Non amo la serietà. Penso che sia antireligiosa. O, se preferite l’espressione, è un vezzo di tutte le false religioni. Chi prende tutto seriamente è colui che idolatra ogni cosa: si prostra davanti a oggetti di legno e pietra affondando le sue membra come le radici di un albero o si profonde in inchini come la pietra infossata sul ciglio della strada. Spesso si discute se gli animali siano in grado di ridere. Dicono che la iena ride: ma la sua risata ricorda piuttosto il «grido d’incoraggiamento ironico» di un parlamentare. Tutt’al più fa una risata ironica. In generale è vero che tutti gli animali tranne l’uomo sono seri. E credo che lo dimostri il fatto che anche tutti gli esseri umani con uno spiccato interesse per gli animali sono seri; molto più seri di quanto non siano gli uomini riguardo a qualsiasi altro argomento. I cavalli sono seri; hanno un muso lungo e grave. Ma gli appassionati di cavalli sono altrettanto seri: fantini o addestratori o stallieri; anch’essi hanno volti lunghi e gravi. I cani sono seri: mostrano propriamente quella combinazione di coscienziosità moderata e vanità smisurata che contraddistingue quasi tutte le religioni moderne. Ma, per quanto possano essere seri questi animali, difficilmente lo sono di più degli stessi allevatori, o dei ladri di cani. Questi ultimi devono essere particolarmente seri se sostengono di aver ritrovato il cane. La minima traccia di ironia, per non dire di leggerezza sui loro volti, sarebbe ovviamente disastrosa per i loro piani.
(G.K. Chesterton, La serietà non è una virtù, tr. it., Lindau, Torino 2011, pp. 7-8)
Una delle regole fondamentali per il discernimento degli spiriti potrebbe essere dunque la seguente: dove manca la gioia, dove l’umorismo muore, qui non c’e nemmeno lo Spirito Santo, lo Spirito di Gesù Cristo. E viceversa: la gioia è un segno della grazia. Chi è profondamente sereno, chi ha sofferto senza per questo perdere la gioia, costui non è lontano dal Dio del vangelo, dallo Spirito di Dio, che è lo Spirito della gioia eterna.
(Joseph Ratzinger, Il Dio di Gesù Cristo, Queriniana, Brescia978, p. 129
Il miglior palliativo dell’angoscia è la convinzione che Dio ha il senso dell’umorismo.
(Nicolás Gómez Dávila, Escolios a un texto implícito. Selección, Villegas, Bogotá 2001, p. 183)
Secondo la nuova filosofia dell’autostima e dell’autoaffermazione, l’umiltà è un vizio. […] Essa accompagna ogni grande gioia della vita con la precisione di un orologio. Nessuno per esempio è mai stato innamorato senza abbandonarsi a una vera e propria orgia di umiltà. […] Se oggi l’umiltà è stata screditata come virtù, non sarà del tutto superfluo osservare che questo discredito coincide con il grande regresso della gioia nella letteratura e nella filosofia contemporanee. […] Quando siamo genuinamente felici pensiamo di non meritare la felicita. Ma quando pretendiamo un’emancipazione divina, sembriamo avere la certezza assoluta di non meritare nulla.
(G.K. Chesterton, Difesa dell’umiltà, in L’imputato, Lindau, Torino 2011, p. 102)
La fede rende l’uomo più leggero, lo si può vedere nei Padri della Chiesa, soprattutto nella teologia monastica: credere significa diventare come angeli, come dicono i Padri. Possiamo volare perche non siamo più un peso a noi stessi, perché non ci prendiamo così drammaticamente sul serio. Diventare credenti significa diventare leggeri, uscire da un baricentro che ci fa tendere in basso, e salire alla libertà e alla leggerezza della fede.
(Joseph Ratzinger, Il sale della terra, San Paolo, Cinisiello Balsamo 1997, p. 32)