filia ecclesiae

Ebrei e cattolici nel Medioevo

Breve nota intorno a una persistente quanto odiosa calunnia anticristiana. 

Circola da tempo, propagandata anche da certa storiografia di matrice cattolico-progressista, un’ostinata leggenda nera secondo cui la Shoah rappresenterebbe il frutto maturo dell’odio antisemita incubato in seno all’Occidente cristiano. È esemplare a questo riguardo il giudizio di un “cattolico del dissenso” come l’ex sacerdote James Carroll, per il quale il fomite dell’«antisemitismo eterno» è da ricercare in un cuore di tenebra insito nello stesso messaggio evangelico. Carroll arriva ad avallare l’interpretazione dei Lager nazisti come culmine di una storia che ha avuto inizio sul Golgota. Scrive, infatti, che «Auschwitz, se vista nei suoi nessi di casualità, rivela che l’odio verso gli ebrei non è stata un’anomalia accidentale, ma un’azione centrale della storia cristiana che ha raggiunto il suo acme nell’Olocausto».[1]

Sulla medesima scia si è posto Daniel J. Goldhagen, che in virulento non meno che controverso pamphlet anticattolico non si è limitato ad affermare che «l’antisemitismo è un aspetto costitutivo della narrazione evangelica»[2] ma ha esteso la medesima accusa anche all’intera tradizione ecclesiastica («L’antisemitismo è stato un elemento costitutivo della Chiesa cattolica», si legge a p. 38). Goldhagen sentenzia poi senza mezzi termini che la principale responsabilità dell’odio occidentale verso gli ebrei ricade sulla Chiesa cattolica, rea di «aver fornito il movente a numerosi criminali».[3]

Un giudizio in controtendenza rispetto a questi spietati capi d’imputazione lo ha fornito però uno storico israelita, lo statunitense Jonathan Elukin, associato di storia medievale ed ebraica presso il Trinity College di Hartford. Qualche anno fa Elukin ha dato alle stampe una pregevole opera intitolata Living together, Living apart. Rethinking Jewish-Christian Relations in the Middle Ages (Princeton University Press, Princeton 2007) in cui vengono radicalmente ridiscusse le relazioni giudaico-cristiane dell’età di mezzo. Il libro contesta la vulgata del Medioevo come «società persecutrice» degli ebrei sottolineando la rispondenza di una simile accusa a canoni storiografici ideologicamente orientati o anacronistici (l’epoca medievale come esempio di totalitarismo ante litteram, per dirne una).

L’esperienza degli ebrei in Europa rivela invece come il pluralismo della società medievale li avesse resi parte integrante delle comunità e non semplici intrusi in una cittadella cristiana impenetrabile e ostile. Un rapporto, quello ebraico-cristiano nel mondo medievale, certo non facile né privo di tensioni ma improntato al principio, scrive Elukin, della «tolleranza pragmatica».

Gli episodi di violenza antiebraica – è la tesi centrale del libro – non furono l’esito obbligato e necessario di un inestinguibile odium theologicum o lo sbocco di una struttura irrazionale della società medievale, ma episodi contingenti e isolati che tuttavia non intaccarono una realtà quotidiana fatta soprattutto di integrazione. Non un’età dell’oro, certamente, ma è un fatto che tra ebrei e cristiani si fosse instaurato un modus vivendi assai elastico e capace di rigenerarsi, una coesistenza stabile e generalmente pacifica caratterizzata dal «rispetto reciproco e da un considerevole grado di tolleranza in un’epoca che conosceva poco di ambedue».[4]

Elukin anticipa una facile obiezione ricordando  come i provvedimenti di espulsione degli ebrei da diversi paesi europei occorsi tra la fine del XIII e del XIV secolo fossero stati decisi dalle rispettive monarchie in periodi di relativa pace sociale e stabilità. Gli studi più recenti hanno rimarcato infatti l’irriducibilità delle espulsioni ad un’unica causa. È stato mostrato come all’origine delle espulsioni vi fossero molteplici fattori, contingenti e variegati, diversi nello spazio e nel tempo. Tra questi non vanno escluse le esigenze economiche delle monarchie, nella fattispecie il tentativo di reperire fondi impadronendosi dei crediti vantati dagli ebrei nei confronti dei propri sudditi.

Contrariamente a un’idea molto diffusa, gli ebrei non funsero quindi da capro espiatorio dato in pasto al popolino dai sovrani allo scopo di mantenere e consolidare lo status quo o per acquisire consenso sociale assecondando gli umori della piazza. Le pubbliche autorità non videro mai di buon occhio le esplosioni di violenza popolare per timore che in seguito potessero rivolgersi anche contro di loro. Non a caso nel passato i pubblici poteri avevano regolarmente soffocato i tumulti popolari antiebraici. Le espulsioni, osserva sempre Elukin, non si produssero al culmine di un diffuso clima sociale antisemita più o meno indotto e di “lunga durata”, cioè come inevitabile esito di una tradizione persecutoria di lunga data. Tanto è vero che queste furono vissute dagli stessi ebrei come una “rottura” rispetto a una plurisecolare tradizione di permanenza “organica” nella societas christianorum.

Sembra così trovare conferma l’ipotesi avanzata dal noto sociologo Rodney Stark, per il quale le esplosioni di violenza indiscriminata nei confronti delle minoranze religiose in età medievale sono rubricabili piuttosto come «conflitti collaterali» a margine delle guerre tra Islam e Cristianità, come ai tempi delle crociate. In tempi di quiete, invece, di norma «anche delle fedi così particolaristiche come cristianesimo e islam sono in grado di tollerare la non conformità religiosa fino a quando questa non comporti una significativa minaccia istituzionale».[5] Al contrario, i periodi caratterizzati dal conflitto religioso tra monoteismi generano un clima di generale intolleranza religiosa di cui fanno le spese anche i gruppi religiosi minoritari. Un monoteismo sotto attacco percepirà le devianze religiose intra moenia – per quanto possano essere irrilevanti sotto il profilo strettamente numerico – come potenziali quinte colonne del nemico extra moenia. I tempi di intenso conflitto esterno con gli “infedeli” sono dunque segnati da una progressiva diminuzione della tolleranza nei confronti della devianza religiosa interna.

In sintesi: le persecuzioni costituirono non la regola, insomma, ma l’eccezione.

Del resto anche la storia delle relazioni tra ebrei e papi è stata di gran lunga migliore di quel che una scadente storiografia ci ha raccontato. «La realtà storica ha scritto lo storico e rabbino David G. Dalin è che i papi hanno spesso parlato apertamente in difesa degli ebrei, li hanno protetti nei tempi di persecuzione e di pogrom, e hanno tutelato i loro diritti a professare liberamente la loro fede nelle sinagoghe. I papi hanno tradizionalmente difeso gli ebrei dalle folli accuse antisemite. I papi hanno regolarmente condannato gli antisemiti che cercavano di incitare alla violenza contro gli ebrei».[6]

È sempre Dalin a documentare come papa Gregorio Magno (509-604), con l’emanazione del decreto Sicut Judaeis, sia stato l’iniziatore di una lunga tradizione pontificia di protezione degli ebrei. Papa Gregorio affermò che gli ebrei «non devono subire violazioni dei loro diritti […]. Noi proibiamo di calunniare gli ebrei. Consentiamo loro di vivere come romani e di avere piena autonomia sulle loro proprietà». Il decreto di papa Gregorio fu rinnovato più volte dai suoi successori nel corso di ogni epoca storica.

Una menzione particolare merita Martino V (1417-1431), che dichiarò ufficialmente: «Gli ebrei sono stati creati come gli altri a immagine di Dio, e per proteggere il loro futuro essi non devono essere molestati nelle loro sinagoghe, né impediti nelle loro relazioni commerciali con i cristiani». Proibì inoltre i battesimi forzati e ammonì i predicatori che incitavano il popolo contro gli ebrei. Le loro intemperanze verbali nel 1429 lo costrinsero a pubblicare una Bolla con la quale vietava la prosecuzione dei discorsi irritanti: «Gli Ebrei italiani – diceva la Bolla – si sono da Noi lagnati che alcuni predicatori invitano i cristiani a rompere ogni rapporto con gli Ebrei […] minacciandoli di scomunica. Inoltre accusano gli ebrei di tutti i delitti possibili e attribuiscono loro la colpa di ogni sventura e pena dei cristiani. Con ciò li aizzano sicché quelli li canzonano, oltraggiano con fatti e uccidono e in tal modo suscitano tra loro una grande amarezza mentre trattati con bontà e umanità, forse si sarebbero convertiti».[7]

È celebre anche il votum cioè una perizia preparato per il Sant’Uffizio dal cardinale Lorenzo Ganganelli (1705-1774), che in futuro diventerà papa con il nome di Clemente XIV. Riprendendo una lunga serie di pronunciamenti pontifici in materia, il voto (approvato nel 1759) invitava i fedeli a non prestare fede alle infamanti accuse di omicidio rituale rivolte agli ebrei, uno dei “classici” della letteratura antisemita.[8]

In conclusione: come ha osservato uno dei più autorevoli storici dell’Olocausto, lungi dal cullare una volontà omicida nei confronti della stirpe di Abramo, nel corso della storia è sembrato esistere per il cristianesimo un implicito, inconfessato e misterioso «undicesimo comandamento» che ha intimato ai cristiani di «non annientare gli ebrei». Perciò, per quanto «il cristianesimo possedesse la forza, nel corso di quasi quindici secoli, per distruggere quella parte di popolazione ebraica che dominava, scelse di non farlo […] perché l’estirpazione fisica del popolo ebreo non fu mai, in nessun momento, la politica ufficiale di nessuna chiesa o stato cristiano».[9]

(A.H.)


[1] James Carroll, Costantine’s Sword. The Church and the Jews, Mariner Books, New York 2001, p. 22.

[2] Daniel J. Goldhagen, Una questione morale. La chiesa cattolica e l’olocausto, trad. it., Mondadori, Milano 2003, p. 263.

[3] Ibidem, p. 159.

[4] Thomas F. Madden, The Church and the Jews in the Middle Ages, in «Crisis», vol. 21, n. 1, gennaio 2003; trad. it., La Chiesa e gli ebrei nel medioevo, in www.kattoliko.it/leggendanera.

[5] Rodney Stark, Un unico vero Dio. Le conseguenze storiche del monoteismo, trad. it., Lindau, Torino 2009, pp. 218-219.

[6] David G. Dalin, La leggenda nera del papa di Hitler, trad. it., Piemme, Casale Monferrato 2007, p. 37.

[7] Cit. in Eugenio Zolli, Antisemitismo, trad. it., San Paolo, Cinisello Balsamo [Milano] 2005 (ed. or. 1945), p. 158.

[8] Su ciò si veda Massimo Introvigne, Cattolici, antisemitismo e sangue. Il mito dell’omicidio rituale, Sugarco, Milano 2004.

[9] Steven T. Katz, The Holocaust in Historical Context, vol. I, The Holocaust and Mass Death Before the Modern Age, Oxford University Press, New York 1994, pp. 318-319. Sulle cause profonde, cioè teologiche, di questo “undicesimo comandamento” non si può non rimandare a quella che forse rimane ancora la migliore indagine sulle connessioni e la dialettica tra vetus e novus Israel, il saggio del cardinale e teologo Charles Journet (1891-1975), Destinées d’Israël. À propos du «Salut par les Juifs», Ed. Egloff, Paris 1944.