(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, Brescia 1949, p. 141)
La salda convinzione soggettiva e la conseguente mancanza di dubbi e di scrupoli non giustifica l’uomo… In uno scritto dello psicologo Albert Görres, trovai riassunte in poche parole le intuizioni che… avevo cercato a lungo di formulare… Görres avvisa che il senso di colpa, la capacità di riconoscere, è parte essenziale dell’economia psichica dell’uomo: il senso di colpa che lacera la falsa tranquillità della coscienza, potremmo dire la coscienza soddisfatta di sé, è necessario all’uomo come il dolore fisico che segnala i disturbi delle normali funzioni vitali. Chi non è più capace di vedere la colpa è psichicamente malato, un «cadavere vivente, una maschera teatrale», come dice Görres. «Fra coloro che non hanno sensi di colpa vi sono i bruti, i mostri: forse Hitler, Himmler, Stalin non ne avevano. Forse i capimafia non ne hanno, ma presumibilmente i loro cadaveri sono soltanto ben chiusi in cantina. Anche i sensi di colpa rimossi… Tutti gli uomini hanno bisogno dei sensi di colpa».
Del resto, un’occhiata alla Scrittura basterebbe a prevenire tali diagnosi e questa teoria della giustificazione per mezzo della coscienza erronea. Nel Salmo 19, 13 troviamo una frase che sarà sempre degna di meditazione: «Le inavvertenze chi le discerne? Assolvimi dalle colpe che non vedo».
Non è oggettivismo veterotestamentario, ma profonda saggezza umana: il non vedere piu la colpa, l’ammutolimento della coscienza in così tante sfere è una malattia dell’anima più pericolosa della colpa che è ancora riconosciuta come tale.
Chi non si accorge più che uccidere è peccato è caduto più in basso di chi riconosce ancora l’infamia del suo atto, perché è più lontano dalla verità e dalla conversione. Non per nulla, nell’incontro con Gesù, l’uomo che si esalta appare come colui che è veramente perduto. Se il pubblicano, con tutti i suoi indiscussi peccati, è più giustificato davanti a Dio del fariseo con tutte le sue reali buone opere (Luca 18, 9-14), non è perché i peccati del pubblicano non fossero veri peccati e le buone opere del fariseo non fossero veramente buone opere. Non significa che la bontà dell’uomo non è buona davanti a Dio e la sua malvagità non è malvagia, o che esse non sono poi così importanti. Il motivo di questo paradossale giudizio divino lo troviamo proprio nella nostra questione: il fariseo non sa più di avere delle colpe. È del tutto a posto con la coscienza; ma questo silenzio interiore lo rende impenetrabile a Dio e agli uomini, mentre il grido del pubblicano lo rende capace di verità e amore. È per questo che Gesù può operare sui peccatori, perché il paravento della coscienza erronea non li ha resi inaccessibili ai cambiamenti che Dio si aspetta da loro, da noi. Per questo non può operare sui “giusti”, perché essi non sentono più il bisogno di perdono e di conversione; perché la loro coscienza non li accusa, ma li giustifica.
Paolo esprime lo stesso concetto con parole diverse, quando dice che i pagani, pur non avendo la legge, sapevano ciò che Dio esigeva da loro (cfr. Romani 2,1-16) … In quanto creatura, l’uomo può vedere la verità di Dio; non vederla è una colpa. Non la vediamo quando e perché non la vogliamo. Questo “no” della volontà, che impedisce la conoscenza, è una colpa; se non si accende la lampadina d’allarme è perché abbiamo voluto distogliere lo sguardo da ciò che non ci piace vedere.
(Joseph Ratzinger, Cielo e terra. Riflessioni su politica e fede, Piemme, Casale Monferrato 1997, pp. 25-27)