filia ecclesiae

La vittima e il complice

«Adamo, dove sei?»: è la prima domanda che Dio rivolge all’uomo dopo il peccato. «Dove sei Adamo?». E Adamo è un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione  perché crede di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio. E  l’armonia si rompe, l’uomo sbaglia e questo si ripete anche nella relazione con  l’altro che non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che  disturba la mia vita, il mio benessere. E Dio pone la seconda domanda: «Caino,  dov’è tuo fratello?». Il sogno di essere potente, di essere grande come Dio,  anzi di essere Dio, porta ad una catena di sbagli che è catena di morte, porta a  versare il sangue del fratello!
Queste due domande di Dio risuonano anche oggi, con tutta la loro forza! Tanti  di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo  in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e  non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo  disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella  a cui abbiamo assistito.

(Omelia del Santo Padre Francesco presso il Campo sportivo “Arena” in Località Salina, 8 luglio 2013)

Il peccato è azione, il dolore è passione. Il peccato è generato interamente dal nostro intimo (altro del resto non creiamo), mentre il dolore ci colpisce dall’esterno. Il dolore è l’urto di rimbalzo del male che proiettiamo nel mondo. Due locuzioni popolari esprimono, in modo perfetto, la natura attiva del peccato e quella passiva della sofferenza. Se diciamo di qualcuno: ne ha fatte, alludiamo sempre a cattive azioni, ma se diciamo: ne ha viste, allora si tratta, senza equivoci, di sofferenze, di patimenti.

(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, Brescia 1949, p. 50)

La vittima ed il complice. — Di tutto il male che si compie nel mondo, noi siamo, più o meno direttamente ed in spirito, se non di fatto, o complici o vittime. Ed è per questo che non possiamo, non dobbiamo giudicare, perché in quanto complici siamo troppo indulgenti, ed in quanto vittime troppo severi. Più ancora: di tutto questo male, non siamo mai puramente complici o puramente vittime, ma sempre ad un tempo e l’uno e l’altro. Una solidarietà misteriosa lega tra di loro quegli esseri indissolubilmente sofferenti e peccatori che siamo noi. Anche nel male che commettiamo, siamo in parte vittime; anche nel male che subiamo, siamo in parte complici. La vittima non è mai del tutto innocente del delitto del colpevole; il colpevole non è mai completamente estraneo alla sventura della vittima.
Esiste un essere che sia puramente colpevole? Non lo credo: bisognerebbe che il male fosse una sostanza, un assoluto, una seconda «causa prima», come nel manicheismo. Ma c’è un essere che è puramente vittima: il Cristo. Lui solo può giudicare — e perdona. Il suo perdono è infinito, come la sua sofferenza. La vittima totalmente innocente non si vendica, e pur tuttavia è lei ad essere più dilaniata dal male, perché, non potendo condividere il peccato, attira di se tutte le conseguenze. Sia che si manifesti all’esterno (crudeltà di ritorsione, giustizia penale) sia all’interno (risentimento, orgoglio, disprezzo, ideali compensatori), la vendetta implica sempre una partecipazione al peccato: essa costruisce con il male uno sbarramento contro l’avversità. E che questo sbarramento si chiami spesso, quaggiù, «giustizia» o «virtù», non cambia proprio niente alla sostanza delle cose.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, pp. 203-204)