Ci sono delle ore disperate in cui l’individuo sente la sua sofferenza più vera di tutti i prìncipi della ragione, di tutti i comandamenti della morale. Allora non può consentire a queste leggi cieche che lo distruggono, che se egli intuisce attraverso queste leggi, un occhio pieno d’amore che lo guarda; egli non può credere a quest’ordine universale straniero alla sua sofferenza, altro che se egli adora attraverso quest’ordine, un Essere che ha creato e che ascolta e che divide la sua irreducibile solitudine. Tutti i professori della morale pubblica, gli diventano, come a Giobbe, dei consolatori insopportabili.
Per credere nella legge, bisogna che egli senta, sotto la legge, il giudice; per credere al giudice bisogna che egli senta, sotto il giudice, il padre. Altrimenti ogni ragione ed ogni etica s’infrangono di fronte all’esistenza dell’io che sanguina. Ogni uomo è Narciso: per preferire l’Altro, bisogna che egli trovi nell’Altro il suo io più profondo.
(Gustave Thibon, La scala di Giacobbe, trad. it., AVE, Roma 1947, p. 82)