Inesausta densità

di Gustave Thibon

Motivo della nostra severità nei confronti del prossimo e della nostra indulgenza verso noi stessi: noi non ci identifichiamo mai con i nostri atti bassi o mediocri; sappiamo (o supponiamo) che c’è in noi una densità, una profondità, una sostanza che i nostri atti non esauriscono e che può sempre produrre atti migliori. Nel prossimo, invece, non percepiamo che gli atti, e, quando questi atti ci urtano o ci deludono, siamo istintivamente tentati di confonderli con la persona, di immaginarci per esempio che l’invidioso non è che invidia, il vizioso che vizio, il mediocre che mediocrità. Sappiamo che i nostri atti non sono che accidenti; degli atti del prossimo, facciamo volentieri sostanze.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, pp. 205-206)

Categorie: Thiboniana | 5 commenti

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5 pensieri su “Inesausta densità

  1. Ma quanto è vero questo e, tra l’altro, uno dei punti ai quali devo stare molto attenta.
    Punto debole! :(

    • La cosa che a me fa male, è che la maggior parte dei cattolici, che dovrebbe distinguersi per profondità, o almeno tentativo di non essere superficiali, vive alla fine così.
      Credo che sia il limite più grande che ci sia ora nella nostra Chiesa.
      Invece di ‘costruire’ in nome di DIo, contribuisce a disperdere …

  2. 61Angeloextralarge

    Andreas: sto continuando a leggere il “mio” Thibon e non mi basta mai il Thibon on-line. Questo post capita a fagiolo per alcune situazioni esterne che vivo attualmente.
    Molto vero, come già ha detto Gesù di separare il peccato dal peccatore, ma purtroppo, non lo si mette in pratica.
    Grazie per avercelo ricordato. Smack! :-D

  3. Avete tutte e tre ragione. Credo sia una tentazione dell’essere umano in quanto tale. Nessuno di noi ne è esente, il sottoscritto in primis. Mi ricordo infatti che sui testi di psicologia sociale si studia proprio questo meccanismo di attribuzione della responsabilità morale: quando si tratta di imputare la responsabilità di un nostro comportamento negativo c’è una netta differenza a seconda che a giudicare siano gli altri o noi stessi. Gli “estranei” tendono ad attribuire la responsabilità più al soggetto che ha compiuto l’azione che non alle circostanze. Nell’autogiudicarci, viceversa, attribuiamo più rilevanza alle circostanze e imputiamo minor responsabilità a noi stessi. Nel primo caso si sovrastima la responsabilità personale, nel secondo caso si sottostima. Eccessiva severità o eccessiva indulgenza, difficile uscire da questa gabbia. Lo sapeva bene il Signore, ecco perché il Vangelo ammonisce contro il giudizio.
    Noi proprio non siamo in grado di giudicare, non abbiamo “strumenti” sufficientemente “calibrati”. Spesso dimentichiamo quanto sia limitata la nostra conoscenza. Nel suo Grammatica dell’assenso il cardinal Newman ricorre a un’immagine molto chiara per illustrarlo. Un uomo è certo di aver visto in lontananza un amico, gli si avvicina per salutarlo e si accorge che in realtà si trattava solo di alcuni rami e di un’ombra proiettata da un albero. Anche adesso la sua conoscenza è certa – ora è certo che la figura intravista era un’ombra e non il suo amico – ma è senz’altro più vera di quella precedente. Essere certi ed essere infallibili dunque sono cose ben differenti.
    Dalla trappola del giudizio si esce solo esercitando misericordia verso noi stessi e verso gli altri.

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