Halloween: opposizione o continuità?

La notte di Halloween e la festa cristiana dei santi: opposizione o continuità? Appunti in chiave educativa per la scuola e la catechesi in forma di recensione a La notte delle zucche. Halloween: storia di una festa di P. Gulisano e B. O’Neill.  Recensione di Andrea Lonardo

Il nome Halloween è indiscutibilmente termine di origine cristiana: è parola composta da hallow: ‘santificare’, ed eve: abbreviazione di evening che significa ‘sera’. Halloween, insomma, deriva da All Hallow’s Eve e vuol dire semplicemente ‘Sera della festa dei Santi’, ‘Vigilia della festa dei santi’.
La Chiesa cattolica fa memoria, infatti, il’1. novembre di tutti i santi e la sera del 31. ottobre è appunto la vigilia della festa. Ma il 1. novembre era il giorno della festa celtica di Samhain ed alcune delle tradizioni dell’odierna Halloween vi rimandano. Cosa è avvenuto? Perché questa coincidenza? Halloween è una festa pagana o cristiana? Siamo dinanzi ad una espropriazione cristiana o ad un camuffamento sincretista di riti magici? Cosa è bene fare in campo educativo? Incoraggiare o opporsi alla celebrazione di Halloween?

P. Gulisano e B. O’Neill tracciano con il loro libretto La notte delle zucche. Halloween: storia di una festa (Ancora, Milano, 2006, pp.96, euro 7.00) la traiettoria storica che permette di rispondere a queste domande.

Il passaggio da Samahin ad Halloween manifesta un atteggiamento tipico del Cristianesimo che non disprezza mai quanto gli preesiste storicamente, ma ne sa cogliere il valore per riproporlo alla luce della pienezza di vita che proviene dal vangelo[1]. I due Autori invitano così a raccontare alle nuove generazioni come avvenne che questa antica festa divenne cristiana:

“Si trattò di qualcosa che poteva avvenire in quello straordinario crogiolo di popoli, culture, tradizioni che fu il Medioevo, dove il Cristianesimo agì come forza eccezionale per unire, salvare, selezionare, elaborare tutto ciò che proveniva da prima di sé, vagliando ogni cosa e trattenendo ciò che aveva valore. Fu un’opera colossale, con la quale, alla fine, la giovane Chiesa non edificò soltanto se stessa, ma l’intero edificio della civiltà europea, fatto di culture, lingue, usi, costumi e, naturalmente, celebrazioni. Per quanto possibile si cercò di ricondurre tutto ad un’unità, seppur rispettosa delle particolarità, delle specificità. Fu il caso delle feste, dove si giunse ad impiantare la liturgia cristiana sul terreno delle tradizioni precedenti, tenendo conto di quelle che erano i tre grandi elementi costitutivi del mondo europeo: la tradizione romana, quella celtica e quella germanica”.

La festa celtica di Samhain “era un momento di contemplazione gioiosa, in cui si faceva memoria della propria storia, della propria gente, dei propri cari, in cui si celebrava la speranza di non soccombere alle sventure, alle malattie, alla morte stessa, che non era l’ultima parola, se era vero che i propri cari, almeno una volta l’anno, potevano essere in qualche modo presenti. Nella magica notte di Samhain non erano le oscure forze del caos che riportavano nel mondo i morti, ma il ricordo e l’amore dei vivi che li celebravano gioiosamente”.

L’annuncio del vangelo nel mondo celtico si misurò con questa tradizione che manifestava il desiderio che la morte non fosse l’ultima parola sulla vita umana e testimoniava, a suo modo, la speranza nell’immortalità delle anime. Il cristianesimo comprese che la propria convinzione della costante presenza ed intercessione della chiesa celeste, della comunione dei santi che già vivono in Dio, poteva rinnovare dall’interno l’attesa ed il desiderio che la tradizione di Samhain celebrava. La resurrezione di Cristo era l’annuncio che la presenza benedicente dei propri defunti non era pura illusione, ma certezza dal momento che noi, i viventi di questa terra, viviamo accompagnati dal Cristo e da tutti i suoi santi. Samhain divenne così Halloween.

P. Gulisano e B. O’Neill prendono per mano il lettore e gli fanno conoscere, innanzitutto, alcuni aspetti dell’antico modo celtico di scandire con le feste il tempo:

Samahin era “il capodanno celtico[2] posto all’inizio dell’inverno, anche se in realtà a metà strada tra l’equinozio d’autunno e il solstizio d’inverno; si differenziava nettamente da altre antiche culture europee, in particolare quelle delle civiltà mediterranee, per le quali l’inizio dell’anno era posto all’equinozio di primavera. Chiari echi di questa tradizione si sono conservati nel nome stesso di questa stagione (primum vere in latino significa ‘prima stagione’) o nel nome del mese di aprile, letteralmente il mese che apriva l’anno”.

Era legata a questo periodo dell’anno l’immagazzinamento delle provviste che dovevano servire per i mesi invernali, che erano la garanzia della continuità della vita. L’uomo ripeteva così il ritmo della natura che sembrava morire con i suoi semi che scomparivano sotto la neve, ma che sarebbero tornati a dare nuova vita. Nei villaggi si accendeva nella notte il nuovo fuoco e la sua luce veniva poi portata in tutte le case. Ma i simboli della vita che si preparava nascostamente a rinascere toccavano anche i morti.

Infatti, “si credeva che le anime di coloro che erano venuti a mancare durante l’anno avessero il permesso di tornare sulla terra”, nel giorno di Samhain.

“Il significato di Samhain per gli antichi Celti era dunque quello di un vero e proprio ‘passaggio’, il sostituirsi di un tempo e di un ordine all’altro.

Le feste dedicate ai defunti e agli antenati, quindi alla fecondità garantita da chi ha già affrontato il ciclo naturale della morte e della rinascita, sono comuni a molti sistemi etnoreligiosi. E, nelle ‘feste dei morti’, è abbastanza comune che essi rechino anche dei doni ai vivi: il morto appartiene all’immaginario dell’eterno ciclo naturale del nascere e dello spegnersi, del letargo e del rifiorire della natura. La grande festa autunno-invernale di Samhain era dunque anche dedicata ai morti e principalmente agli antenati”.

Il passaggio da questa antica tradizione a quella rinnovata di Halloween avvenne nell’VIII secolo, ad opera dei vescovi e dei monaci del regno dei Franchi ed, in particolare, per iniziativa di Alcuino di York:

“Se il culto dei singoli martiri e santi risale ai primissimi secoli, a partire dalla fine del IV secolo si sentì in Oriente l’esigenza di celebrare tutti i santi, conosciuti o ignoti, in un’unica festa: la Chiesa siriaca durante il tempo pasquale, la bizantina la domenica successiva alla Pentecoste… Ogni chiesa locale manteneva tuttavia il proprio calendario e venerava i propri santi. Nelle aree d’Europa di più forte tradizione celtica il ricordo di Samhain era ancora vivido e così si decise di coniugare il culto dei santi all’antica ricorrenza.
Così l’episcopato franco istituì nell’VIII secolo la festa di Ognissanti: il principale promotore di tale iniziativa fu Alcuino di York, monaco sassone di formazione irlandese, che era uno dei più autorevoli consiglieri di Carlo Magno. Egli, che ben conosceva le forme di religiosità precristiana delle isole britanniche, sapeva quanto fosse stata importante per le popolazioni dell’area celtica la festa diSamhain, e quanto fosse necessario cristianizzarla, sottolineando l’aspetto della santità e della comunione dei santi, legame tra le generazioni di cristiani, dei presenti e di coloro che ci hanno preceduti.
Questa felicissima intuizione teologica ebbe seguito: pochi anni dopo, l’imperatore Ludovico il Pio, su richiesta di papa Gregorio IV, ispirato a sua volta da consiglieri come il vescovo di Fiesole e il missionario irlandese Donagh (conosciuto in seguito come san Donato di Fiesole), estese tale festa a tutto il regno franco. Fu circa alla metà del IX secolo dopo Cristo che la ricorrenza di Ognissanti venne ufficialmente istituzionalizzata, collocata alla data del 1° novembre e quindi estesa a tutta la Chiesa, per opera del Papa Gregorio IV.
Ci vollero tuttavia ancora diversi secoli, perché la festività di Ognissanti fosse obbligatoria in tutta la Chiesa Universale, il che avvenne grazie al pontefice Sisto IV nel 1475”.

P. Gulisano e B. O’Neill raccontano come ben presto si decise di legare alla festa dei Santi anche la commemorazione di tutti i Defunti, di coloro che non erano morti in piena santità di vita, perché si pregasse per loro e perché si coltivasse la speranza certa della loro salvezza e della loro intercessione per i loro cari in terra:

“La stretta associazione con la commemorazione dei defunti, celebrata il giorno successivo, fu istituita solo nel 998 dopo Cristo, trovando slancio nell’ambiente monastico benedettino.
Fu infatti Odilone di Cluny a dare l’avvio a quella che sarà una nuova e longeva tradizione delle società occidentali. In quell’anno egli diede disposizione affinché i cenobi dipendenti dall’abbazia celebrassero il rito dei defunti a partire dal vespro del 1° novembre. Il giorno seguente era invece disposto che fosse commemorato con un’eucaristia offerta al Signore, pro requie omnium defunctorum. Un’usanza che ben presto si diffuse in tutta l’Europa cristiana, per giungere a Roma più tardi”.

Era così compiuta la piena valorizzazione dell’antica tradizione celtica nella fede cristiana. Le due celebrazioni cristiane dei Santi e dei Defunti annunciavano ora che non era stato un errore credere che i morti potessero visitarci. Il Cristo era venuto a rinnovare questa fiducia su di una base molto più salda, dando agli uomini un dono che superava ogni loro desiderio, la comunione reale e continua della chiesa della terra e di quella del cielo.

È utile a questo punto soffermarsi a cogliere le conseguenze educative di questa ricostruzione storica: il binomio Samhain-Halloween può sempre di nuovo essere raccontato in primo luogo perché i bambini non abbiano paura dei santi e dei morti, ma imparino a confidare nell’assistenza di coloro che sono già in cielo, in secondo luogo perché sappiano che esiste un modo per amare chi non è più su questa terra e che esso consiste nel pregare per loro, in terzo luogo perché i piccoli possano riflettere sui desideri profondi del cuore umano che non si rassegna a vedere scomparire nel nulla i propri cari e sulla bellezza del vangelo che mostra che questi desideri non restano inappagati, ma vengono realizzati dalla misericordia di Dio, in quarto luogo perché possano comprendere la ricchezza della storia della chiesa e l’atteggiamento del discernimento che sempre la deve caratterizzare.

Una questione si impone, però, ancora, secondo le ricerche dei due Autori, e non può essere elusa: se questo è il percorso storico che ha portato alla nascita di Halloween, da dove viene, allora, l’aspetto macabro che caratterizza i modi celebrativi che il marketing economico sta imponendo alle nuove generazioni?

I due Autori, nel prosieguo della loro ricerca, mostrano come sia avvenuto che la festa sia stata svuotata sia della speranza che animava il mondo celtico pagano, sia del suo compimento che aveva caratterizzato la sua rilettura cristiana:

“Nella corrente letteratura esoterica ed occultistica si danno delle fantasiose e infondate versioni della festa di Samhain che sono poi quelle che fanno da riferimento alle moderne celebrazioni stregonesche e neopaganeggianti e che hanno creato agli occhi di molte persone l’immagine inquietante di Halloween.
Secondo queste versioni, Samhain sarebbe stato il nome di una oscura divinità, ‘Il Signore della morte’, ‘Il Principe delle Tenebre’, che in occasione della sua celebrazione chiamava a sé gli spiriti dei morti, facendo sì che tutte le leggi dello spazio e del tempo fossero sospese per una notte, permettendo agli spiriti dei morti e anche ai mortali di passare liberamente da un mondo all’altro. Per questo Samhain viene considerato dai moderni e fantasiosi esoteristi come un momento dedicato alla divinazione, in cui cioè si può facilmente prevedere il futuro e predire la fortuna.
In realtà ciò che gli antichi Celti celebravano a Samhain era la sacra relazione della vita con la morte. Niente a che vedere dunque con il terrore di morti, in cerca di nuovi corpi da possedere, o di spiriti maligni e terribili divinità dell’oscurità venute a soggiornare sulla terra e ad imprigionare e uccidere il sole. Samhain era invece la festa della comunione, dell’unità tra i vivi e i morti, dei quali non si aveva paura, ai quali si portava rispetto. Si pensava che in questo giorno i morti potessero tornare nella terra dei vivi per festeggiare con la propria famiglia, tribù o clan. Samhain era l’occasione sacra in cui la barriera che separa il mondo dei vivi dal mondo dei morti poteva venir meno e a questi ultimi era concesso un fuggevole ritorno sulla terra… Si spiegano così alcuni gesti tradizionali, come far trovare le luci, perché i morti potessero ritrovare la via, far trovare cibo nelle tavole, perché gli antenati trovassero i loro cari ancora vivi felici e, non avendoli dimenticati, si preoccupavano ancora di far trovare loro cibo (da qui il trich-or-treat, scherzetto o dolcetto)”.

Il passaggio a questa visione non più religiosa della festa avvenne in età molto recente, nascondendo a bella posta l’antica tradizione celtica:

“In epoca vittoriana furono gli strati più elevati della società ad impadronirsi della festa: era di moda, in America, organizzare feste, soprattutto a scopo benefico, la notte del 31 ottobre. Era necessario tuttavia, perché Halloween fosse bene accetta in società, eliminare ogni riferimento di tipo religioso, in particolare la visione della morte, amplificando i giochi e la parte scherzosa e ludica della festa.
Poi, contrariamente alla tradizione macabro-romantica del gusto e della letteratura, la ‘festa dei morti’ di ancestrale tradizione celtica, perduta la sua giustificazione cristiana, si trasformò in una specie di celebrazione dell’oscurità, della magia, con contorno di streghe e demoni.
La solidarietà tra le generazioni, tra i morti e i vivi, aveva lasciato posto ad un terrore cupo e gotico della morte.
Halloween subì un processo di ‘de-cattolicizzazione’, e anche di ‘de-celtizzazione’. Gli antichi miti celtici di rigenerazione erano stati spazzati via dalla nuova visione orrorifica, estremamente moderna nel suo essere allo stesso tempo scientista, positivista e affascinata dall’elemento magico-occultistico”.

Qui è necessario il discernimento educativo. I due Autori non propongono, al termine della loro analisi, una scelta educativa di opposizione alla festa. Essa può essere, invece, occasione per una riscoperta degli antichi motivi che hanno dato origine a questa tradizione, “liberandola dalla dimensione puramente consumistica e commerciale e soprattutto estirpando la patina di occultismo cupo dal quale è stata rivestita. Si faccia festa, dunque, una festa a lungo attesa, e si spieghi chiaramente che si festeggiano i morti e i santi, l’avvicinarsi dell’inverno, il tempo di una nuova stagione e di una nuova vita. Si festeggi san Martino, si mangino zucche, fave e dolci. Oratori, scuole e famiglie si impegnino in modo positivo e perfino simpatico affinché i bambini vengano educati a considerare la morte come evento umano, naturale, di cui non si debba aver paura.
Tutto ciò, magari anche sotto la forma del gioco, può essere frutto di profonda riflessione e, perché no, di conversione. In fondo, non c’è nessuno che di fronte alla morte non si senta mettere in questione il proprio stile di vita, fosse pure per una volta all’anno… all’inizio di novembre”.

Andrea Lonardo

Come fare allora, per non mortificare i nostri ragazzi cattolici che stanno osservando i loro compagni di scuola nei preparativi gioiosi per Halloween? Beh, comportiamoci da veri cattolici: non demonizziamo, ma spieghiamo e cambiamo una festa lugubre in qualcosa di luminoso, interessante e adatto per stare in allegra compagnia.

Una copia di amici tedeschi, Julia ed Otti, con ben cinque figli, mi aveva raccontato l’anno scorso come si erano organizzati loro, e l’idea mi è piaciuta moltissimo:

“Ieri, insieme ad una famiglia amica, abbiamo festeggiato, a modo nostro, “Halloween”, la vigilia di Ognissanti. I ragazzi si erano travestiti chi da Madonna (ben tre), chi da Sant’Elisabetta, da San Giorgio, da Arcangelo Michele, da S. Barbara e da S. Teresina. In totale eravamo quattro adulti e 8 bambini, sei femmine e due maschietti. Noi adulti figuravamo soltanto come accompagnatori perché non eravamo certi delle eventuali reazioni. Una preghiera, e via! Siamo andati di casa in casa e quando ci aprivano la porta, i bambini si sono presentati con la frase scelta da loro: “Buona sera, domani è la festa di Ognissanti, e le porto il saluto della Madonna, di Santa Barbara, dell’arcangelo Michele,….” Cioè ogni bambino ha portato alle famiglie il saluto del Santo che aveva scelto di rappresentare. Hanno intascato un sacco di “Allerheiligenstriezel”, dolci tipici per l’occasione di Ognissanti, e squisiti. Lungo la strada avevamo incontrato qualche zucca orribilmente devastata e al loro saluto: “Happy Halloween”, loro rispondevano “Felice festa di Ognissanti!”

Ebbene, visto il successo dello scorso anno sono riusciti a coinvolgere per quest’anno i genitori ed i bambini della loro parrocchia. Durante le preparazioni c’è inoltre tutto il tempo per raccontare e approfondire la vita dei Santi, scelti dai bimbi.

Un po’ di fantasia, un po’ di coraggio possono dare una svolta positiva a ogni cosa. Come d’altra parte, la Chiesa ha sempre sostenuto: non cancellare per testimoniare, ma adeguare le circostanze a favore della fede. La Chiesa non usa metodi traumatici.

Uno dei dolci più gettonato in Germania e Austria per la festa di Ognissanti è il Allerheiligenstriezel. Si tratta di uno “Zopf dolce” e si usa perché la treccia è fatta appunto di tre  rottoloni in onore della SS. Trinità.

Ingredienti per 4 porzioni:

500 g farina, 20 g lievito, 50 g zucchero, 100 g Burro, 3 rossi d’uovo, 1cucchiaino di sale, 1 cucchiaio di polvere di un budino alla vaniglia, 1 cucchiaino di vanillina, 1 cucchiai di Rum 1 uovo, 1 manciata di zucchero grosso, 1/4 l di latte

Preparazione:

Prendere tutti gli ingredienti (eccetto il rosso d’uovo e lo zucchero grosso) e impastare. Lasciare riposare l’impasto di lievito in un luogo caldo affinché non sarà raddoppiato. Dividere l’impasto in tre pezzi della stessa misura, dopodichè lavorare con le mani ogni pezzo per ottenere dei rotoloni lunghi. Intrecciare questi in piccole trecce (ognuno di ca. 25 cm di lunghezza).

Deporre gli Striezel su una teglia, precedentemente coperta di carta da forno, lasciar riposare per altri 20 minuti.

Lavorare con una forchetta il rosso d’uovo, metterlo con un pennello sulle trecce e distribuire su tutti lo zucchero a granelli grossi. Mettere nel forno appena acceso a 180° e quindi ancora freddo, e lasciar cuocere per 45 minuti.

E le zucche? Le possiamo dipingere, no? Sono molto carine. Oppure: prendiamone una, tagliamola a metà, la svuotiamo per preparare: risotto alla zucca, torta alla zucca, gnocchi alla zucca, marmellata alla zucca,…etc. e poi lasciamo l’inventiva ai bambini, aiutando di qua e di la. Non c’è limite alla fantasia, come si può vedere qui:

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19 pensieri su “Halloween: opposizione o continuità?

  1. Sano equilibrio….!

  2. 61Angeloextralarge

    Copio e faccio girare! Ste zucche… che zucche vuote di senso… ;-)

    • Ma anche il terrorismo anti-Halloween è esagerato!… No?

      • 61Angeloextralarge

        Addo’ sta sto terrorismo? Non l’ho ancora visto!

        • 61Angeloextralarge

          .: dalle mie parti non c’è, anzi c’è il ri-lassismo. Sigh, sigh! :-(

          • Non sei su Facebook, Angela! Una totale mancanza di quell’equilibrio tipicamente cattolico.
            Invece di cercare di sfruttare questa occasione per Cristo, la si demonizza soltanto. Così sono capaci tutti…il vero impegno sta nel fatto di riscoprire al massimo le radici antichi e ridare al Cattolicesimo quel ch’è suo. :D

      • Condivido anche io, Annarosa! La demonizzazione di Halloween serpeggiante tra i cattolici mi ricorda gli eccessi di certo fondamentalismo protestante (soprattutto americano), quando il Signore invece ci ha detto che non spezzerà la canna incrinata. I cattolici non devono trasformarsi in una congrega di rancorosi e risentiti membri di una sorta di contro-società e mettersi a maledire il “mondo” corrotto da Satana. Halloween piuttosto è il sintomo di un rapporto falsato e malato tra la festa e la ferialità. Ciò significa che si è perso non solo il senso delle tradizioni autentiche, ma perfino della quotidianità, diventata così opprimente da voler “evadere” a ogni occasione utile (e la parola è significativa: si “evade” da una prigione, la ferialità è diventata così opprimente che va colta ogni occasione di “evasione”). Questa è la malattia. E non si cura scagliandosi ciecamente contro i sintomi, Questi spariranno da sé quando l’organismo sarà sanato dalla patologia che lo aggredisce. Grazie a Karin per aver postato un articolo così equilibrato e pieno di sano realismo cattolico!

  3. mariella santarelli

    l’eterno riposo dona a loro o Signore splenda ad essi la luce perpetua riposino in pace Padre nostro che sei nei cieli sia snatificato il tuo nome venga il tuo regno sia fatta la tua volont come in cielo cos in terra dacci oggi il nostro pane quotidiano e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori non indurci in tentazione liberaci dal male sia lodato e ringraziato ogni momento il santissimo e divinissimo gran sacramento gloria al padre al figlio ed allo spirito santo

  4. 61Angeloextralarge

    Karin: quanta roba ci si scrive su facebook? Un richiamino all’equilibrio ci starebbe mooolto bene! ;-)

  5. Pingback: HOLYween 2012 | Sant'Emidio nel mondo

  6. Grazie, stavo proprio preparando una catechesi ai miei piccoli in parrocchia (2° elementare) sulla Festa dei Santi spiegando anche qualcosa si Halloween…
    Certo, non una spiegazione storica, ma una chiarificazione: l’uomo ha sempre avuto un’attenzione speciale ai suoi morti, si è sempre fatto domande in merito, ha sempre temuto la morte.
    Ha creato diversi riti, ha cercato di capirla, di scacciarla a volte addirittura di farsela amica…
    Poi è arrivato Gesù e abbiamo capito, perché ce lo ha promesso lui, che “siamo nati e non moriremo mai più”…

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