L’uomo cavalleresco

Dallo spirito del vero uomo, spirito diritto, forte e puro, disinteressato e nobile, sicuro, serio e allegro nello stesso tempo, deve anche derivare la consapevolezza della propria nobiltà. Perché che cosa significa essere nobile? Avere in sé più responsabilità degli altri. Significa sapere che l’onore è lo scopo delle nostre azioni, sapere che il nostro posto è dove c’è pericolo. Che, in fondo, c’è un unico nemico: ciò che è volgare. È nobile non l’uomo che fa tutto questo soltanto dopo una faticosa riflessione e di proposito, ma quello per cui tale modo di procedere ha finito per connaturarsi tanto col suo stesso essere che egli non può fare altrimenti.

Volgiamoci ora ad altri pensieri che si possono derivare, per estensione, da quelli fin qui esposti: si è parlato del gioco cavalleresco; ma esso ha una profonda parentela con un altro momento essenziale della vita dell’uomo: il servizio cavalleresco. Chi serve è come se dicesse: io non sono qui per mio piacere, ma per un uomo, o per una cosa, o per un compito. Ma ci sono due modi per svolgere tale attività: da servo o da cavaliere. Il servo presta servizio perché vuole una mercede, o perché è costretto.

Chi ha animo di cavaliere serve perché si tratta di una grande cosa, indipendentemente da vantaggi o da mire particolari. Che la cosa riesca: ecco il suo scopo. Egli non serve costretto, ma di libero impulso. È servizio cavalleresco garantire per un uomo, al quale si è fatto dono della propria fedeltà. Prima di tutto si attui tale servizio in favore di chi è nostro amico; e poi di chiunque confida in noi. Dobbiamo essere segreti, fidati e pronti ad aiutare.

Ogni uomo dove essere cavaliere verso la fanciulla, verso la donna. Non rende questo servizio chi spesso sta loro d’attorno, ma chi sa quando è il momento di stare in compagnia e quando di star soli. E nemmeno è cavaliere chi racconta alla fanciulla tutte le difficoltà in cui si trova e non fa che addossarle, oltre quelle che già le competono, anche le proprie, ma è cavaliere se viene a capo da solo delle sue faccende. Compie un servizio cavalleresco chi, di fronte alla fanciulla, tiene il contegno più rigoroso e corretto, e se si accorge che essa si lascia andare, si contiene doppiamente, per sé e per lei. E poi, chi è cavaliere, porge il suo aiuto spontaneamente dove se ne presenti la necessità; risparmia una fatica. Ma, posto tutto questo, che dire del dilagare, anche nelle circostanze più inconcepibili, di un atteggiamento comodistico, che dire della mancanza di riguardi? Sono fatti cui ogni giorno assistiamo. La risposta è sempre la stessa: c’è una gran differenza tra le parole e i fatti!

L’uomo dove prestare servizio cavalleresco ai deboli. Li protegge dalla necessità e dai pericoli esterni; difende il loro onore e il loro buon nome. L’uomo cavalleresco si pone spontaneamente a fianco di chi è minacciato, del più debole, di chi soccombe. Ciò lo distingue dall’uomo interessato. È proprio del santo l’esercizio del più nobile servizio cavalleresco, quello cioè che ha per oggetto Dio e il suo regno. Cosi, una volta i crociati si facevano garanti per Cristo. Non con le armi ma con la parola e con l’azione; nella vita pubblica e privata; di fronte agli indifferenti, ai motteggiatori, ai nemici. Dio ha posto, per così dire, il suo onore nelle nostre mani: dobbiamo difenderlo. Un tale servizio cavalleresco richiede molto da noi: che ci professiamo tutti in funzione di un dato oggetto, senza mai rinnegarlo. Che ce ne facciamo garanti anche se gli avversari sono numerosi e se il nostro svantaggio è forte. E tutto questo dobbiamo compierlo liberi e giocondi. Chi è cavaliere dove vivere in modo tale da mantenersi degno di questa sua missione. Il servizio cavalleresco è arduo; molte case ci sono proibite che sarebbero lecite, in una situazione diversa. Il detto che dice: «La nobiltà ha i suoi obblighi e i suoi pesi», vale anche in questo caso.

(Romano Guardini, L’uomo cavalleresco, in Lettere sull’autoformazione, tr. it. Morcelliana, Brescia 1963-1971, 4a. ed., pp. 92-94)