VIRILITER AGE!

Stefano di Harding, abate di Citeaux e maestro spirituale di colui che sarebbe divenuto una delle più grandi figure del Medio-evo cattolico Bernardo di Chiaravalle, ebbe un giorno un problema, dal momento che il suo monastero era in crisi e scarseggiavano le vocazioni.
Bussarono alla sua porta il giovane Bernardo e altri 32 uomini, tra parenti ed amici, in gran parte cavalieri e uomini d’armi. Si trattava di evitare che anche loro, come molti che li avevano preceduti, si annoiassero della vita monastica fatta di “Ora, Lege et Labora”, ed abbandonassero “la buona battaglia”.
Stefano ebbe un’idea: doveva insegnare a quegli uomini che Cristo, il loro Re, era stato prima di loro un uomo. “Siate dunque uomini!” Incominciò a dire ai suoi confratelli. “Agite da uomini, fate ogni cosa in modo virile, forte e determinato, perché così sempre Cristo si comportò negli anni della sua vita terrena”. Stefano creò quello che sarebbe divenuto il loro motto “Viriliter age”, siate uomini.
Oggi nelle nostre parrocchie, non solo tra i Sacerdoti, manca questa visione della fede e questo modo di viverla fondato su una sana virilità. Mancano Vescovi, Preti e Laici che non abbiano sempre sulle labbra la cantilena monocorde del perdono e della misericordia di Dio. Che ricordino ai propri fedeli che il Vangelo è un libro unico: che sa unire il discorso delle beatitudini, al “Serpenti, razza di vipere!” (Mt. 23,33); che sa mettere insieme il perdono all’adultera con la durezza di certe parabole, che terminano invariabilmente con “gettatelo fuori, là dove sarà pianto e stridore di denti”; le quali ci manifestano un Dio che è insieme misericordia e giustizia.
Servono anime che ci rammentino che il Vangelo è un libro strano, il quale mentre ci esorta ad amare i nostri nemici contemporaneamente ci invita a guardarci dagli uomini, poiché siamo mandati come pecore in mezzo ai lupi.
Abbiamo bisogno di pastori che non si stanchino mai di insegnarci che insieme alla prospettiva del Paradiso, ne esiste un’altra egualmente concreta che si chiama inferno, senza la quale il cristianesimo si riduce ad un filantropismo buonista. Senza dimenticare, insomma, che l’ortodossia nasce sempre dall’inevitabile tensione tra due eresie. Da questo punto di vista siamo divenuti tutti un poco eretici. Abbiamo, infatti, trasformato un cristianesimo monco e una parte pur importante del suo messaggio, nella totalità del suo mistero. Oggi l’insegnamento del Vangelo viene trasmesso in maniera parziale ed incompleta, per il negativo influsso di teologi eterodossi e per il pavido timore del giudizio del mondo: non rendendoci conto che rifiutando il Dio giusto rifiutiamo anche il Dio misericordioso. La Chiesa di questi anni sta soffrendo e subendo , spesso senza reagire, la devastazione che la cultura moderna ha compiuto della figura paterna e della virilità ad essa correlata. Oggi la parola forza, anche nella Chiesa, è sinonimo di violenza invece che richiamare, come dovrebbe, una delle quattro virtù cardinali.
Si guarda con orrore e disprezzo ai tempi della “Cristianità medioevale” (nella versione contraffatta stile leggenda nera), quando la forza e anche la violenza vennero usate (certo a volte abusandone) per difendere la libertà e la verità. Le maniere forti furono usate per difendere la radicale diversità del cattolicesimo, per sua natura antagonista al mondo.
Non dobbiamo infatti dimenticare, che la vita umana sarà sempre una lotta; che le virtù guerriere avranno sempre una funzione, giacché il male avrà sempre nuovi volti. Nuove maschere sempre più pericolose, in quanto una certa mentalità ipocrita, fintamente “non violenta”, gli vieta sempre più di manifestarsi a viso aperto. Tale è l’ambiguità della condizione umana, tale è la tragicità della nostra situazione: la non-violenza assoluta, cioè il regno della libertà e dell’amore, è irrealizzabile integralmente in questo mondo.
Nel caso della Sposa di Cristo però, la figura paterna è anche prefigurazione e simbolo di una paternità divina senza la quale non si dà cristianesimo: la rivolta contro la figura paterna comporta il rifiuto del principio d’autorità che è, in ultima analisi, rifiuto di Dio. E’ odio contro l’ordine dell’universo (giacché il mondo ordinato è riflesso della perfezione divina) ed è odio contro la figura paterna che questo ordine incarna. Oggi anche all’interno di ampi settori della Chiesa Cattolica si è consumato il rifiuto e la condanna della virilità, facendo credere a molti uomini che non ci fosse posto per loro nella Chiesa, e a molti di più che, per essere cattolici, avrebbero dovuto rinunciare alla loro mascolinità. Così sono sempre meno, nelle nostre comunità, quegli uomini e quelle donne che sappiano affrontare e gestire i conflitti senza nascondersi. Anime con il carisma e la personalità per essere buoni confessori e direttori spirituali, felici predicatori, e maestri in grado di attirare e guidare i giovani. Le nostre forze devono quindi essere consacrate nel coltivare uomini, non nel creare nuove strutture (commissioni ed equipe) superflue e dispersive. Basta una sola grande anima, un Santo, per cambiare il volto di una diocesi.
Nicolàs Gòmez Dàvila scriveva: la verità cammina spesso su spalle solitarie! Si provi soltanto a pensare a quella straordinaria figura di uomo e di sacerdote che è stato Giovanni Paolo II°, e all’irresistibile fascino che esercitava sui giovani, per capire la portata di questo discorso, purtroppo ancora largamente misconosciuto all’interno della Chiesa stessa. Ma coltivare uomini di quel tipo, in concreto, significa formare uomini e donne preparati a sostenere la “buona battaglia” convinti che la santità della fede sta nella forza dell’animo e non nella debolezza sentimentale. Poiché il cammino di santità presuppone il più grande eroismo e la ferma risoluzione a dare la vita per il Vangelo. Significa forgiare i giovani ad una profonda vita interiore fatta di preghiera e rinuncia alle cose del mondo, senza le quali ogni forma di apostolato risulta sterile. Significa additare al credente quella forma di idealismo che è perfetto corollario del realismo cristiano, rappresentato da quella disposizione dell’animo che porta a compiere un’azione perché è conforme alla verità e la giustizia, a prescindere dalle conseguenze. E’ quell’atteggiamento mentale che non disprezza nulla di quanto lo circonda – a partire dalle ricchezze- ma se ne serve come semplici mezzi, senza idolatrarli. L’idealista cristiano non sogna un mondo utopistico senza diseguaglianze, ma – se combatte le diseguaglianze ingiuste ed eccessive – apprezza quelle naturali, come costitutive della condizione umana e riflesso dell’infinita diversità che Dio ha posto nella creazione. Plinio Còrrea de Oliveira diceva che: “se degno di rispetto è chi combatte per i propri diritti, suscita ammirazione chi si batte per i diritti degli altri, e chiama all’entusiasmo l’idealista che consacra la propria vita a difendere i diritti di Dio!”
In questi nostri tempi di così vasta diserzione dalla fede dobbiamo avere l’umiltà e l’onestà intellettuale di domandarci: perché nonostante tutti i nostri sforzi di andare incontro al mondo e di assecondarne le esigenze, il nostro apostolato non è premiato da risultati evidenti? Perché se davvero Dio benedice le nostre iniziative queste non giungono a buon fine? Non basterebbe un suo semplice cenno per far sorgere figli di Abramo anche dalle pietre? A metà dell’ottocento, i protestanti evangelici della Danimarca convocarono un sinodo che aveva come obbiettivo “accertare ciò che chiede il nostro tempo”. Il grande filosofo danese Soren Kierkegaard annotò nel suo diario “Sarebbe molto meglio chiedersi ciò di cui il nostro tempo ha bisogno, visto che spesso chiediamo quel che non ci serve e ci serve ciò che non chiediamo. Ciò che il nostro tempo chiede è solo tempo , altro tempo, mentre ciò di cui ha bisogno è eternità.”
Da questo punto si deve dunque ripartire, questa è la porta stretta del Vangelo da cui il Cattolicesimo dei nostri giorni è costretto a passare; ricominciando dalla formazione dei sacerdoti nei seminari, dei laici e dei catechisti ad ogni livello, cambiando prima che il metodo, le fonti a cui abbeverarsi ed il linguaggio oramai tanto simile a quello del mondo da risultare indistinguibile. Per riassumere potremmo riprendere quel brano evangelico che ci chiama ad essere perfetti come il Padre nostro che è nei cieli.
Fatte le debite proporzioni, la condotta divina deve essere la regola della nostra vita interiore, e l’azione esteriore deve essere soltanto l’effusione di questa vita interiore. Ad essa possiamo applicare proprio le parole di San Bernardo da Chiaravalle il quale diceva:”Se sei veramente saggio, sii un serbatoio e non un canale. Il canale lascia passare l’acqua che riceve e non ne ritiene una goccia, il serbatoio invece prima di tutto si riempie, poi, senza vuotarsi, riversa il sovrappiù, che sempre si rinnova, nei campi e li rende fecondi. Ma quanti sono quelli che si danno all’azione ed altro non sono che canali, i quali, mentre si sforzano di fecondare gli altri cuori, rimangono essi stessi all’asciutto? Nella vita interiore l’uomo vive più puro, cade più di rado, si alza con maggior prontezza, cammina più sicuro, riceve più grazie, riposa più tranquillo, muore più rassicurato, è più presto purificato ed ottiene una ricompensa maggiore”.
Nel medesimo istante in cui pensiamo “Si deve pur fare qualcosa per aiutare la Chiesa e salvare le anime”, siamo già scesi a compromessi con la mentalità efficientista, abbiamo già abbracciato lo spirito utilitarista di questo mondo moderno. L’unica cosa che si deve fare è coltivare nel profondo la propria vita interiore, ed insegnare agli altri a fare altrettanto, incamminandosi insieme sulla via della santità. A tutto il resto pensa la grazia di Dio. Basta pronunciare, con fede, le poche parole dell’adorazione perfetta: Fiat voluntas tua! E tutto diviene possibile.
AD MAIOREM DEI GLORIAM
Palmiro Clerici

Categorie: La Cattedrale | Tag: , , , , , , | 3 commenti

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3 pensieri su “VIRILITER AGE!

  1. 61Angeloextralarge

    Stampoooo! ;-)

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