia di stoltezza e di ristrettezza che il vizio diventa ripugnante. L’inferno è un paese piatto. A dispetto di tutti i romanticismi, la bassezza non s’identifica mai con la profondità.

(G. Thibon, La scala di Giacobbe, Roma, AVE 1947, pp. 75-76)