Lampedusa, quando l’uomo si crede Dio

Splendida, commovente analisi di Massimo Introvigne

1001502_175863585917999_699033790_nLunedì 8 luglio Papa Francesco ha compiuto il suo primo viaggio apostolico, che ha voluto dedicare all’isola di Lampedusa, teatro della tragedia di tanti immigrati clandestini trasportati sui «barconi della morte» dagli «scafisti» della criminalità organizzata, che spesso non esitano a gettarli in mare. Arrivato a Lampedusa, il Papa è salito su una motovedetta della Guardia Costiera e ha lanciato in mare una corona di crisantemi bianchi, in ricordo di quanti hanno perso la vita nelle traversate. Rientrato in porto, si è recato all’Arena, il campo sportivo di Lampedusa, dove ha celebrato la Messa e pronunciato l’omelia.

Forse il Papa ha deluso chi si aspettava un’analisi politica o un appello a modificare le leggi sull’immigrazione, del tipo di quelli che ogni tanto sentiamo da qualche vescovo. Francesco, come fa spesso, ha deciso di volare più in alto, proponendo una profonda meditazione sul peccato e sul rifiuto di Dio, che portano poi all’indifferenza verso i bisogni reali delle persone. Un solo accenno il Pontefice ha dedicato a «coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi»: decisioni «a livello mondiale», che chiamano in causa anche le organizzazioni internazionali e in nessun modo possono essere riferite solo o principalmente all’Italia. E la prima denuncia è stata contro «i trafficanti, coloro che sfruttano la povertà degli altri, queste persone per le quali la povertà degli altri è una fonte di guadagno».

Francesco ha raccontato di aver deciso di venire a Lampedusa leggendo qualche titolo di giornale: «Immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte». Lo scopo del suo viaggio ha detto è «pregare, compiere un gesto di vicinanza», ma anche cercare di «risvegliare le nostre coscienze». Quanto alla vicinanza, il Pontefice ha rivolto un «augurio di abbondanti frutti spirituali» agli immigrati musulmani che iniziano il digiuno del Ramadan, con questo portando sul terreno concreto di Lampedusa gli auguri per il Ramadan che la Santa Sede porge consuetamente ogni anno al mondo islamico fin dal pontificato del venerabile Paolo VI (1897-1978), e in modo continuativo con i suoi successori fino a oggi.

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Quanto invece alla «provocazione delle coscienze», il Papa è partito dalla domanda che Dio rivolge al primo uomo dopo il peccato: «Adamo, dove sei?». «Adamo – spiega Francesco – è un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione perché crede di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio». Se l’uomo non si riconosce più come creatura di Dio ma pretende di essere Dio, allora «l’altro non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che disturba la mia vita, il mio benessere». E subito risuona la seconda domanda: «Caino, dov’è tuo fratello?». «Il sogno di essere potente, di essere grande come Dio, anzi di essere Dio, porta ad una catena di sbagli che è catena di morte, porta a versare il sangue del fratello!».

La riflessione di Papa Francesco va molto al di là, anzi si pone su un piano diverso, rispetto a qualche legge che può essere discussa o migliorata. Colpisce al cuore la pretesa prometeica dell’uomo moderno di «essere Dio». Questa pretesa alla fine ci rende «disorientati»: «non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito» a Lampedusa.

Prima di ogni analisi politica, cominciamo – suggerisce il Papa – a sentire la domanda di Dio «Dov’è il tuo fratello?» pensando che «non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi». Francesco ha citato un riferimento letterario, la commedia spagnola «Fuente Ovejuna» di Félix Lope de Vega (1562-1635), dove gli abitanti insorgono contro il governatore della città che dà il nome all’opera il quale «è un tiranno». Dietro la pudica espressione, «è un tiranno», usata dal Pontefice si nasconde il fatto che, in «Fuente Ovejuna» il governatore, con il pretesto di uno «ius primae noctis» peraltro inesistente nel diritto spagnolo, pretende di abusare di tutte le giovani che si sposano. Gli abitanti della città lo uccidono e, racconta il Papa, «lo fanno in modo che non si sappia chi ha compiuto l’esecuzione. E quando il giudice del re chiede: “Chi ha ucciso il Governatore?”, tutti rispondono: “Fuente Ovejuna, Signore”». Almeno gli abitanti di Fuente Ovejuna avevano qualche ragione, e il brano teatrale di Lope de Vega intendeva far riflettere sul problema, allora discusso dai teologi, della liceità del tirannicidio, dell’uccisione del tiranno.

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Ma oggi, rileva Francesco, rispondiamo come i cittadini di Fuente Ovejuna di fronte a qualunque tragedia sociale. «Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io». Eppure Dio rivolge la domanda non alla società in astratto ma a ciascuno di noi: «Dov’è il sangue del tuo fratello che grida fino a me?». Non rispondiamo, perché «siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parlava Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci tranquillizziamo, ci sentiamo a posto». Il problema è anzitutto culturale. «La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!».

Siamo, afferma il Papa, come l’Innominato di Alessandro Manzoni (1785-1873), non quando si converte ma quando cerca di nascondere i suoi crimini nascondendo il suo nome. «La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto». L’Innominato, alla fine, si converte e piange. Il mondo di oggi, invece, non sa più piangere. «Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere!».

Il Papa ha ricordato la strage degli innocenti compiuta dal re Erode. «Erode ha seminato morte per difendere il proprio benessere, la propria bolla di sapone. E questo continua a ripetersi… Domandiamo al Signore che cancelli ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore; domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c’è nel mondo». No, a Lampedusa Francesco non ha portato un messaggio politico. Ma un grido che mira a risvegliarci da quella che ha chiamato «l’anestesia del cuore».

Fonte:  La Nuova Bussola Quotidiana online

Categorie: Papa Francesco | Tag: , , , | 7 commenti

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7 pensieri su “Lampedusa, quando l’uomo si crede Dio

  1. 61Angeloextralarge

    Avrei voluto essere uno dei fiori di quella corona che Papa Francesco ha regalato a quell’acqua amica-nemica di tanti migranti. Amica di quelli che sono riusciti a realizzare il loro sogno di vita nuova. Nemica di quei tantissimi migranti che non ci sono riusciti, o perché rimasti tra le onde o perché ancora sopravvivono in Italia o in altri paesi, conducendo una vita indegna dell’uomo, soprattutto se fatta di espedienti e malaffari.

    • Ieri uno mi scriveva su FB: quando il Papa dice che dobbiamo sentirci responsabili tutti, mi dispiace, ma io non mi sento responsabile. Sorry..

      Probabilmente non ha compreso….

      • 61Angeloextralarge

        Da IL PROFETA di Gibran:
        “…io vi dico che anche il santo e il giusto non possono levarsi oltre l’altezza che è in ciascuno di voi, Così il malvagio e il debole non possono cadere più in basso della bassezza che ugualmente è in voi. E come una singola foglia non ingiallisce senza la muta consapevolezza di tutta la pianta. Così chi compie il torto non può farlo senza il volere nascosto di voi tutti. Voi camminate insieme verso il vostro io divino come una processione. Siete la via e i viandanti. E se uno cade, cade per quelli che son dietro, un avviso del sasso che l’ha fatto inciampare. E cade per quelli che ha davanti, che più veloci e con piede più sicuro, non hanno rimosso l’ostacolo.
        E anche questo vi dirò, benché le mie parole potranno esservi di peso: l’assassinato non è irresponsabile della propria uccisione, E il derubato non è privo di colpa nel furto che ha subito. Né il giusto è incolpevole degli atti del malvagio, Né chi ha le mani bianche è netto nelle azioni del criminale. Sì, il colpevole è spesso vittima dell’offeso. E anche più spesso il condannato porta il fardello per l’innocente irreprensibile. Voi non potete separare il giusto dall’ingiusto e il cattivo dal buono;
        Perché essi stanno insieme davanti al sole, come se il filo nero e il filo bianco fossero insieme intessuti. E quando si rompe il filo nero, il tessitore rivedrà tutta la tela, e dovrà esaminare anche il telaio. Se uno di voi volesse giudicare una moglie infedele, Metta sulla bilancia anche il cuore del marito, e misuri la sua anima col metro. E chi volesse frustare l’offensore scruti lo spirito dell’offeso. E se qualcuno di voi, in nome della giustizia, volesse abbattere la scure sopra il tronco malato, osservi le radici; E in verità, troverà le radici del bene e del male, le infeconde e le fertili, tutte intrecciate nel cuore silenzioso della terra. E voi giudici che volete esser giusti. Quale sentenza emanate contro chi è onesto nella carne ma è ladro nello spirito? Che punizione date a chi uccide nella carne, ma è egli stesso ucciso nello spirito? E come processate colui che con gli atti inganna e opprime, Eppure è afflitto e oltraggiato? E come punirete coloro il cui rimorso è già più grande che il loro misfatto? Non è forse il rimorso la giustizia amministrata proprio da quella legge che servireste contenti? Tuttavia non potete imporre il rimorso all’innocente né toglierlo dal cuore del colpevole. Non chiamato esso chiama nella notte, affinché gli uomini si sveglino e scrutino se stessi. E voi che volete capire la giustizia, come potrete farlo se non studiando ogni fatto nella pienezza della luce? Solo allora saprete che l’eretto e il caduto sono un unico uomo…”

  2. Mariella Santarelli

    gloria al padre al figlio eed allo spirito santo comeera nel principio ora e sempre nei secoli sei secoli amen

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