filia ecclesiae

Inconvertibilità dei “buoni”

Berlicche a Malacoda:

Tutti gli estremi, eccetto la estrema devozione al Nemico, sono da incoraggiarsi. Non sempre, naturalmente, ma sì in questo periodo. Alcune età sono tiepide e compiacenti, ed è nostro affare cullarle in un sonno ancor più profondo. Altre età, delle quali la presente è una, sono squilibrate e pronte alla faziosità, e allora il nostro compito è di eccitarle. Qualsiasi piccola cricca, tenuta insieme da qualche interesse che gli altri ignorano o che dispiace, tende a sviluppare nel suo seno un’ammirazione reciproca, da serra, e verso il mondo esterno un bel po’ d’orgoglio e di odio ai quali si concede senza vergogna perché la «Causa» ne è garante e perché si pensa che quel sentimento sia impersonale. Perfino qualora il gruppetto abbia avuto origine per gli scopi del Nemico tutto quanto ho detto rimane vero. Noi vogliamo che la chiesa sia piccola non solo perché meno uomini conoscano il Nemico, ma anche perché quanti lo conoscono acquistino quell’intensità agitata e quel senso difensivo della propria rettitudine che è la caratteristica delle società segrete e della cricca. La chiesa stessa è, naturalmente, difesa da grosse batterie, e finora non siamo mai riusciti completamente a darle tutte le caratteristiche di una fazione; ma fazioni secondarie nel suo seno hanno prodotto spesso risultati ammirevoli, dai partiti di Paolo e di Apollo a Corinto, giù fino ai partiti della Chiesa Alta e della Chiesa Bassa in Inghilterra.

(C.S. Lewis, Le lettere di Berlicche, Mondadori, pp. 30-31)

È relativamente facile convertire il peccatore, ma i buoni sono spesso inconvertibili semplicemente perché non vedono la minima necessità di convertirsi. […] Veramente il grande problema è la salvezza di coloro i quali, essendo buoni, pensano di non aver più bisogno di essere salvati e immaginano che loro compito sia rendere gli altri buoni come loro. […] Come cattolico io mi attengo saldamente a quanto inse­gna la Chiesa in merito alla giustificazione e alla grazia. Non si può essere giustificati da una fede che non compie le opere d’amore, perché l’amore è testimonianza ed evidenza del «nuovo essere» in Cristo. Ma appunto questo amore è in primo luogo opera di Cristo in me, non semplicemente qualcosa che scaturisce dalla mia volontà e viene poi appro­vata e ricompensata da Dio. È la fede che apre il mio cuore a Cristo e al suo Spirito, affinché egli possa operare in me. Nessuna delle mie opere può chiamarsi «amore» in senso cristiano se non viene da Cristo. Ma i «buoni» sono ten­tati di credere unicamente nella loro bontà e nella loro ca­pacità di amore, mentre chi comprende la propria nullità è molto più pronto ad arrendersi interamente al dono dell’a­more che egli sa non poter venire in alcun modo da lui.
È con questa mentalita che, nel capitolo successivo, con­sidererò le ambiguita del «fare il bene» , sapendo che quan­do uno è fermamente persuaso della sua rettitudine e bon­tà può perpetrare senza scrupolo la pià spaventosa mal­vagità. Dopo tutto non sono stati gli uomini retti, i santi, i «credenti in Dio» che hanno crocifisso Cristo? E non l’han­no fatto in nome della rettitudine, della santita e di Dio stes­so (Gio 10, 32)?

(Thomas Merton, Diario di un testimone colpevole, Garzanti, Milano 1968, pp. 167-169)