La fratellanza di Caino

caino_abeleEssenziale della fede cristiana è che colui che rinuncia alla sua illusoria autonomia individuale allo scopo di ricevere il suo vero essere e la sua vera libertà in Cristo e per mezzo di Cristo, è « giustificato », dalla misericordia di Dio sulla Croce di Cristo. I suoi « peccati sono perdonati » nella mi­sura in cui la radice della colpa viene sradicata nella resa che la fede fa a Cristo. Invece di tenermi la mia illusoria autonomia, io rinuncio per Cristo a tutti i miei diritti su di me nella speranza che con il suo Spirito, che è Spirito e Vita della sua Chiesa, egli vivrà in me e agirà in me e, una volta diventato una sola cosa con lui, trovata la mia vera identità in lui, io agirò esclusivamente come membro del suo Corpo e fedele cittadino del suo Regno.

La Chiesa è il luogo in cui questa rinuncia all’autonomia individuale diventa reale, garantita dalla verità dello Spirito e dal suo amore, nonché dal perdono dei peccati: poiche la Chiesa stessa assume su di sé tutti i peccati dell’uomo. La Chiesa confessa immediatamente come suoi i peccati di tutti gli uomini, e riceve in sé la misericordia che è offerta a tutti gli uomini.

Ma se invece di confessare i peccati del mondo che si è presi su di sé, la Chiesa – o un gruppo di cristiani che si arroghi il nome di « Chiesa » – diventasse un meccanismo sociale di autogiustificazione? Se questa « Chiesa », che in realtà non è affatto una Chiesa, si assumesse la funzione di dichiarare tutti gli altri colpevoli e i peccati dei suoi mem­bri atti di virtù? Se diventasse una macchina così perfetta e impeccabile da potersi dichiarare senza peccato? Se fornis­se agli uomini il modo di sapere quando devono e quando non devono accusarsi di qualcosa dinanzi a Dio? Se in luo­go della coscienza fornisse agli uomini il sostegno di un’ap­provazione o di una disapprovazione unanime di gruppo?

Questi interrogativi spiegano come qualcuno possa com­rnettere un assassinio in nome di Cristo e credersi non col­pevole, anzi congratularsi con se stesso per aver servito Cristo così bene. Per un uomo simile la funzione della « chie­sa » è di fornire un ambiente in cui uno può decidere quan­do è e quando non è colpevole, che cosa è e che cosa non è peccato. La « chiesa » diventa semplicemente un luogo dove gli uomini si radunano per decretare che gli altri sono col­pevoli e che loro sono innocenti.

Se poi gli altri, a loro volta, li accusano di ipocrisia e di flagrante infedeltà alla verità, non fa che confermarli nella loro intima convinzione di essere nel giusto. La « chiesa » in tal caso diventa una macchina per acquietare una coscienza inquieta; una macchina perfettamente efficiente per fabbri­care l’autocompiacimento e la pace interiore!

È caratteristica del pseudocristianesimo che, mentre pre­tende di essere giustificato da Dio, dalla fede, o dalle opere di fede e di carità, fa semplicemente funzionare una macchina per scusare il peccato invece di confessarlo e perdo­narlo, una macchina per produrre la sensazione di essere nel giusto e che tutti gli altri sono peccatori. Se diventa un espediente per commettere un assassinio, sia mediante lin­ciaggio sia mediante una tirannia inquisitoria, ecco che l’as­sassinio diventa un atto di santa giustizia. Opprimere e perseguitare gli altri diventa un’affermazione della propria libertà religiosa e del proprio coraggio dinanzi a Dio, un segno di forza cristiana. E come viene rafforzata questa fe­de? Come vengono confermati i fratelli nella loro testimo­nianza? Con la ripetizione di questi atti eccitanti, violenti e drammatici che gli « estranei » denunciano come delitti e atti colpevoli. Il modo per dimostrare a se stesso di essere virtuoso e non criminale consiste nel rinnovare l’atto, ri­peterlo in continuazione e, se necessario, farsi processare e assolvere da un giuri di pari della stessa congrega e così provare che l’atto non era criminale ma giusto e santo. In tal modo la decisione di pervertire la coscienza cristiana diventa a poco a poco una funzione della « chiesa », forse anche la sua prima funzione. E questa diventa, inevitabilmente, il segno del giudizio di Dio su quella «chiesa ». La spaventosa innocenza di questi « giusti » sta scritta sulla loro fronte come il marchio di Caino, il marchio di uno che nessuno puo toccare, perché è messo da parte per l’inferno.

(Thomas Merton, Diario di un testimone colpevole, tr. it. Garzanti, Milano 1968, pp. 114-116)

[…] Il corrotto ha sempre bi­sogno di paragonarsi ad altri che appaiono coerenti con la loro stessa vita (anche quando si tratta della coerenza del pubblicano nel confessarsi peccatore) per coprire la propria incoerenza, per giustificare il proprio atteggia­mento. Per esempio, per un velleitario, una persona che ha chiari i limiti morali e non fa sconti è un fondamen­talista, un antiquato, uno chiuso, una persona che non è all’altezza dei tempi. E qui compare un altro tratto tipico del corrotto: il modo in cui si giustifica.

Perché, in fondo, il corrotto ha necessità di autogiu­stificarsi, anche se non si accorge di farlo. […] Un ambiente di corruzione, una persona corrot­ta, non permette di crescere in libertà. Il corrotto non conosce la fraternità o l’amicizia, ma la complicità. Per lui non vale il precetto dell’amore ai nemici o quella di­stinzione alla base della legge antica: o amico o nemico. Egli si muove nei parametri di complice o nemico. Per esempio, quando un corrotto esercita il potere, coinvol­gerà sempre gli altri nella sua corruzione, li abbasserà alla sua misura e li farà complici della sua scelta di stile.

(Jorge Mario Bergoglio,
Guarire dalla corruzione, tr. it. Emi, Bologna 2013, p. 24 e 20)

Categorie: Papa Francesco, Thomas Merton | 5 commenti

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5 pensieri su “La fratellanza di Caino

  1. Flavia

    Non fa una grinza!

    • @ Flavia

      L’accoppiata Merton-Bergoglio promette bene, altro che Balotelli e Cassano… :-D

      Di rilievo è che il “familismo amorale” della fratellanza di Caino porta al classico dualismo etico e la rende pressoché indistinguibile da una cosca, col suo culto della Grande Madre, l’odio verso il Padre e la sua legge di giustizia…

      «La mafia si distingue dal brigantaggio, che esprime una protesta individuale: prende la forma di società segreta, con un suo codice e un suo linguaggio, in cui la violenza diviene controllo del potere. La società dei fratelli (figli della stessa madre, Mammasantissima) si contrappone a quella dei padri (i vicere, i baroni, i signori borbonici). L’amore e la solidarietà all’interno del gruppo, tra i membri della «fratellanza», si contrappone all’omertà e alla violenza verso il mondo esterno. È evidente la scissione tra «buono», dentro il gruppo, e «cattivo», fuori. All’interno della «famiglia» mafiosa (nel mondo della madre) tutti sono buoni, mentre all’esterno, nel mondo del padre e della realtà, tutti sono cattivi. «Chi non è con me è contro di me» è una concezione persecutoria, tipica della simbiosi con la madre. L’aggressività proiettata all’ester­no diventa una minaccia, da cui bisogna difendersi con la violenza per non esserne distrutti. Gli altri, gli «esterni», sono nemici da distruggere». (Silvia Di Lorenzo, La grande madre mafia, Nuova Pratiche Editrice, Parma 1996, p. 22)

      Difatti è chiaro che certe “pose devote” – come la pubblica, reiterata e ostentata attestazione di essere dei “peccatori” – sono semplicemente un alibi, una forma di autogiustificazione, di autoassoluzione. Non c’è reale presa di coscienza dei propri errori né, a maggior ragione, il fermo proposito di non cadervi più.
      È il narcisismo che si fascia con le vesti della virtù e della pietà religosa: si è disposti a riconoscere di essere i più grandi peccatori ma non a riconoscere, per tramite della correzione che ci viene dall’esterno, i propri concreti atti peccaminosi. (*) Perciò ci si giustifica di fronte al prossimo e a un super-io ipertrofico affermando di essere un “peccatore”, per poi continuare come e più di prima ad affastellare malignità velenose come quando tocca assumere dosi crescenti di droga per placare il malessere (in questo caso per procurarsi una sensazione di “nettezza” interiore).

      (*) «Pensar male di se stessi. Troppo facile. “Chi disprezza se stesso, continua pur sempre ad apprezzarsi come disprezzatore” (Nietzsche). Il difficile è acconsentire a quel che di male gli altri pensano di noi. Poiché in quel caso non vi è alimento alcuno per i risarcimenti dell’amor proprio… ». (Gustave Thibon, L’illusion féconde, Fayard, Paris 1995, p. 133)

      • flavia

        “narcisismo che si fascia con le vesti della virtù”.
        Esattamente!
        “Pensar male di se stessi.Troppo facile. (…)”
        Vero! E’ talmente sottile come atteggiamento che la gente andrebbe educata ad approfondire invece di caldeggiare molti di questi atteggiamenti che sanno di “buono”, ma non lo sono per niente.
        Come sempre…bravo Andreas ;-)

  2. L’ha ribloggato su Leave me a photoe ha commentato:
    Ho lottato per non rebloggare… ma non ho resistito :| Grazie!

  3. 61angeloextralarge

    Eh sì! Che accoppiata! medito, medito, medito… e prego! Smack! :-D

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