Ogni purificazione presuppone una distruzione. Il cammino della santità è una via cosparsa di rovine, ma di rovine di quello che non è. La nostra verità non si accresce che sullo sfogliarsi delle menzogne.
(Gustave Thibon, La scala di Giacobbe, AVE, Roma 1947, p. 112)
Mio Gesù,
fin dalla mia infanzia mi hai chiamato e tenuto come Tua, e ora che entrambi abbiamo preso la stessa strada, ora, Gesù, io vado nella direzione sbagliata. Dicono che le anime all’Inferno soffrono pene eterne a causa della perdita di Dio. Affronterebbero volentieri tutta quella sofferenza se avessero soltanto una piccola speranza di possedere Dio. Nella mia anima, io sento proprio quel terribile dolore di perdita, che Dio non mi vuole, che Dio non è Dio, che Dio non esiste veramente (Gesù, Ti prego, perdona le mie bestemmie, ma mi è stato detto di scrivere tutto). Questa oscurità mi circonda da ogni lato. Non riesco a innalzare l’anima a Dio. Nessuna luce né ispirazione entra nella mia anima. Parlo di amore per le anime, di tenero amore verso Dio. Sulle mie labbra scorrono parole e io desidero con profondo, struggente desiderio di credere in esse. Per che cosa mi affatico? Se non c’è Dio non ci può essere anima, se non c’è anima, allora anche Tu, Gesù non sei vero. Cielo… quale vuoto. Non un singolo pensiero del Cielo mi entra nella mente, perche non c’è speranza. Ho paura a scrivere tutte le cose terribili che mi passano per l’anima. Devono ferirTi.
Nel mio cuore non c’è fede, né amore, né fiducia, c’è cosi tanto dolore, il dolore del desiderio, il dolore di non essere voluta. Io voglio Dio con tutta la forza della mia anima, ma tra noi c’è una terribile separazione. Non prego più: pronuncio le parole delle preghiere della comunità e faccio tutto ciò che posso per ottenere da ciascuna parola la dolcezza che deve dare, ma la mia preghiera di unione non c’è più. Non prego più, la mia anima non è una sola cosa con Te, eppure quando sono sola per strada parlo per ore con Te, del mio desiderio di Te. Quanto sono intime quelle parole, ma al tempo stesso così vuote, perché mi lasciano lontana da Te.
L’opera non contiene gioia, né attrazione, né zelo. Ricordo quando ho detto alla madre provinciale che me ne andavo da Loreto per le anime, per una sola anima, e lei non riusciva a capire le mie parole. Io faccio del mio meglio, mi consumo, ma sono più che convinta che l’opera non sia mia. Non metto in dubbio che sei stato Tu a chiamarmi, con così tanto amore e forza. Sei stato Tu, lo so. Per per questo che l’opera è Tua, e sei Tu anche adesso, ma io non ho fede, non credo. Gesu, non lasciare che la mia anima sia ingannata e non lasciare nemmeno che io inganni altri.
Nella chiamata mi avevi detto che avrei dovuto soffrire molto. Dieci anni, mio Gesù. Hai fatto di me secondo la Tua volontà. Gesù, ascolta la mia preghiera: se ciò Ti fa piacere, se il mio dolore e la mia sofferenza, la mia oscurità e la mia separazione Ti danno una goccia di consolazione, mio Gesù, fa’ di me quello che Tu vuoi, fino a quando lo vuoi, senza nemmeno uno sguardo ai miei sentimenti e al mio dolore. Sono Tua. Imprimi sulla mia anima e sulla mia vita le sofferenze del Tuo cuore. Non badare ai miei sentimenti, non badare nemmeno al mio dolore. Se la mia separazione da Te conduce altri verso di Te, e se nel loro amore e nella loro compagnia Tu trovi gioia e diletto, allora, Gesu, sono disposta con tutto il mio cuore a soffrire tutto cio che soffro, non solo adesso, ma per tutta l’eternità, se questo fosse possibile. La Tua felicità è tutto ciò che voglio. Per il resto, Ti prego, non curarTi nemmeno di me, anche se mi vedi svenire dal dolore. Tutto questo è mia volontà. Voglio saziare la Tua sete con ogni singola goccia di sangue che puoi trovare in me. Non permettermi di offenderTi in alcun modo, togli da me il potere di ferirTi. Cuore e anima lavorerò per le sorelle, perche Ti appartengono. Ciascuna e tutte sono Tue.
Ti prego solo di una cosa: per favore, non prenderTi la briga di tornare presto.
Sono pronta ad aspettarTi per tutta l’eternità.
La Tua piccola
(Madre Teresa, Lettera a Padre Picachy del 3 settembre 1959, in Sii la mia luce, Rizzoli, Milano 2007, pp. 200-202)
Dialettica della disperazione — Affermo contro i nichilisti contemporanei (Bataille, Sartre, ecc.) il valore essenziale dell’esperienza della disperazione. Però, mentre per essi la disperazione è un fine, per noi è un passaggio, una prova. Il colmo della santità per il cristiano consiste nel rifiuto alla disperazione. Per rifiutare la disperazione, bisogna, dapprima, provarla, soffrirla a fondo (e dunque valore essenziale: Deus, Deus meus, quare me dereliquisti?), ma al tempo stessa è necessario sormontarla con un atto d’amore cieco, incondizionato (non è dunque valore supremo: in manus tuas commendo spiritum meum). Mentre i nichilisti predicano la disperazione pura e semplice, noi predichiamo con San Paolo la divina speranza contro l’umana speme. Non si possiede Dio nella sua sovrannaturale purezza se non attraverso ad una disperazione patita e superata. Più precisamente insegniamo non la disperazione, ma la speranza senza consolazione né complicità naturali, una speranza che, al di là di tutte le apparenze, di tutte le possibilità umane schierate contro di lei, si appoggia unicamente sulla misericordia ineffabile di Colui che «non dona come il mondo dona». È, in realtà, l’insegnamento di San Giovanni della Croce: per sperare in Dio solo, bisogna aver disperato di tutto ciò che non è Dio.
(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, Brescia 1949, pp. 116-117)