Dal profondo a Te io grido – Benedetto XVI

Cari amici, con l’articolo di ieri “Grido della verità” ho concluso il capitolo sull’abdicazione del Santo Padre Benedetto XVI. Lui non ha mai usato mezzi termini ma secondo il suo carattere limpido, ha nominato il male per quel che è: il male che si nutre della menzogna. Tuttavia, il Papa non avrebbe parlato del male che si trova nell’istituzione della Chiesa, se non avesse avuto, nello stesso tempo, la soluzione. In primo luogo e in assoluto: Cristo! In secondo luogo la sua abdicazione con la quale cadono quegli incarichi che, probabilmente, creavano qualche problema. Il Santo Padre non avrebbe nominate apertamente le insidie presenti nelle istituzioni ecclesiastiche, se non come estremo tentativo di salvezza. In questa prospettiva dobbiamo vedere anche l’abdicazione, non come una resa al male, perché colui che vive nella Luce vede tutto chiaro, ma come una possibile risurrezione in Cristo. Preghiamo per questo, preghiamo per il conclave. Karin

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Dal profondo a te grido, o Signore; Signore, ascolta la mia voce.

Siano i tuoi orecchi attenti alla voce della mia preghiera.

Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi potrà sussistere?

Ma presso di te è il perdono: e avremo il tuo timore.

Io spero nel Signore, l’anima mia spera nella sua parola.

L’anima mia attende il Signor più che le sentinelle l’aurora.

Israele attenda il Signore, perché presso il Signore

è la misericordia e grande presso di lui la redenzione.

Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe.

Salmo 129

La catechesi di Benedetto XVI

 Questo è uno dei Salmi più celebri e amati dalla tradizione cristiana: il De profundis, così chiamato dal suo avvio nella versione latina. Col Miserere, esso è divenuto uno dei Salmi penitenziali preferiti nella devozione popolare.

Al di là della sua applicazione funebre, il testo è prima di tutto un canto alla misericordia divina e alla riconciliazione tra il peccatore e il Signore, un Dio giusto ma sempre pronto a svelarsi «misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà, che conserva il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato» (Es 34,6-7). Proprio per questo motivo il nostro Salmo si trova inserito nella liturgia vespertina del Natale e di tutta l’ottava del Natale, come pure in quella della IV domenica di Pasqua e della solennità dell’Annunciazione del Signore.

 Si teme di perdere l’amore

Il Salmo 129 si apre con una voce che sale dalle profondità del male e della colpa (cf vv. 1-2). L’io dell’orante si rivolge al Signore dicendo: «A te grido, o Signore». Il Salmo poi si sviluppa in tre momenti dedicati al tema del peccato e del perdono. Ci si rivolge innanzitutto a Dio, interpellato direttamente con il «Tu»: «Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi potrà sussistere? Ma presso di te è il perdono; perciò avremo il tuo timore» (vv. 3-4).
È significativo il fatto che a generare il timore, atteggiamento di rispetto misto ad amore, non sia il castigo ma il perdono. Più che la collera di Dio, deve provocare in noi un santo timore la sua magnanimità generosa e disarmante. Dio, infatti, non è un sovrano inesorabile che condanna il colpevole, ma un padre amoroso, che dobbiamo amare non per paura di una punizione, ma per la sua bontà pronta a perdonare.

Una salvezza individuale e collettiva

Al centro del secondo momento c’è l’«io» dell’orante che non si rivolge più al Signore, ma parla di lui: «Io spero nel Signore, l’anima mia spera nella sua parola. L’anima mia attende il Signore più che le sentinelle l’aurora» (vv. 5-6). Ora fioriscono nel cuore del Salmista pentito l’attesa, la speranza, la certezza che Dio pronuncerà una parola liberatrice e cancellerà il peccato.
La terza ed ultima tappa nello svolgimento del Salmo si allarga a tutto Israele, al popolo spesso peccatore e consapevole della necessità della grazia salvifica di Dio: «Israele attenda il Signore, perché presso il Signore è la misericordia e grande presso di lui la redenzione. Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe» (vv. 7-8).
La salvezza personale, prima implorata dall’orante, è ora estesa a tutta la comunità. La fede del Salmista si innesta nella fede storica del popolo dell’alleanza, «redento» dal Signore non solo dalle angustie dell’oppressione egiziana, ma anche «da tutte le colpe»
.
Partendo dal gorgo tenebroso del peccato, la supplica del De profundis giunge all’orizzonte luminoso di Dio, ove domina «la misericordia e la redenzione», due grandi caratteristiche del Dio d’amore.

Dio è capace di cambiamenti

Affidiamoci ora alla meditazione che su questo Salmo ha intessuto la tradizione cristiana. Scegliamo la parola di Sant’Ambrogio: nei suoi scritti, egli richiama spesso i motivi che spingono a invocare da Dio il perdono.

«Abbiamo un Signore buono che vuole perdonare a tutti», egli ricorda nel trattato su La penitenza, e aggiunge: «Se vuoi essere giustificato, confessa il tuo misfatto: un’umile confessione dei peccati scioglie l’intrico delle colpe… Tu vedi con 

Questo è uno dei Salmi più celebri e amati dalla tradizione cristiana: il De profundis, così chiamato dal suo avvio nella versione latina. Col Miserere, esso è divenuto uno dei Salmi penitenziali preferiti nella devozione popolare.

Al di là della sua applicazione funebre, il testo è prima di tutto un canto alla misericordia divina e alla riconciliazione tra il peccatore e il Signore, un Dio giusto ma sempre pronto a svelarsi «misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà, che conserva il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato» (Es 34,6-7). Proprio per questo motivo il nostro Salmo si trova inserito nella liturgia vespertina del Natale e di tutta l’ottava del Natale, come pure in quella della IV domenica di Pasqua e della solennità dell’Annunciazione del Signore.

Si teme di perdere l’amore

Il Salmo 129 si apre con una voce che sale dalle profondità del male e della colpa (cf vv. 1-2). L’io dell’orante si rivolge al Signore dicendo: «A te grido, o Signore». Il Salmo poi si sviluppa in tre momenti dedicati al tema del peccato e del perdono. Ci si rivolge innanzitutto a Dio, interpellato direttamente con il «Tu»: «Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi potrà sussistere? Ma presso di te è il perdono; perciò avremo il tuo timore» (vv. 3-4).
È significativo il fatto che a generare il timore, atteggiamento di rispetto misto ad amore, non sia il castigo ma il perdono. Più che la collera di Dio, deve provocare in noi un santo timore la sua magnanimità generosa e disarmante. Dio, infatti, non è un sovrano inesorabile che condanna il colpevole, ma un padre amoroso, che dobbiamo amare non per paura di una punizione, ma per la sua bontà pronta a perdonare.

Una salvezza individuale e collettiva

Al centro del secondo momento c’è l’«io» dell’orante che non si rivolge più al Signore, ma parla di lui: «Io spero nel Signore, l’anima mia spera nella sua parola. L’anima mia attende il Signore più che le sentinelle l’aurora» (vv. 5-6). Ora fioriscono nel cuore del Salmista pentito l’attesa, la speranza, la certezza che Dio pronuncerà una parola liberatrice e cancellerà il peccato.
La terza ed ultima tappa nello svolgimento del Salmo si allarga a tutto Israele, al popolo spesso peccatore e consapevole della necessità della grazia salvifica di Dio: «Israele attenda il Signore, perché presso il Signore è la misericordia e grande presso di lui la redenzione. Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe» (vv. 7-8).
La salvezza personale, prima implorata dall’orante, è ora estesa a tutta la comunità. La fede del Salmista si innesta nella fede storica del popolo dell’alleanza, «redento» dal Signore non solo dalle angustie dell’oppressione egiziana, ma anche «da tutte le colpe»
.
Partendo dal gorgo tenebroso del peccato, la supplica del De profundis giunge all’orizzonte luminoso di Dio, ove domina «la misericordia e la redenzione», due grandi caratteristiche del Dio d’amore.

Dio è capace di cambiamenti

Affidiamoci ora alla meditazione che su questo Salmo ha intessuto la tradizione cristiana. Scegliamo la parola di Sant’Ambrogio: nei suoi scritti, egli richiama spesso i motivi che spingono a invocare da Dio il perdono.

«Abbiamo un Signore buono che vuole perdonare a tutti», egli ricorda nel trattato su La penitenza, e aggiunge: «Se vuoi essere giustificato, confessa il tuo misfatto: un’umile confessione dei peccati scioglie l’intrico delle colpe… Tu vedi con quale speranza di perdono ti spinge a confessare»
(2,6,40-41: SAEMO, XVII, Milano-Roma 1982, p. 253).

Nell’Esposizione del Vangelo secondo Luca, ripetendo lo stesso invito, il Vescovo di Milano esprime la meraviglia per i doni che Dio aggiunge al suo perdono:

«Vedi quanto è buono Iddio, e disposto a perdonare i peccati: non solo ridona quanto aveva tolto, ma concede anche doni insperati».

Zaccaria, padre di Giovanni Battista, era rimasto muto per non aver creduto all’angelo, ma poi, perdonandolo, Dio gli aveva concesso il dono di profetizzare nel canto: «Colui che poco prima era muto, ora già profetizza», osserva Sant’Ambrogio, «è una delle più grandi grazie del Signore, che proprio quelli che l’hanno rinnegato lo confessino. Nessuno pertanto si perda di fiducia, nessuno disperi delle divine ricompense, anche se lo rimordono antichi peccati. Dio sa mutar parere, se tu sai emendare la colpa»  (2,33: SAEMO, XI, Milano-Roma 1978, p. 175).
Benedetto XVI

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Categorie: Quaresima e S. Pasqua 2013 | Tag: , , , | 8 commenti

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8 pensieri su “Dal profondo a Te io grido – Benedetto XVI

  1. paola

    Complimenti Karin!

  2. Mariella Santarelli

    Gloria al Padre al figlio ed allo spirito santo come era in principio ora e sempre nei secoli dei secoli amen

  3. 61angeloextralarge

    Spero di riuscire ad andare all’Udienza del 27 febbraio. Ci sarà tantissima gente, certamente. Nuona domenica a tutti.

    • Si sono mobilitati in tanti per andarci, e mi dole non poter fare altrettanto. Neanche il 24 per l’ultimo Angelus. Ho quasi una necessità fisica di stare li, ma non ce la faccio, troppo faticoso per me che non sto bene da mesi. Ma offrirò alla Chiesa questo dolore, almeno serve a qualcosa, spero.

      • 61angeloextralarge

        Credo che sia in realtà una nostra necessità. Non tanto per “salutarlo” ma come per “toccare con mano”, anzi “vedere con gli occhi” e “ascoltare con le orecchie” che è “lui”.

  4. Anna

    Oh Karin, nn mi fa piacere sapere ke nn stai bene, spero ke nn sia niente di grave!Cmq ci facciamo compagnia, anche a me nn va per niente bene da un po’, tanto ke ho dovuto lasciare il mio lavoro di corsia, sn infermiera,per uno in un servizio (una grande pena).Come capisco quel ‘vorrei ma nn posso’, io ke amavo girare tanto.Si, troppo faticoso andare a Roma per una toccata e fuga. Saremo là spiritualmente e poi…si vedrà. Offriamo. Ti abbraccio e grazie.

    • Grazie a te, Anna, è molto brutto e tutto d’un tratto non si sa che tegola ti ha colpito. Credo che siano oltre tre anni che non sto mai veramente bene, e spesso abbastanza male.
      Mi dispiace per la tua professione, essere in corsia è completamente diversa da ogni altra attività all’interno dell’ospedale. Comprendo il tuo dispiacere.

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