Triduo pasquale

Cari fratelli e sorelle,

siamo giunti alla vigilia del Triduo Pasquale. I prossimi tre giorni vengono comunemente chiamati “santi” perchè ci fanno rivivere l’evento centrale della nostra Redenzione; ci riconducono infatti al nucleo essenziale della fede cristiana: la passione, la morte e la risurrezione di Gesù Cristo. Sono giorni che potremmo considerare come un unico giorno: essi costituiscono il cuore ed il fulcro dell’intero anno liturgico come pure della vita della Chiesa. Al termine dell’itinerario quaresimale, ci apprestiamo anche noi ad entrare nel clima stesso che Gesù visse allora a Gerusalemme. Vogliamo ridestare in noi la viva memoria delle sofferenze che il Signore ha patito per noi e prepararci a celebrare con gioia, domenica prossima, “la vera Pasqua, che il Sangue di Cristo ha coperto di gloria, la Pasqua in cui la Chiesa celebra la Festa che è l’origine di tutte le feste”, come dice il Prefazio per il giorno di Pasqua nel rito ambrosiano.

Domani, Giovedì Santo, la Chiesa fa memoria dell’Ultima Cena durante la quale il Signore, la vigilia della sua passione e morte, ha istituito il Sacramento dell’Eucaristia e quello del Sacerdozio ministeriale. In quella stessa notte Gesù ci ha lasciato il comandamento nuovo, “mandatum novum“, il comandamento dell’amore fraterno. Prima di entrare nel Triduo Santo, ma già in stretto collegamento con esso, avrà luogo in ogni Comunità diocesana, domani mattina, la Messa Crismale, durante la quale il Vescovo e i sacerdoti del presbiterio diocesano rinnovano le promesse dell’Ordinazione. Vengono anche benedetti gli olii per la celebrazione dei Sacramenti: l’olio dei catecumeni, l’olio dei malati e il sacro crisma. E’ un momento quanto mai importante per la vita di ogni comunità diocesana che, raccolta attorno al suo Pastore, rinsalda la propria unità e la propria fedeltà a Cristo, unico Sommo ed Eterno Sacerdote. Alla sera, nella Messa in Cena Domini si fa memoria dell’Ultima Cena quando Cristo si è dato a tutti noi come nutrimento di salvezza, come farmaco di immortalità: è il mistero dell’Eucaristia, fonte e culmine della vita cristiana. In questo Sacramento di salvezza il Signore ha offerto e realizzato per tutti coloro che credono in Lui la più intima unione possibile tra la nostra e la sua vita. Col gesto umile e quanto mai espressivo della lavanda dei piedi, siamo invitati a ricordare quanto il Signore fece ai suoi Apostoli: lavando i loro piedi proclamò in maniera concreta il primato dell’amore, amore che si fa servizio fino al dono di se stessi, anticipando anche così il sacrificio supremo della sua vita che si consumerà il giorno dopo sul Calvario. Secondo una bella tradizione, i fedeli chiudono il Giovedì Santo con una veglia di preghiera e di adorazione eucaristica per rivivere più intimamente l’agonia di Gesù al Getsemani.

Il Venerdì Santo è la giornata che fa memoria della passione, crocifissione e morte di Gesù. In questo giorno la liturgia della Chiesa non prevede la celebrazione della Santa Messa, ma l’assemblea cristiana si raccoglie per meditare sul grande mistero del male e del peccato che opprimono l’umanità, per ripercorrere, alla luce della Parola di Dio e aiutata da commoventi gesti liturgici, le sofferenze del Signore che espiano questo male. Dopo aver ascoltato il racconto della passione di Cristo, la comunità prega per tutte le necessità della Chiesa e del mondo, adora la Croce e si accosta all’Eucaristia, consumando le specie conservate dalla Messa in Cena Domini del giorno precedente. Come ulteriore invito a meditare sulla passione e morte del Redentore e per esprimere l’amore e la partecipazione dei fedeli alle sofferenze di Cristo, la tradizione cristiana ha dato vita a varie manifestazioni di pietà popolare, processioni e sacre rappresentazioni, che mirano ad imprimere sempre più profondamente nell’animo dei fedeli sentimenti di vera partecipazione al sacrificio redentivo di Cristo. Fra queste spicca la Via Crucis, pio esercizio che nel corso degli anni si è arricchito di molteplici espressioni spirituali ed artistiche legate alla sensibilità delle diverse culture. Sono così sorti in molti Paesi santuari con il nome di “Calvaria”, ai quali si giunge attraverso un’erta salita che richiama il cammino doloroso della Passione, consentendo ai fedeli di partecipare all’ascesa del Signore verso il Monte della Croce, il Monte dell’Amore spinto fino alla fine.

Il Sabato Santo è segnato da un profondo silenzio. Le Chiese sono spoglie e non sono previste particolari liturgie. Mentre attendono il grande evento della Risurrezione, i credenti perseverano con Maria nell’attesa pregando e meditando. C’è bisogno in effetti di un giorno di silenzio, per meditare sulla realtà della vita umana, sulle forze del male e sulla grande forza del bene scaturita dalla Passione e dalla Risurrezione del Signore. Grande importanza viene data in questo giorno alla partecipazione al Sacramento della riconciliazione, indispensabile via per purificare il cuore e predisporsi a celebrare intimamente rinnovati la Pasqua. Almeno una volta all’anno abbiamo bisogno di questa purificazione interiore di questo rinnovamento di noi stessi. Questo Sabato di silenzio, di meditazione, di perdono, di riconciliazione sfocia nellaVeglia Pasquale, che introduce la domenica più importante della storia, la domenica della Pasqua di Cristo. Veglia la Chiesa accanto al nuovo fuoco benedetto e medita la grande promessa, contenuta nell’Antico e nel Nuovo Testamento, della liberazione definitiva dall’antica schiavitù del peccato e della morte. Nel buio della notte viene acceso dal fuoco nuovo il cero pasquale, simbolo di Cristo che risorge glorioso. Cristo luce dell’umanità disperde le tenebre del cuore e dello spirito ed illumina ogni uomo che viene nel mondo. Accanto al cero pasquale risuona nella Chiesa il grande annuncio pasquale: Cristo è veramente risorto, la morte non ha più alcun potere su di Lui. Con la sua morte Egli ha sconfitto il male per sempre ed ha fatto dono a tutti gli uomini della vita stessa di Dio. Per antica tradizione, durante la Veglia Pasquale, i catecumeni ricevono il Battesimo, per sottolineare la partecipazione dei cristiani al mistero della morte e della risurrezione di Cristo. Dalla splendente notte di Pasqua, la gioia, la luce e la pace di Cristo si espandono nella vita dei fedeli di ogni comunità cristiana e raggiungono ogni punto dello spazio e del tempo.

Cari fratelli e sorelle, in questi giorni singolari orientiamo decisamente la vita verso un’adesione generosa e convinta ai disegni del Padre celeste; rinnoviamo il nostro “sì” alla volontà divina come ha fatto Gesù con il sacrificio della croce. I suggestivi riti del Giovedì Santo, del Venerdì Santo, il silenzio ricco di preghiera del Sabato Santo e la solenne Veglia Pasquale ci offrono l’opportunità di approfondire il senso e il valore della nostra vocazione cristiana, che scaturisce dal Mistero Pasquale e di concretizzarla nella fedele sequela di Cristo in ogni circostanza, come ha fatto Lui, sino al dono generoso della nostra esistenza.

Far memoria dei misteri di Cristo significa anche vivere in profonda e solidale adesione all’oggi della storia, convinti che quanto celebriamo è realtà viva ed attuale. Portiamo dunque nella nostra preghiera la drammaticità di fatti e situazioni che in questi giorni affliggono tanti nostri fratelli in ogni parte del mondo. Noi sappiamo che l’odio, le divisioni, le violenze non hanno mai l’ultima parola negli eventi della storia. Questi giorni rianimano in noi la grande speranza: Cristo crocifisso è risorto e ha vinto il mondo. L’amore è più forte dell’odio, ha vinto e dobbiamo associarci a questa vittoria dell’amore. Dobbiamo quindi ripartire da Cristo e lavorare in comunione con Lui per un mondo fondato sulla pace, sulla giustizia e sull’amore. In quest’impegno, che tutti ci coinvolge, lasciamoci guidare da Maria, che ha accompagnato il Figlio divino sulla via della passione e della croce e ha partecipato, con la forza della fede, all’attuarsi del suo disegno salvifico. Con questi sentimenti, formulo fin d’ora i più cordiali auguri di lieta e santa Pasqua a tutti voi, ai vostri cari e alle vostre Comunità.

Benedetto XVI - Mercoledì, 19 marzo 2008

© Copyright 2008 – Libreria Editrice Vaticana

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La mia risposta è: si, prego!

Papa Francesco: “Ho bisogno che il popolo di Dio mi sostenga”

Le parole del pontefice nell’inedita intervista rilasciata alla radio comunitaria argentina FM Bajo Flores

In un’inedita intervista realizzata in occasione del suo primo anniversario come pontefice, Papa Francesco ha rifiutato l’opinione secondo la quale i sacerdoti che lavorano con i poveri nelle “villas de miseria” (sobborghi della miseria) appartengano ad una chiesa di sinistra e “progressista”. “Il lavoro dei sacerdoti nelle villas di Buenos Aires non è ideologico, è apostolico, e per questo fa parte della stessa Chiesa. Quelli che pensano che sia un’altra chiesa non comprendono fino in fondo il lavoro nella villa. La cosa importante è il lavoro”, ha detto Francesco.
Il pontefice ha concesso l’intervista alla radio comunitaria FM Bajo Flores, che trasmette dalla Villa 1-11-14, un quartiere di fronte allo stadio del San Lorenzo.Prima di essere eletto Papa, l’allora Jorge Mario Bergoglio, cardinale di Buenos Aires, nominò molti prelati destinati a lavorare nei quartieri più poveri della capitale dell’Argentina. “Francesco è un Papa “villero” (della villa) , non è un cliché. Lui era veramente molto impegnato nella villa prima di essere eletto Papa”, ha detto Eduardo Nájera ad Associated Press prima della cerimonia. Nájera è il direttore della radio che ha intervistato Francesco 15 giorni fa nella sua residenza di Santa Marta in Vaticano, nella prima intervista concessa ad un media argentino, la quale è stata proiettata  su un maxi schermo in un centro comunitario della villa.È stato interpellato riguardo ai sacerdoti legati al Movimento di Sacerdoti per il Terzo Mondo, come padre Carlos Mujica, tacciato come “comunista” e “sovversivo”, che però rifiutò la lotta armata. Fu assassinato nel 1974, senza che il fatto venisse chiarito. “Non erano comunisti. Erano grandi sacerdoti che lottavano per la vita”, ha puntualizzato il Papa nell’intervista. “Hanno provato a portare la parola di Dio agli emarginati. Sono sacerdoti che ascoltano il popolo di Dio e lottano per la giustizia”, ha sottolineato.

L’intervista è stata accolta calorosamente da più di un centinaio di residenze della villa, dove Bergoglio molte volte arrivava da solo, senza scorta. Augustina Mendoza, che ha vissuto quasi la metà dei suoi 63 anni nella villa, ha detto che Bergoglio ha bevuto il mate con lei nella sua casa: “Io so che lui si ricorda della mia zuppa paraguayana. Mi ha colpito la sua semplicità”, ha spiegato Mendoza. “Era molto serio, e non rideva, invece ora ha un un buon rapporto con tutti. Francesco supera ogni aspettativa perché ha empatia con i giovani, con i bambini e con gli anziani”.

Giovedì ha celebrato il suo primo anniversario con un semplice tweet simile: “Per favore pregate per me”. Gli argentini hanno chiesto per quale motivo chiede sempre che si preghi per lui. “Perché ne ho bisogno. Quello di cui ho più bisogno è che il popolo di Dio mi sostenga” ha detto il pontefice.

I giornalisti di AP Nicole Winfield e Michael Warren hanno contribuito a questa nota.

Fonte: Aleteia
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La beatitudine della mitezza

La mitezza è una virtù che sboccia sul terreno di un’altra virtù che si chiama “dominio di sé”.

Giotto_Scrovegni_Christ_before_CaiaphasL’Apostolo Paolo cita tra i frutti dello Spirito, l’una accanto all’altro, la mitezza e il dominio di sé (cfr. Gal 5,22). Ciò significa che tanto l’una quanto l’altro possono esistere solo nel quadro della vita di chi cammina secondo lo Spirito. L’uomo che pensa e agisce in modo puramente naturale non sa neppure che cosa siano la mitezza o il dominio di sé, e spesso, vedendoli in una persona che vive il Vangelo, li fraintende, credendo che la mitezza sia in realtà debolezza, e il dominio di sé lo scambia con l’indifferenza. In verità, questo succede con tutto il resto delle manifestazioni dell’uomo spirituale; lo stesso Apostolo Paolo è molto esplicito su questo punto, perché nessun cristiano si illuda di essere compreso da un non cristiano: “l’uomo naturale non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle” (1 Cor 2,14). Continua a leggere

Le nuovissime lettere di Berlicche – LIII – No, è Superman!

filia ecclesiae:

Superlativo!

Originally posted on Berlicche:

Caro Malacoda,

E’ un po’ di tempo che non ci sentiamo, vero? Spero che tu sia grato del fatto che un demone di così alto lignaggio come me trovi tempo, nonostante tutti i suoi impegni, per scrivere ad un diavolo di basso rango e ancora più bassa intelligenza come te.
In effetti ho già da tempo deciso che sei irrecuperabile come tentatore. Siccome però voglio evitare che le tue iniziative intempestive causino danni alle nostre attività infernali, ho deciso di fare un’eccezione al mio proposito di lasciarti sguazzare nella tua acqua pulita.
Ho saputo infatti che hai preso delle iniziative per cercare di limitare tra i tuoi protetti l’immagine dell’attuale Papa.
Dimmi, ma tu le leggi di tanto in tanto le circolari? I bollettini? Le disposizioni dei dirigenti dell’Ufficio Tentazioni? No, eh?
E non ti sei neanche chiesto come mai su giornali, riviste, televisioni che sai benissimo essere controllate da…

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S. Ilario di Poitiers

Vescovo e Padre della Chiesa, Festa: 13 gennaio

Cari fratelli e sorelle,

la-fet2oggi vorrei parlare di un grande Padre della Chiesa di Occidente, sant’Ilario di Poitiers, una delle grandi figure di Vescovi del IV secolo. Nel confronto con gli ariani, che consideravano il Figlio di Dio Gesù una creatura, sia pure eccellente, ma solo creatura, Ilario ha consacrato tutta la sua vita alla difesa della fede nella divinità di Gesù Cristo, Figlio di Dio e Dio come il Padre, che lo ha generato fin dall’eternità. Continua a leggere

S. Ignazio di Antiochia

S. Ignazio di Antiochia -Vescovo e martire, Padre della Chiesa 

st_ignatius_antioch_2Sant’Ignazio, che è stato il terzo Vescovo di Antiochia, dal 70 al 107, data del suo martirio. In quel tempo Roma, Alessandria e Antiochia erano le tre grandi metropoli dell’Impero romano. Il Concilio di Nicea parla di tre «primati»: ovviamente, quello di Roma, ma vi erano poi anche Alessandria e Antiochia che vantavano un loro «primato». Sant’Ignazio, come s’è detto, era Vescovo di Antiochia, che oggi si trova in Turchia. Qui, in Antiochia, come sappiamo dagli Atti degli Apostoli, sorse una comunità cristiana fiorente: primo Vescovo ne fu l’apostolo Pietro – così ci dice la tradizione –, e lì «per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani» (At 11,26). Eusebio di Cesarea, uno storico del IV secolo, dedica un intero capitolo della sua Storia Ecclesiastica alla vita e all’opera letteraria di Ignazio (3,36). «Dalla Siria», egli scrive, «Ignazio fu mandato a Roma per essere gettato in pasto alle belve, a causa della testimonianza da lui resa a Cristo. Compiendo il suo viaggio attraverso l’Asia, sotto la custodia severa delle guardie» [che lui chiama «dieci leopardi» nella sua Lettera ai Romani 5,1], «nelle singole città dove sostava, con prediche e ammonizioni, andava rinsaldando le Chiese; soprattutto esortava, col calore più vivo, di guardarsi dalle eresie, che allora cominciavano a pullulare, e raccomandava di non staccarsi dalla tradizione apostolica» (3,36,3-4). La prima tappa del viaggio di Ignazio verso il martirio fu la città di Smirne, dove era Vescovo san Policarpo, discepolo di san Giovanni. Qui Ignazio scrisse quattro lettere, rispettivamente alle Chiese di Efeso, di Magnesia, di Tralli e di Roma. «Partito da Smirne», prosegue Eusebio, «Ignazio venne a Troade, e di là spedì nuove lettere»: due alle Chiese di Filadelfia e di Smirne, e una al Vescovo Policarpo. Eusebio completa così l’elenco delle lettere, che sono giunte a noi come un prezioso tesoro. Leggendo questi testi si sente la freschezza della fede della generazione che ancora aveva conosciuto gli Apostoli. Si sente anche in queste lettere l’amore ardente di un Santo. Finalmente da Troade il martire giunse a Roma, dove, nell’Anfiteatro Flavio, venne dato in pasto alle bestie feroci. Continua a leggere

La Via, la Verità, la Vita

«Egli si indignò, e non voleva entrare» (Luca 15,28).

IMG-20130824-WA0049Certo che ‘sto Papa è scandaloso! Come quell’altro che portava le scarpette rosse, o come quell’altro ancora fotografato in costume da bagno nella piscina di Castelgandolfo, o come quell’altro ancora, ve lo ricordate? Massì quello che andava a casa dei pagani e divideva con loro cibo impuro, tanto che poi gli fu rinfacciato da quelli della stessa “comunità” di cui era a capo: «sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro!» (Atti 11,3).

Ecco: dopo duemila anni di storia della Chiesa, quando ormai avremmo dovuto ben imparare a comportarci col Vicario di Cristo, siamo invece ancora allo stesso punto. Ma tant’é: questo è l’uomo. Quello che, pur redento, salvato e rimasto nella casa del Padre, rimane ferito da un peccato originale che sempre tenta di renderlo diviso in sé stesso, in antitesi a quell’opera di unità cui chiama lo Spirito ricevuto nel Battesimo e senza il quale, si sa: «nulla è nell’uomo, nulla è senza colpa».

E così, agli albori di questo nuovo pontificato, siamo tutti ancora qui a cascare nell’antico tranello del divisore e gridando allo scandalo de: “il Papa ha detto, il Papa ha fatto”. Continua a leggere

La sana stravaganza della divina misericordia

papa-bambinoDio è gioioso. Interessante questo: Dio è gioioso! E qual è la gioia di Dio? La gioia di Dio è perdonare, la gioia di Dio è perdonare! E’ la gioia di un pastore che ritrova la sua pecorella; la gioia di una donna che ritrova la sua moneta; è la gioia di un padre che riaccoglie a casa il figlio che si era perduto, era come morto ed è tornato in vita, è tornato a casa. Qui c’è tutto il Vangelo! Qui! Qui c’è tutto il Vangelo, c’è tutto il Cristianesimo! Ma guardate che non è sentimento, non è “buonismo”! Al contrario, la misericordia è la vera forza che può salvare l’uomo e il mondo dal “cancro” che è il peccato, il male morale, il male spirituale. Solo l’amore riempie i vuoti, le voragini negative che il male apre nel cuore e nella storia. Solo l’amore può fare questo, e questa è la gioia di Dio!
Gesù è tutto misericordia, Gesù è tutto amore: è Dio fatto uomo. Ognuno di noi, ognuno di noi, è quella pecora smarrita, quella moneta perduta; ognuno di noi è quel figlio che ha sciupato la propria libertà seguendo idoli falsi, miraggi di felicità, e ha perso tutto. Ma Dio non ci dimentica, il Padre non ci abbandona mai. E’ un padre paziente, ci aspetta sempre! Rispetta la nostra libertà, ma rimane sempre fedele. E quando ritorniamo a Lui, ci accoglie come figli, nella sua casa, perché non smette mai, neppure per un momento, di aspettarci, con amore. E il suo cuore è in festa per ogni figlio che ritorna. E’ in festa perché è gioia. Dio ha questa gioia, quando uno di noi peccatore va da Lui e chiede il suo perdono.

(Papa Francesco, Angelus, 15 settembre 2013) Continua a leggere

Verità e relazione

L'udienza generale del Mercoledì di Papa FrancescoIn secondo luogo, mi chiede se il pensiero secondo il quale non esiste alcun assoluto e quindi neppure una verità assoluta, ma solo una serie di verità relative e soggettive, sia un errore o un peccato. Per cominciare, io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità “assoluta”, nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione. Ora, la verità, secondo la fede cristiana, è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione! Tant’è vero che anche ciascuno di noi la coglie, la verità, e la esprime a partire da sé: dalla sua storia e cultura, dalla situazione in cui vive, ecc. Ciò non significa che la verità sia variabile e soggettiva, tutt’altro. Ma significa che essa si dà a noi sempre e solo come un cammino e una vita. Non ha detto forse Gesù stesso: “Io sono la via, la verità, la vita”? In altri termini, la verità essendo in definitiva tutt’uno con l’amore, richiede l’umiltà e l’apertura per essere cercata, accolta ed espressa. Dunque, bisogna intendersi bene sui termini e, forse, per uscire dalle strettoie di una contrapposizione… assoluta, reimpostare in profondità la questione.

(Estratto della lettera a «Repubblica» di papa Francesco) Continua a leggere

San Domenico di Guzman

Cari fratelli e sorelle,

Dominikus4la settimana scorsa ho presentato la luminosa figura di Francesco d’Assisi, quest’oggi vorrei parlarvi di un altro santo che, nella stessa epoca, ha dato un contributo fondamentale al rinnovamento della Chiesa del suo tempo. Si tratta di san Domenico, il fondatore dell’Ordine dei Predicatori, noti anche come Frati Domenicani.

Il suo successore nella guida dell’Ordine, il beato Giordano di Sassonia, offre un ritratto completo di san Domenico nel testo di una famosa preghiera: “Infiammato dello zelo di Dio e di ardore soprannaturale, per la tua carità senza confini e il fervore dello spirito veemente ti sei consacrato tutt’intero col voto della povertà perpetua all’osservanza apostolica e alla predicazione evangelica”. E’ proprio questo tratto fondamentale della testimonianza di Domenico che viene sottolineato: parlava sempre con Dio e di Dio. Nella vita dei santi, l’amore per il Signore e per il prossimo, la ricerca della gloria di Dio e della salvezza delle anime camminano sempre insieme.

Domenico nacque in Spagna, a Caleruega, intorno al 1170. Apparteneva a una nobile famiglia della Vecchia Castiglia e, sostenuto da uno zio sacerdote, si formò in una celebre scuola di Palencia. Si distinse subito per l’interesse nello studio della Sacra Scrittura e per l’amore verso i poveri, al punto da vendere i libri, che ai suoi tempi costituivano un bene di grande valore, per soccorrere, con il ricavato, le vittime di una carestia. Continua a leggere

Trasfigurazione del Signore

carl-bloch-transfigurationLa Trasfigurazione, che nel Vangelo di san Luca segue immediatamente l’invito del Maestro: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua!” (Lc 9,23). Questo evento straordinario, è un incoraggiamento nella sequela di Gesù.

Luca non parla di Trasfigurazione, ma descrive quanto è avvenuto attraverso due elementi: il volto di Gesù che cambia e la sua veste che diventa candida e sfolgorante, alla presenza di Mosè ed Elia, simbolo della Legge e dei Profeti. I tre discepoli che assistono alla scena sono oppressi dal sonno: è l’atteggiamento di chi, pur essendo spettatore dei prodigi divini, non comprende. Solo la lotta contro il torpore che li assale permette a Pietro, Giacomo e Giovanni di “vedere” la gloria di Gesù. Allora il ritmo si fa incalzante: mentre Mosé ed Elia si separano dal Maestro, Pietro parla e, mentre sta parlando, una nube copre lui e gli altri discepoli con la sua ombra; è una nube, che, mentre copre, rivela la gloria di Dio, come avvenne per il popolo pellegrinante nel deserto. Gli occhi non possono più vedere, ma gli orecchi possono udire la voce che esce dalla nube: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!” (v. 35). Continua a leggere

La vittima e il complice

francescolampedusa«Adamo, dove sei?»: è la prima domanda che Dio rivolge all’uomo dopo il peccato. «Dove sei Adamo?». E Adamo è un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione  perché crede di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio. E  l’armonia si rompe, l’uomo sbaglia e questo si ripete anche nella relazione con  l’altro che non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che  disturba la mia vita, il mio benessere. E Dio pone la seconda domanda: «Caino,  dov’è tuo fratello?». Il sogno di essere potente, di essere grande come Dio,  anzi di essere Dio, porta ad una catena di sbagli che è catena di morte, porta a  versare il sangue del fratello!
Queste due domande di Dio risuonano anche oggi, con tutta la loro forza! Tanti  di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo  in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e  non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo  disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella  a cui abbiamo assistito.

(Omelia del Santo Padre Francesco presso il Campo sportivo “Arena” in Località Salina, 8 luglio 2013)

Il peccato è azione, il dolore è passione. Il peccato è generato interamente dal nostro intimo (altro del resto non creiamo), mentre il dolore ci colpisce dall’esterno. Il dolore è l’urto di rimbalzo del male che proiettiamo nel mondo. Due locuzioni popolari esprimono, in modo perfetto, la natura attiva del peccato e quella passiva della sofferenza. Se diciamo di qualcuno: ne ha fatte, alludiamo sempre a cattive azioni, ma se diciamo: ne ha viste, allora si tratta, senza equivoci, di sofferenze, di patimenti.

(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, Brescia 1949, p. 50)

La vittima ed il complice. — Di tutto il male che si compie nel mondo, noi siamo, più o meno direttamente ed in spirito, se non di fatto, o complici o vittime. Ed è per questo che non possiamo, non dobbiamo giudicare, perché in quanto complici siamo troppo indulgenti, ed in quanto vittime troppo severi. Più ancora: di tutto questo male, non siamo mai puramente complici o puramente vittime, ma sempre ad un tempo e l’uno e l’altro. Una solidarietà misteriosa lega tra di loro quegli esseri indissolubilmente sofferenti e peccatori che siamo noi. Anche nel male che commettiamo, siamo in parte vittime; anche nel male che subiamo, siamo in parte complici. La vittima non è mai del tutto innocente del delitto del colpevole; il colpevole non è mai completamente estraneo alla sventura della vittima.
Esiste un essere che sia puramente colpevole? Non lo credo: bisognerebbe che il male fosse una sostanza, un assoluto, una seconda «causa prima», come nel manicheismo. Ma c’è un essere che è puramente vittima: il Cristo. Lui solo può giudicare — e perdona. Il suo perdono è infinito, come la sua sofferenza. La vittima totalmente innocente non si vendica, e pur tuttavia è lei ad essere più dilaniata dal male, perché, non potendo condividere il peccato, attira di se tutte le conseguenze. Sia che si manifesti all’esterno (crudeltà di ritorsione, giustizia penale) sia all’interno (risentimento, orgoglio, disprezzo, ideali compensatori), la vendetta implica sempre una partecipazione al peccato: essa costruisce con il male uno sbarramento contro l’avversità. E che questo sbarramento si chiami spesso, quaggiù, «giustizia» o «virtù», non cambia proprio niente alla sostanza delle cose.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, pp. 203-204)

Lampedusa, quando l’uomo si crede Dio

Splendida, commovente analisi di Massimo Introvigne

1001502_175863585917999_699033790_nLunedì 8 luglio Papa Francesco ha compiuto il suo primo viaggio apostolico, che ha voluto dedicare all’isola di Lampedusa, teatro della tragedia di tanti immigrati clandestini trasportati sui «barconi della morte» dagli «scafisti» della criminalità organizzata, che spesso non esitano a gettarli in mare. Arrivato a Lampedusa, il Papa è salito su una motovedetta della Guardia Costiera e ha lanciato in mare una corona di crisantemi bianchi, in ricordo di quanti hanno perso la vita nelle traversate. Rientrato in porto, si è recato all’Arena, il campo sportivo di Lampedusa, dove ha celebrato la Messa e pronunciato l’omelia.

Forse il Papa ha deluso chi si aspettava un’analisi politica o un appello a modificare le leggi sull’immigrazione, del tipo di quelli che ogni tanto sentiamo da qualche vescovo. Francesco, come fa spesso, ha deciso di volare più in alto, proponendo una profonda meditazione sul peccato e sul rifiuto di Dio, che portano poi all’indifferenza verso i bisogni reali delle persone. Un solo accenno il Pontefice ha dedicato a «coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi»: decisioni «a livello mondiale», che chiamano in causa anche le organizzazioni internazionali e in nessun modo possono essere riferite solo o principalmente all’Italia. E la prima denuncia è stata contro «i trafficanti, coloro che sfruttano la povertà degli altri, queste persone per le quali la povertà degli altri è una fonte di guadagno». Continua a leggere

Lo spartito a 4 mani: Lumen Fidei

imagesCosi dicono che sia, la prima Lettera enciclica Lumen Fidei di Papa Francesco, le due mani di Benedetto XVI e le due di Papa Francesco, ed è vero! La continuità fra il pontificato di Benedetto XVI e quello del pontefice Francesco si conferma e si consolida in Lumen Fidei. Chi ha letto gli scritti del Papa emerito riconosce subito la “zampata ratzingeriana”, cosi come si può individuare la verve di Papa Francesco. Quattro mani per un’opera illuminata dallo Spirito Santo. Ecco alcuni pezzi dello spartito:

“La fede non è un fatto privato, una concezione individualistica, un’opinione soggettiva, ma nasce da un ascolto ed è destinata a pronunciarsi e a diventare annuncio. Infatti, «come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci?» (Rm 10,14).” (Lettera enciclica Lumen Fidei) Continua a leggere

Un cuore che batte per te, un cuore sacro!

Cari fratelli e sorelle,

536564721_74aff6a98dnell’odierna domenica, che coincide con l’inizio di giugno, mi piace ricordare che questo mese è tradizionalmente dedicato al Cuore di Cristo, simbolo della fede cristiana particolarmente caro sia al popolo sia ai mistici e ai teologi, perché esprime in modo semplice e autentico la “buona novella” dell’amore, riassumendo in sé il mistero dell’Incarnazione e della Redenzione. E venerdì scorso abbiamo celebrato la solennità del Sacro Cuore di Gesù, terza e ultima delle feste che fanno seguito al Tempo Pasquale, dopo la Santissima Trinità e il Corpus Domini. Questa successione fa pensare ad un movimento verso il centro: un movimento dello spirito che è Dio stesso a guidare. Dall’orizzonte infinito del suo amore, infatti, Dio ha voluto entrare nei limiti della storia e della condizione umana, ha preso un corpo e un cuore; così che noi possiamo contemplare e incontrare l’infinito nel finito, il Mistero invisibile e ineffabile nel Cuore umano di Gesù, il Nazareno. Nella mia prima Enciclica sul tema dell’amore, il punto di partenza è stato proprio lo sguardo rivolto al costato trafitto di Cristo, di cui ci parla Giovanni nel suo Vangelo (cfr 19,37; Deus caritas est, 12). E questo centro della fede è anche la fonte della speranza nella quale siamo stati salvati, speranza che ho fatto oggetto della seconda Enciclica.

Ogni persona ha bisogno di un “centro” della propria vita, di una sorgente di verità e di bontà a cui attingere nell’avvicendarsi delle diverse situazioni e nella fatica della quotidianità. Ognuno di noi, quando si ferma in silenzio, ha bisogno di sentire non solo il battito del proprio cuore, ma, più in profondità, il pulsare di una presenza affidabile, percepibile coi sensi della fede e tuttavia molto più reale: la presenza di Cristo, cuore del mondo. Invito pertanto ciascuno a rinnovare nel mese di giugno la propria devozione al Cuore di Cristo, valorizzando anche la tradizionale preghiera di offerta della giornata e tenendo presenti le intenzioni da me proposte a tutta la Chiesa. Continua a leggere

Dalla vittoria alla gratitudine – J. Ratzinger

Festa della gratitudine per il trionfo di Cristo sulla morte. Questo è il Corpus Domini

Che significa per me il Corpus Domini? Anzitutto il ricordo di un giorno di festa, nel quale era presa assolutamente alla lettera l’espressione che Tommaso d’Aquino ha coniato in uno dei suoi inni per il Corpus Domini: «Quantum potes, tantum aude», devi osare tutto ciò che puoi per tributargli la lode dovuta… Questi versi richiamano d’altra parte alla memoria una frase che aveva formulato il martire Giustino già nel secondo secolo. Nella sua presentazione della liturgia cristiana egli scrive che chi la presiede, cioè il sacerdote, nella celebrazione eucaristica deve elevare al cielo preghiere e rendimenti di grazie «con tutta la forza di cui dispone»(1).
Nel Corpus Domini tutta la comunità si sente chiamata a questo compito: si deve osare tutto ciò che si può. Sento ancora il profumo che emanava dai tappeti di fiori e dalle betulle verdeggianti; appartengono a questi ricordi anche gli ornamenti presenti in tutte le case, le bandiere, i canti; sento ancora gli strumenti a fiato della banda locale, che in questo giorno osavano talvolta più di quanto potessero; sento lo scoppio dei mortaretti con cui i ragazzi esprimevano la loro prorompente gioia di vivere, ma con cui nelle vie del villaggio proprio in questo modo salutavano Cristo come un capo di Stato, anzi come il capo supremo, come il Signore del mondo. L’indefettibile presenza di Cristo veniva celebrata in questo giorno come una visita di Stato che non trascura, si potrebbe dire, nemmeno il più piccolo villaggio. Continua a leggere

Il potere dello Spirito Santo

Cari amici,

“Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi” (At 1,8).

Pfingsten_5Abbiamo visto realizzata questa promessa! Nel giorno di Pentecoste, come abbiamo ascoltato nella prima lettura, il Signore risorto, seduto alla destra del Padre, ha inviato lo Spirito sui discepoli riuniti nel Cenacolo. Per la forza di questo Spirito, Pietro e gli Apostoli sono andati a predicare il Vangelo fino ai confini della terra. In ogni età ed in ogni lingua la Chiesa continua a proclamare in tutto il mondo le meraviglie di Dio e invita tutte le nazioni e i popoli alla fede, alla speranza e alla nuova vita in Cristo.

In questi giorni anch’io sono venuto, come Successore di san Pietro, in questa stupenda terra d’Australia. Sono venuto a confermare voi, miei giovani fratelli e sorelle, nella vostra fede e ad aprire i vostri cuori al potere dello Spirito di Cristo e alla ricchezza dei suoi doni. Prego perché questa grande assemblea, che unisce giovani “di ogni nazione che è sotto il cielo” (At 2,5), diventi un nuovo Cenacolo. Possa il fuoco dell’amore di Dio scendere a riempire i vostri cuori, per unirvi sempre di più al Signore e alla sua Chiesa e inviarvi, come nuova generazione di apostoli, a portare il mondo a Cristo!

“Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi”. Queste parole del Signore Risorto hanno uno speciale significato per quei giovani che saranno confermati, segnati con il dono dello Spirito Santo, durante questa Santa Messa. Ma queste parole sono anche indirizzate ad ognuno di noi, a tutti coloro cioè che hanno ricevuto il dono dello Spirito di riconciliazione e della nuova vita nel Battesimo, che lo hanno accolto nei loro cuori come loro aiuto e guida nella Confermazione e che quotidianamente crescono nei suoi doni di grazia mediante la Santa Eucaristia. In ogni Messa, infatti, lo Spirito Santo discende nuovamente, invocato nella solenne preghiera della Chiesa, non solo per trasformare i nostri doni del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue del Signore, ma anche per trasformare le nostre vite, per fare di noi, con la sua forza, “un solo corpo ed un solo spirito in Cristo”. Continua a leggere

Beata Maria Vergine di Fatima

Madonna_FatimaIl 13 maggio del 1917 tre bambini pascolavano un piccolo gregge nella Cova da Iria, frazione di Fatima, comune di Villa Nova de Ourém, oggi Diocesi di Leiria-Fatima. Si chiamavano Lucia de Jesus, di 10 anni e i suoi cugini Francesco e Giacinta Marto, di 9 e 7 anni (beatificati dal Servo di Dio Pp Giovanni Paolo II il 13 maggio 2000).
Verso mezzogiorno, dopo aver recitato il rosario, come facevano abitualmente, si intrattennero a costruire una piccola casa con pietre raccolte sul luogo, dove oggi sorge la Basilica.
All´improvviso videro una grande luce; pensando che si trattasse di un lampo decisero di andarsene, ma sopraggiunse un altro lampo che illuminò il luogo e videro sopra un piccolo elce (dove ora si trova la Cappellina delle Apparizioni) una “Signora più splendente del sole” dalle cui mani pendeva un rosario bianco.
La Signora disse ai tre Pastorelli che era necessario pregare molto e li invitò a tornare alla Cova da Iria :
«…Sono venuta a chiedervi di venire qui per sei mesi di seguito, il 13, a questa stessa ora. In seguito, vi dirò chi sono e che cosa voglio. Dopo ritornerò ancora qui una settima volta…Recitate il rosario tutti i giorni per ottenere la pace per il mondo e la fine della guerra..» Continua a leggere

Solennità dell’Ascensione di Nostro Signore

Dall’omelia del Beato Giovanni Paolo II

Cari figli, fratelli e amici in Cristo Gesù.

545967_177394569084072_2071438661_nIn questa solennità dell’Ascensione di nostro Signore, il Papa è felice di offrire il sacrificio eucaristico con voi e per voi. [...] Con gioia e nuovi propositi per il futuro, riflettiamo brevemente sul grande fatto della liturgia di oggi. Nelle letture bibliche ci viene riassunto in tutto il suo significato il mistero dell’Ascensione di Gesù. La ricchezza di questo mistero è espressa in due affermazioni: “Gesù diede loro le ultime istruzioni” e poi “Gesù salì e prese il suo posto”.

Nella provvidenza di Dio – ossia nell’eterno disegno del Padre – era arrivata per Cristo l’ora di partire. Doveva abbandonare i suoi apostoli e lasciarli con sua Madre Maria, però solo dopo aver dato loro le sue disposizioni. Ora gli apostoli avevano una missione da compiere secondo gli insegnamenti dati da Gesù, e le ultime istruzioni erano, a loro volta, la fedele espressione della volontà del Padre.
Quelle istruzioni indicavano, soprattutto, che gli apostoli dovevano attendere lo Spirito Santo il dono del Padre. Fin dall’inizio era ben chiaro che la sorgente della forza degli apostoli doveva essere lo Spirito Santo. È lo Spirito che guida la Chiesa nella via della verità; il Vangelo viene diffuso con la potenza di Dio, non con i mezzi della sapienza e della forza umana. Continua a leggere

La più antica preghiera alla Vergine Maria

Oggi inizia il mese dedicato a Maria e vorrei iniziarlo con questo documento antico che stabilisce una volta per tutte che la preghiera a Maria non è in concorrenza con le preghiere a Suo Figlio Gesù. La tradizione non tradisce bensì, conferma.

“SUB TUUM PRAESIDIUM”

E’ la più antica preghiera mariana che si conosca. E’ stato ritrovato, recentemente, il testo greco di questa bella preghiera in un papiro antico, il n. 470 della collezione John Ryland Library, pubblicato nel 1938 da C.H. Roberts, protestante, a Cambridge.

Il testo mutilo del papiro è stato completato in modo vario. Molta discussa la datazione. Secondo il Roberts, risalirebbe al secolo IV. Anche per lo Stegmuller non sarebbe anteriore alla fine del secolo IV. Secondo il Lobel invece, collega del Roberts e coeditore dei papiri di Ossirinco, in base a ragioni paleografiche, risale a non più tardi del secolo III.

5491. Il “s.t.p.”: preghiera della Chiesa antica

Per la semplicità e la spontaneità di sentimento che contiene, la formula del “Sub tuum praesidium” scritta sul papiro è evidentemente ispirata dai testi biblici e impiega sicuramente espressioni caratteristiche del greco dei LXX.

L’inizio della preghiera rievoca la ben nota immagine dell’ “ombra delle ali”, un immagine cara al cuore di semiti e degli egiziani, che la usavano come un simbolo espressivo della protezione divina (cfr Is 49,9; 51,16; Sl 16,8).

E’ molto interessante notare che la versione copta ha conservato non tradotto il termine biblico skepe, la parola tradotta come praesidium nella formula romana. E’ inoltre molto significativo che il concetto della ”umbra alarum” è nelle versioni che altre liturgie orientali hanno fatto dal s.t.p. alessandrino. E’ anche molto evidente che questa preghiera attribuisce alla Vergine benedetta una certa efficacia di protezione che naturalmente apparterrebbe solo a Dio, una sorta di potere che Dio le concede perché è la Madre di Dio. Ed è questa protezione che la Chiesa ci raccomanda di chiedere ogni sera, quando recitiamo la ben conosciuta preghiera di Compieta: “Sub umbra alarum tuarum protege nos”. Continua a leggere

Buon compleanno, Benedetto XVI!

Buon compleanno, Benedetto XVI!

Buon compleanno, Benedetto XVI !
86 anni in unione con il Signore, 86 anni di obbedienza, 86 anni di servizio, da sempre, fin da piccolo quando ti recavi al Santuario di Maria Eck ancor prima di andare a scuola. Cosa dirti, caro Benedetto XVI? Tre cose: la prima è un Grazie immenso, la seconda è che ti amiamo infinitamente, e la terza è: finché il Signore vorrà, prega per il nostro Papa, la Chiesa tutta, e anche per noi. Ringrazio Dio che ti ha pensato e creato. “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”
Sempre unita a te,
filia ecclesiae

“… ed è apparso a Simone!”

Originally posted on Il blog di Costanza Miriano:

viva il papa

di fr. Filippo Maria 

Mentre mi chiedo perplesso (e anche con una certa dose di rassegnazione, a dire il vero) come farà la Juventus a recuperare la disastrosa partita di andata dei quarti di Champions League con il Bayern Monaco, provo ad intrattenermi con le straordinarie pagine evangeliche che la liturgia ci offre in questi giorni dell’ottava di Pasqua. In particolare mi lascio stuzzicare dal celebre racconto lucano dell’apparizione del Risorto ai due discepoli di Emmaus (rassegnati anche loro ma per ben più nobili motivi… a dire il vero). Dopo aver riflettuto lungamente su come mai il mio cuore non arde come quello dei due discepoli (sarà finita la legna, mi dico… ma no, quella la mette Lui… e allora cosa c’è che non funziona?) non posso fare a meno di notare una sorta di stravaganza che il Vangelo stesso presenta.

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Il giorno in cui Papa Benedetto lasciò il Vaticano

Padre Maurizio PATRICIELLO 

È tutto così triste, ma tutto così bello. Abbiamo pianto, è vero. Qualcuno lo ha fatto di nascosto, con pudore. Altri, senza imbarazzo, anche davanti alle telecamere. In questi giorni ci siamo riscoperti più fratelli. Credenti e non credenti. Persone semplici e gente che ha il potere di trasformare il mondo. All’inizio ci siamo sentiti un po’ smarriti. Senza padre. È stato poi lui stesso, Benedetto XVI, a rasserenarci. Ci ha detto parole semplici, meditate, vere, che hanno messo in fuga ogni preoccupazione. Negli ultimi giorni del suo pontificato ci ha fatto dono di tante perle preziose per continuare ad abbellire la sposa di Cristo. Benedetto – il cui nome rimarrà in benedizione – si è presentato a noi con estrema trasparenza. Senza veli, senza giri di parole, senza inutili timori. Siamo i suoi figli e con figli si condivide tutto, gioie e dolori, fatiche e speranze. Gli addii, certo, sono sempre commoventi. Il momento del distacco dalla persona amata è triste e doloroso. Il cuore si ribella e ritorna bambino. Piange. Confessa di non bastare a se stesso. Chi piange ama e l’amore lo fa somigliare a Dio. Con gli anni cambiano tante cose, ma immutato rimane nell’uomo il bisogno di amare e di essere amato. Puoi essere bello e ricco, giovane e famoso se non hai un amore con cui condividere la gioia, dalla stessa gioia rischi di essere schiacciato. Bisogno di amare, dicevamo. Certo c’è chi lo banalizza. Chi lo rimpicciolisce. Chi lo confonde con qualche altra cosa. Bisogna puntare in alto. Papa Benedetto nei giorni scorsi ci ha parlato di Dio che è Amore. Ha voluto distogliere l’attenzione da sé per farcela puntare su Gesù, l’ Uomo vero che di amore se ne intende. È di Lui che abbiamo bisogno. È Lui la risposta alle nostre domande. Lui deve crescere in noi se davvero vogliamo fare centro nella vita. Il Signore ci conosce bene. Siamo creta che continua a impastare da prima che il mondo fosse. Siamo suoi. È Lui che ci ha messo dentro la nostalgia della sorgente delle origini. Sorgente viva che zampilla per la vita eterna, non un rigagnolo o una pozzanghera. Ecco il motivo del pressante invito alla conversione che la Chiesa rivolge a se stessa e al mondo. Perché l’uomo non venga mortificato. Perché non soffra e non faccia soffrire inutilmente. Perché, anche dopo i suoi fallimenti e smarrimenti, sappia ritrovare la strada di casa dove lo attende il Padre. Ecco il dono immenso della Chiesa stessa. Ecco il Papa che amiamo. Sempre. Qualunque nome porti. Da qualunque Paese arrivi. Di qualsiasi colore sia la sua pelle. Eravamo in tanti, giovedì – a Roma o a casa – a fissare, commossi e riconoscenti, l’elicottero che si allontanava dal Vaticano. Sembrava indugiare il velivolo, incerto come una farfalla che corteggia un fiore. Sembrava voler accarezzare la cupola che ricopre la tomba del principe degli Apostoli. In un tempo in cui qualcuno ha creduto di dover rinnegare il padre, ci riscopriamo più bisognosi del padre. Del Padre che è nei cieli, innanzitutto, e di chi lo rappresenta sulla terra. Del padre che ci chiamò alla vita e di chi con la sua vita della vita ci ha fatto innamorare. Quanta bellezza, quanta freschezza, quanta verità, quanta umiltà hanno risuonato e risuoneranno nei tempi che verranno nelle ultime parole di Benedetto XVI: “Sono solo un pellegrino…”. Che lezione per tutti. Potessimo ripetere anche noi queste parole ad ogni spuntar dell’ alba, ad ogni mutar delle stagioni. Pellegrini siamo, non vagabondi senza meta. In cammino ma non da soli, perché sempre, magari travestito da pezzente, sotto i ponti di un cavalcavia, o con sulle spalle il Pallio del Pontefice Romano, Gesù ci cammina accanto, ci spiega le Scritture e ci rimette in piedi. Che niente vada perduto del torrente di grazia che si sta riversando sulla Chiesa e sul mondo in questo nostro tempo.

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La massima punta dell’Incarnazione

papa-francescoIl sommo pontefice [è] la massima punta dell’Incarnazione, il contrappeso della materia a qualsiasi ideologia, ciò che spinge i fedeli a raccogliersi non soltanto intorno a una dottrina, ma anche intorno a un uomo con un volto e una storia, perché l’amore di Dio è indissociabile dall’amore del prossimo, e perché la voce di Cristo maestro deve ancora essere udita nella voce di questo magistrale prossimo — il Santo Padre.

(Fabrice Hadjadj, La fede dei demoni, Marietti, Genova-Mlano 2010, p. 40)

Omelia inizio Pontificato

SANTA MESSA 
IMPOSIZIONE DEL PALLIO 
E CONSEGNA DELL’ANELLO DEL PESCATORE 
PER L’INIZIO DEL MINISTERO PETRINO 
DEL VESCOVO DI ROMA

L’omelia di inizio di Pontificato di Papa Francesco

 

Cari fratelli e sorelle!

164441_10200882867180267_318681360_nRingrazio il Signore di poter celebrare questa Santa Messa di inizio del ministero petrino nella solennità di San Giuseppe, sposo della Vergine Maria e patrono della Chiesa universale: è una coincidenza molto ricca di significato, ed è anche l’onomastico del mio venerato Predecessore: gli siamo vicini con la preghiera, piena di affetto e di riconoscenza.

Con affetto saluto i Fratelli Cardinali e Vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i religiosi e le religiose e tutti i fedeli laici. Ringrazio per la loro presenza i Rappresentanti delle altre Chiese e Comunità ecclesiali, come pure i rappresentanti della comunità ebraica e di altre comunità religiose. Rivolgo il mio cordiale saluto ai Capi di Stato e di Governo, alle Delegazioni ufficiali di tanti Paesi del mondo e al Corpo Diplomatico.

Abbiamo ascoltato nel Vangelo che «Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’Angelo del Signore e prese con sé la sua sposa» (Mt 1,24). In queste parole è già racchiusa la missione che Dio affida a Giuseppe, quella di essere custos, custode. Custode di chi? Di Maria e di Gesù; ma è una custodia che si estende poi alla Chiesa, come ha sottolineato  il beato Giovanni Paolo II: «San Giuseppe, come ebbe amorevole cura di Maria e si dedicò con gioioso impegno all’educazione di Gesù Cristo, così custodisce e protegge il suo mistico corpo, la Chiesa, di cui la Vergine Santa è figura e modello» (Esort. ap.Redemptoris Custos, 1). Continua a leggere