UT UNUM SINT

Seguito della I parte

Ma cosa significa un’insieme organico? Un insieme può essere composto di parti in due modi diversi: come un albero vivo o come una pila di monete. O il tutto è primario e le parti sono secondarie, come per l’albero; o le parti sono primarie e il tutto è secondario come per una pila di monete. L’insieme dell’albero è primario perché le parti, come i rami, possono essere tolti mentre l’albero continua a vivere sviluppando nuovi rami, mentre quelli tagliati perdono la loro vitalità e possono essere trasformati in qualcosa di diverso dall’albero originario. Al contrario, ogni moneta separata dalla pila di monete rimane esattamente ciò che era prima nella pila stessa, e se dalla pila si togliessero abbastanza monete sarebbe solo la pila a venir meno. Segno dell’essenza di qualsiasi “ente” è la sua unità, poiché ogni cosa si disfa al venir meno della sua unità. La molecola cessa di essere al disgregarsi degli atomi che la integravano. L’animale cessa di essere nel momento in cui l’ammasso di cellule che lo compongono perde il vincolo vitale che ne faceva un organismo.
Ora la chiesa è una pluralità di persone il cui vincolo con il suo Capo, cioè Cristo, ne fa un organismo, un unum, come spiega bene S. Paolo. Il grado dell’essere della comunità Chiesa si misura dal grado della sua unità. Nello stato di crisi presente l’unità è rotta sotto un triplice aspetto: dottrinale, liturgico e dell’autorità. La dottrina insegnata e predicata dai ministri della Chiesa è stata per secoli una voce all’unisono, con semplici variazioni di presentazione e di sentimento. Adesso varia nelle diverse nazioni da Diocesi a Diocesi e spesso da ministro a ministro. Vere e proprie alterazioni dogmatiche vengono insegnate con il pretesto di adattare la fede alle disposizioni e alle aspettative dell’uomo contemporaneo. E tutto questo senza che le autorità preposte intervengano per richiamare l’errante e correggere l’errore. La corruzione dottrinale dei presbiteri, diffusa in maniera preoccupante anche nell’ordine episcopale, che spesso tollera o autorizza le deviazioni dei Sacerdoti, ha provocato nella Chiesa un generale smarrimento delle certezze di fede.

L’indebolimento dell’unità dottrinale, scambiato per segno di vitalità e di libertà, appare distintamente tutte le volte che i documenti papali e le indicazioni che giungono da Roma vengono continuamente rimesse in discussione. E questo tipo di azione non è più ristretto a semplici cerchie intellettuali, ma è divenuta azione pubblica nel corpo ecclesiale con le omelie, con i libri, nella scuola e nella catechesi, spesso ad opera di laici molto fervorosi nelle novità. Si è giunti così nella Chiesa a una generale propensione a traslocare i fini della vita cristiana dalle “cose di lassù” alle preoccupazione solo sociologiche e mondane. Perciò le verità di fede sono sottoposte a una “dissalazione” che le spoglia di quanto hanno di soprannaturalmente, ostico al senso dell’uomo moderno, rendendo insipido il sale della terra.
Di tale indifferentismo dottrinale tra i fedeli non c’è da stupire, le defezioni di interi popoli fu preceduta dall’attenuazione della fede nel clero, si veda ad esempio l’Inghilterra e la Germania del secolo XVI. Così, pian piano, la base della religione non è più considerata un corpo di verità rivelate tramite un ben preciso avvenimento storico, ma l’esperienza umana trascritta in mutevoli categorie intellettuali. La fede non è più fondata sul vero, ma sul vissuto, non sulla cognizione, ma sul sentimento. Si è in pratica stabilito che il Vangelo deve essere vissuto, prima che appreso. Questo modo di vivere la fede contraddice l’insegnamento della Chiesa sin dai primordi, secondo il quale i Vangeli annunciano non già la fede, ma i fatti creduti; gli evangelisti non dicono mai di predicare quello che credono, bensì quello che hanno visto ed udito. Dalla perdita di questo principio fondante, che è la fede, deriva la frammentazione, nazionalizzazione e individualizzazione della liturgia. Questa varietà è dovuta ad una sorta di partecipazione creativa di laici e presbiteri al potere della Chiesa di determinare la liturgia, oggi divenuta prassi comune.

In realtà, questa rapida differenziazione dei riti è informata a due principi: quello dell’espressività umana, che vuol modellato il rito all’indole nazionale o del gruppo di appartenenza; e quello della creatività, che ricerca l’autenticità liturgica nelle risorse del soggetto e respinge l’oggettività assoluta del sacro. Questi due principi, per colmo di sventura, sono stati dati in gestione alle conferenze episcopali, rovesciando la norma pre-conciliare per cui solo la Santa Sede aveva potestà legislativa in materia di liturgia. Al tempo stesso, poiché la liturgia non è solo culmine, ma anche fonte della vita cristiana, si determina un circolo vizioso per cui la questione liturgica a sua volta alimenta la perdurante crisi di fede all’interno della Chiesa. Per ultimo, infine, dobbiamo analizzare il venir meno del principio d’autorità. Una società, di qualunque genere essa sia, trova nell’autorità quel principio che fa della moltitudine di individui un’unità, radunando le molteplici volontà verso un unico fine. Ma nella Chiesa l’autorità ha caratteristiche speciali, perché nasce prima dell’assemblea dei fedeli. Mentre infatti le altre società prima vengono alla luce e poi esprimono da sé il proprio governo, la Chiesa ebbe da Cristo e l’essere e il governo: anzi il governo cioè il Capo, è anteriore alla Chiesa, e questa è un effetto e un espansione del Capo. Per questa ragione, espressa formalmente nella frase “Chi ascolta voi, ascolta Me”(Lc. 10, 16), il riferimento all’autorità è implicito nel cattolicesimo, e diventa condizione dell’unità della Chiesa. La preminenza di Pietro e del suo ministero fu sempre reputata fondamento e centro dell’unità, e ad ogni declino della fedeltà a Roma si accompagna un incrinamento dell’unità sociale della Chiesa. Molte sono oramai le conferenze episcopali in cui serpeggia il dissenso nei confronti dell’autorità romana, sempre velato sotto il manto del principio della collegialità, ma gli episodi di aperta insubordinazione sono oramai all’ordine del giorno. A parole si continua a professare attaccamento al pontefice, nella pratica si sottomette ad esame e a giudizio ogni suo atto, spesso rifiutandolo o semplicemente ignorandolo. Date queste premesse, risulta impossibile mantenere l’unità dopo averne rigettato il principio fondante. Quindi sottolineiamo di nuovo il passaggio fondamentale, la Chiesa Cattolica è quella particolare comunione di esseri umani che sono uniti in società da tre cose: la Fede, i Sacramenti e la Gerarchia. A tutte e tre la vita è data da Dio stesso.
Ad maiorem Dei gloriam
Palmiro Clerici

Segue III parte

Categorie: La Cattedrale | Tag: , , , | 9 commenti

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9 pensieri su “UT UNUM SINT

  1. 61Angeloextralarge

    Karin: smack! :-D

  2. Bellissime immagini, come sempre :)
    Buona giornata,ciao a tutte e due!

  3. Non mi devi niente … non ci sono parole e quando non ci sono è difficile farsele venire ;)
    Grazie a te dell’ascolto!
    Ciao

  4. spero che l’anno della fede indetto dal papa sia d’aiuto per capire meglio i tempi che viviamo io speriamo che me la cavo mi piacerebbe anche chiuderlo e aver la pagella a posto

  5. Pingback: Fede e Tradizione « filia ecclesiae – carpe gratiam

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