E festa sia! Ma per quale donna?

Quando pensate alla “donna”, che cosa vi passa per la mente?

Qual’è la differenza fra femmina e donna?

Maschio e femmina si nasce, mentre uomo e donna si diventa.

Sfogliando il vocabolario etimologico scopro che per “donna” si intende soprattutto una femmina sposata e pronta a donare la vita.

Evvai, che ci sono anch’io! Sono sposata, ero pronta a dare la vita ma la vita non era altrettanto pronta per me, e ho dovuto rinunciare.

Certo, essendo cresciuta con cinque fratelli (tutti maschi, ero l’unica femmina – una vita da cani!) mi era difficile dire il mio “si” alla rinuncia che divenne definitiva con un intervento chirurgico.

Però però…ci sono tanti modi per essere donna e madre, sapete, le risorse di Dio sono infinite, e Lui me ne ha fatto conoscere uno, per il quale Gli sarò grata per sempre: assistere gli ammalati terminali nelle loro ultime settimane, gli ultimi giorni, le ultime ore, gli ultimi minuti e far si, che ritrovino con i loro famigliari la stessa intesa d’amore che da sempre fungeva come collante, ma che si era fatta pallida di fronte alla morte. Nessuno parlò della sua presenza percettibile, il malato non voleva addolorare i suoi cari, e viceversa.

Si sapeva, ma nessuno ne parlava. E la sofferenza aumentò.

In questi casi ci vuole un intermediario estraneo e sensibile.

La donna, resa umana e dolce nella sua fermezza e intransigenza grazie ad un matrimonio benedetto da Dio, è il mezzo privilegiato da malato e parenti. Con l’intuito squisitamente femminile e la consapevolezza del tempo che scorre e il feeling dell’urgenza perché ciò che non viene detto e fatto ora, qui, sulla terra, non sarà mai più possibile di fare, questo mezzo, appunto, era il legame fra le due unità non più unite se non da un dolore differente per ognuno. Un dolore che separava invece di unire.

Quanta grazia, ma quanta!, vedere alla fin fine piangere tutti per lo stesso identico dolore e prepararsi insieme alla morte. Quante parole, quante raccomandazioni, confessioni, preghiere e amore puro che tenevano testa alla faccia pallida della morte.

E la morte perse il suo ghigno.

Allora si, si, che avevo tanti bimbi, anche di 60 anni, il doppio dei miei, ma anche tanti giovani.

Quando poi toccò a me di ammalarmi e dover ricorrere a molti interventi, li avevo tutti davanti agli occhi prima di entrare in sala operatoria, facevano il tifo per me, intercedevano per me, e davvero li sentivo accanto. Ancora oggi che non lavoro più in ospedale, è così.

Questo è soltanto un esempio di innumerevoli di quanto bene possa fare una donna quando si dona.

A chi?

A Dio.

Senza limiti e senza esitazione. Una vita piena di vita. Una vita ricca, una vita che profuma di bellezza.

Vi ricordate come sono nate tante festività della Chiesa? Astuta questa Chiesa! Ha preso in prestito le feste pagane e le ha trasformate in festività religiose. Mica male, no?

Ebbene si, mi prendo questa festa nata malissimo, la condivido con tutte le donne che meritano di essere chiamate così e la festeggio insieme a Quella, che con il Suo grande “SI”, ci ha dato l’esempio per i nostri piccoli “si”.

Categorie: In Cristo Re e Maria Santissima | 17 commenti

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17 pensieri su “E festa sia! Ma per quale donna?

  1. 61Angeloextralarge

    Che dire? Solo grazie per questa testimoianza e poco? Sì, vorrei anche abbracciarti e abbracciare con te i malati che incontri e dire loro, egoisticamente: “Ricordati di me quando sarai in Paradiso!”.

    • Sarebbe bello abbracciarsi, io amo gli abbracci perché danno calore e parlano di noi.
      Bisogna essere esageratamente “egoisti” per guadagnarsi il Paradiso.
      Mi ricordo, fra le tante, Irene di Messina, la mia prima paziente.
      L’ho seguita per cinque anni, mentre all’inizio le davano soltanto due anni di vita.
      Ma questi cinque anni, li ha vissuti con la testa calva, ma era bellissima.
      Ha vissuto ogni attimo della sua vita e si è fidanzata. Poco prima delle nozze, la sua malattia si è aggravata di colpo, è morta nel polmone d’acciaio e fu sepolta con l’abito da sposa che aveva già comprato. Questa ragazza non dimenticherò mai, è uno dei miei angeli custodi.
      Quanta grazia mi ha dato il Signore!

      • 61Angeloextralarge

        Mi fai venire la pelle d’oca! Nel senso positivo! devi essere una donna molto forte, ne sono sicura. Ho assistito alla morte di mio padre, diciamo accidentalmente e da incosciente: dopo tanti spaventi, è dededuto tra le mie braccia proprio l’unica volta che, visti i precedenti, pensavo: “Sta arrivando l’ambulanza (sentivo già la sirena) così si fa un po’ di ospedale come le alre volte, ma si salva anche stavolta!”. Forse quella sicurezza è stata un dono di Dio? Non lo so, ma più ci penso e più me ne convinco.

    • Andreas Hofer

      Ciao carissima, che piacere leggerti anche qui! Torna spesso a farci visita! :-)

  2. Andreas Hofer

    Il mondo non sa quanto sia potuto costare un sorriso, quanto possa essere fecondo il dolore se vissuto con lo sguardo rivolto a Cristo. È l’unico modo per rendere la sofferenza fonte di vita e non di disperazione e morte. Un abbraccione forte a Karin.

  3. Gabriele

    E’ questo, alla fine, il senso della sofferenza. Il dolore è inevitabile, nella vita, ma acquista senso quando è vissuto in questo modo. Per se e per gli altri. Per Dio.

    • Ne sai qualcosa anche tu, Gabriele, immagino.
      Ora non so come sia, sono anni che ho lasciato l’Istituto dei Tumori di Milano,
      ma mi ricordo i medici…che uscivano dalla stanza per un senso di pudore, per non disturbare e per nascondere le loro lacrime.
      Succede si, in questi ospedali dai colori freddi. Non sempre, certo, ma quando succede è una testimonianza per tutti.

      • Gabriele

        Il cinismo (almeno quando appare così) di molti medici dipende molto dalla mancanza di una “cultura” umana che non si insegna all’università e purtroppo non viene più trasmessa nella famiglia.
        Poi c’è un obbligo di distacco, altrimenti i medici sarebbero paralizzati nella somministrazione inevitabile di una sofferenza al proprio paziente.
        Il segreto è saper vivere serenamente questa ambivalenza: essere abbastanza freddi nella pratica, ma saper poi trasmettere quell’interesse, affetto, compartecipazione che arricchisce l’atto medico e aiuta spesso anche la terapia.

  4. Grazie, caro, e ti prego, anzi, ti ordino! ;) di correggere i miei errori grammaticali.
    Scrivo poco perché me ne vergogno. Hilf mir bitte, okay?
    Smack! :)

  5. Grazie, ma parli da amico. :P

  6. @AngeloXL
    Veramente non credo di essere molto forte ma sono cresciuta nella sofferenza che mi ha resa sensibile quando la vedo negli altri.
    Immagino che faccia parte del destino che ti prepara alla propria vocazione.

    Credo che le tue braccia sono state una consolazione per il tuo papà. :)

    Küssle! (Smack in tedesco ;) )

    • 61Angeloextralarge

      “Credo che le tue braccia sono state una consolazione per il tuo papà”: non avevo mai guardato la cosa sotto questo punto di vista, anzi mi sono sentita tanto tempo in colpa per non avere eseguito alla lettera quello che il dottore del Pronto Soccorso mi stava dicendo al telefono. Ripensandoci ho fatto peggio! Ma è tutto quello che ho saputo fare. Sì, mi piacerebbe molto se mio padre, magari pensando di avere una figlia imbranata, ma fosse stato contento di essere tra le mie braccia, proprio quando stava morendo: io non l’ho capita ma lui l’ha capita di sicuro!
      Besos! E grazie per questa cosa!

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