filia ecclesiae

Verità e relazione

In secondo luogo, mi chiede se il pensiero secondo il quale non esiste alcun assoluto e quindi neppure una verità assoluta, ma solo una serie di verità relative e soggettive, sia un errore o un peccato. Per cominciare, io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità “assoluta”, nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione. Ora, la verità, secondo la fede cristiana, è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione! Tant’è vero che anche ciascuno di noi la coglie, la verità, e la esprime a partire da sé: dalla sua storia e cultura, dalla situazione in cui vive, ecc. Ciò non significa che la verità sia variabile e soggettiva, tutt’altro. Ma significa che essa si dà a noi sempre e solo come un cammino e una vita. Non ha detto forse Gesù stesso: “Io sono la via, la verità, la vita”? In altri termini, la verità essendo in definitiva tutt’uno con l’amore, richiede l’umiltà e l’apertura per essere cercata, accolta ed espressa. Dunque, bisogna intendersi bene sui termini e, forse, per uscire dalle strettoie di una contrapposizione… assoluta, reimpostare in profondità la questione.

(Estratto della lettera a «Repubblica» di papa Francesco)

Sono consapevole degli sviamenti e degli svuotamenti di senso a cui la carità è andata e va incontro, con il conseguente rischio di fraintenderla, di estrometterla dal vissuto etico e, in ogni caso, di impedirne la corretta valorizzazione. In ambito sociale, giuridico, culturale, politico, economico, ossia nei contesti più esposti a tale pericolo, ne viene dichiarata facilmente l’irrilevanza a interpretare e a dirigere le responsabilità morali. Di qui il bisogno di coniugare la carità con la verità non solo nella direzione, segnata da san Paolo, della « veritas in caritate » (Ef 4,15), ma anche in quella, inversa e complementare, della « caritas in veritate ». La verità va cercata, trovata ed espressa nell’« economia » della carità, ma la carità a sua volta va compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità. In questo modo non avremo solo reso un servizio alla carità, illuminata dalla verità, ma avremo anche contribuito ad accreditare la verità, mostrandone il potere di autenticazione e di persuasione nel concreto del vivere sociale. Cosa, questa, di non poco conto oggi, in un contesto sociale e culturale che relativizza la verità, diventando spesso di essa incurante e ad essa restio.
Per questo stretto collegamento con la verità, la carità può essere riconosciuta come espressione autentica di umanità e come elemento di fondamentale importanza nelle relazioni umane, anche di natura pubblica. Solo nella verità la carità risplende e può essere autenticamente vissuta. La verità è luce che dà senso e valore alla carità. Questa luce è, a un tempo, quella della ragione e della fede, attraverso cui l’intelligenza perviene alla verità naturale e soprannaturale della carità: ne coglie il significato di donazione, di accoglienza e di comunione. Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. È il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità. Esso è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta, fino a significare il contrario. La verità libera la carità dalle strettoie di un emotivismo che la priva di contenuti relazionali e sociali, e di un fideismo che la priva di respiro umano ed universale. Nella verità la carità riflette la dimensione personale e nello stesso tempo pubblica della fede nel Dio biblico, che è insieme « Agápe » e « Lógos »: Carità e Verità, Amore e Parola.

(Benedetto XVI, Caritas in veritate, nn. 2-3)

Gli uomini moderni non sono cattivi, in un certo senso, son fin troppo buoni. Il mondo è pieno di virtù selvagge e messe in subbuglio. Quando un sistema religioso è sconvolto, come il cristianesimo all’epoca della Riforma, non si scatenano soltanto i vizi. I vizi – rilasciati – dilagano e danneggiano. Ma anche le virtù, lasciate in balia di sé stesse, si diffondono più selvaggiamente e fanno anche più terribili danni. Il mondo moderno è pieno di antiche virtu cristiane che sembrano come folli: sono divenute folli perche sono scisse una dall’altra e vagano senza meta. Cosi alcuni scienziali coltivano la verità, ed è una verità senza pietà; così alcuni umanitari coltivano la pietà, e la loro pietà (mi dispiace il dirlo) è spesso nemica della verità.

(Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia, tr. it., Morcelliana, Brescia 1966, p. 43)

L’unica parola divina, noi l’ascoltiamo sempre nella Casa del Due, attraverso un paio di annunci che occorre tenere sempre insieme. Qui alla misericordia («tua, Signore, è la grazia!») è unita la giustizia («secondo le sue opere tu ripaghi ogni uomo!»). Ma il mondo, cosi come non deve essere, secondo Chesterton, ha introdotto il divorzio in questo difficile ménage, ed ecco ogni virtù tanto più sicura di sé quanto più è adultera. Il duo si trasforma in duello. La complementarietà si sbriciola in contrarietà. La genialità diabolica […] non è tanto quella di respingere il bene quanto di accaparrarlo per sé (pregare senza rispettare la legge divina, dice Tommaso). In questo modo distoglie il nostro desiderio stesso di fare il bene isolando quelle bontà che la verità unisce: la giustizia senza misericordia, che vira nella crudeltà, a fronte di una misericordia senza giustizia che vira al lassismo; l’umiltà senza magnanimità, che vira alla pigra eliminazione, a fronte della magnanimità senza umiltà che vira all’attivismo vanitoso… Infine, la verità senza amore, che è la fede dei demoni, a fronte dell’amore senza verità che è la filantropia del diavolo. Noi corriamo dietro a queste virtu parziali che sono vizi completi, e il mondo può anche morire per le nostre premure.

(Fabrice Hadiadj, La fede dei demoni, tr. it., Marietti, Genova-Milano 2010, p. 144)