Un Santo per amico: Agostino

Agostino, fedele compagno di viaggio di Benedetto XVI

Il mio amico Agostino. La catechesi di ieri di Benedetto XVI potrebbe intitolarsi così. Come un uomo può parlare di un amico grande, che incontra da ragazzo egli resta per sempre accanto, così il Papa ha parlato di Agostino. Che è Agostino di Ippona, ed è morto quasi milleseicento anni fa.

Come può un uomo di un tempo così perdutamente remoto essere compagno, interlocutore silenzioso e fedele, di un altro in un evo vertiginosamente distante? È l’ostacolo, la barriera opaca del tempo, che quasi inconsciamente si frappone fra noi e i santi che pure magari veneriamo. Francesco, Bernardo, Teresa e Caterina: uomini e donne straordinari, ma la massa rappresa del tempo che ci separa li fa sembrare spesso irrimediabilmente lontani; e allora quelle figure si irrigidiscono in devoti stereotipi, e la loro umanità sembra incapace di toccare la nostra.

Eppure, dice il Papa, Agostino lui l’ha conosciuto da vicino. È diventato “un compagno di viaggio”. Come indicandoci una strada capace di attraversare i millenni; come se fosse possibile aggirare la signoria del tempo, che sbiadisce e cancella la memoria.

E come lo ha conosciuto, il Papa, Agostino? Con lo studio e con la preghiera, dice. Nel silenzio, come quello in cui ad Agostino e sua madre Monica, affacciati a una finestra sul mare di Ostia, sembrò di toccare il cuore di Dio («Le creature – dice il Papa – debbono tacere, se deve subentrare il silenzio in cui Dio può parlare»).

E a questo punto Benedetto sembra lasciarsi andare alla passione con cui un adolescente potrebbe dirci di un compagno molto caro, suscitando il desiderio di conoscere anche noi quel amico singolare. Dunque Agostino «non è mai vissuto con superficialità: la sete, la ricerca inquieta e costante della Verità» è il marchio della sua storia.

Prestigio, carriera, possesso delle cose lo hanno sedotto e illuso, per qualche tempo. Ma lui «non si è mai fermato, non si è mai accontentato». (E sembra di vedere in filigrana nelle parole l’amicizia fra il santo e il giovane Ratzinger, e poi il seminarista, e il professore: la tensione a cercare, come il vir desideriorum
del libro di Daniele. Colui che, ha scritto Benedetto nel Gesù di Nazareth, «non si accontenta della realtà esistente, e non soffoca l’inquietudine del cuore».

E in un tempo che afferma, come unico vero dogma, che non esiste alcuna Verità, ma tante, o nessuna, e che è meglio sfruttare i propri giorni senza perder tempo a cercare ciò che non c’è, l’amico segreto del Papa si staglia alto all’orizzonte come un gigante fra i nani, dalla sua stessa domanda reso grande, e colmato. Ma, dov’è poi quella Verità che noi poveri cristiani a volte immaginiamo irraggiungibile, troppo alta nei cieli, o distratta, lo sguardo assente sulle nostre strade e città e case? Agostino ha scoperto, dice il Papa, che quel Dio che cercava con tutte le sue forze «era più intimo a sé di se stesso». Non in un cielo troppo azzurro e remoto, ma dentro, nel profondo di ogni uomo: In interiore homine habitat Veritas .

E i teologi e i dotti lo conoscono bene quel passo delle «Confessioni», ma noi poveri cristiani siamo grati a un Papa che ci ricorda questa parola. Raccontando del suo amico Agostino – morto ad Ippona, nell’anno 430. Eppure vivo.

Eppure uomo come noi, distratti o inquieti, o in fondo paurosi che quella Verità che affermiamo non esistere sia lei, invece a trovare noi, e a sedurci. Il mio amico Agostino, testimonia il Papa.

Perché, come scriveva negli anni Settanta Ratzinger, «la fede cristiana non la si può descrivere astrattamente: la si può solo documentare riferendosi a uomini che l’hanno vissuta fino nelle ultime conseguenze». Teresa, Ignazio, Francesco e gli altri: «Come si vede in loro – scriveva il futuro Papa – la fede è in fondo una determinata passione, o, più giustamente: un amore».

Marina Corradi, Avvenire, 27.8.10

Testo completo dell’udienza del 25. 8.10:

Cari fratelli e sorelle,

nella vita di ciascuno di noi ci sono persone molto care, che sentiamo particolarmente vicine, alcune sono già nelle braccia di Dio, altre condividono ancora con noi il cammino della vita: sono i nostri genitori, i parenti, gli educatori; sono persone a cui abbiamo fatto del bene o da cui abbiamo ricevuto del bene; sono persone su cui sappiamo di poter contare. È importante, però, avere anche dei «compagni di viaggio» nel cammino della nostra vita cristiana: penso al direttore spirituale, al confessore, a persone con cui si può condividere la propria esperienza di fede, ma penso anche alla Vergine Maria e ai santi. Ognuno dovrebbe avere qualche santo che gli sia familiare, per sentirlo vicino con la preghiera e l’intercessione, ma anche per imitarlo. Vorrei invitarvi, quindi, a conoscere maggiormente i santi, a iniziare da quello di cui portate il nome, leggendone la vita, gli scritti. Siate certi che diventeranno buone guide per amare ancora di più il Signore e validi aiuti per la vostra crescita umana e cristiana. Come sapete, anch’io sono legato in modo speciale ad alcune figure di santi: tra queste, oltre a san Giuseppe e san Benedetto dei quali porto il nome, e ad altri, c’è sant’Agostino, che ho avuto il grande dono di conoscere,per così dire, da vicino attraverso lo studio e la preghiera e che è diventato un buon «compagno di viaggio» nella mia vita e nel mio ministero. Vorrei sottolineare ancora una volta un aspetto importante della sua esperienza umana e cristiana, attuale anche nella nostra epoca in cui sembra che il relativismo sia paradossalmente la «verità» che deve guidare il pensiero, le scelte, i comportamenti.

Sant’Agostino è un uomo che non è mai vissuto con superficialità; la sete, la ricerca inquieta e costante della Verità è una delle caratteristiche di fondo della sua esistenza; non, però, delle «pseudo-verità» incapaci di dare pace duratura al cuore, ma di quella Verità che dà senso all’esistenza ed è «la dimora» in cui il cuore trova serenità e gioia. Il suo, lo sappiamo, non è stato un cammino facile: ha pensato di incontrare la Verità nel prestigio, nella carriera, nel possesso delle cose, nelle voci che gli promettevano felicità immediata; ha commesso errori, ha attraversato tristezze, ha affrontato insuccessi, ma non si è mai fermato, non si è mai accontentato di ciò che gli dava solamente un barlume di luce; ha saputo guardare nell’intimo di se stesso e si è accorto, come scrive nelle Confessioni, che quella Verità, quel Dio che cercava con le sue forze era più intimo a sé di se stesso, gli era stato sempre accanto, non lo aveva mai abbandonato, era in attesa di poter entrare in modo definitivo nella sua vita (cfr III, 6, 11; X, 27, 38). Come dicevo a commento del recente film sulla sua vita, sant’Agostino ha capito, nella sua inquieta ricerca, che non è lui ad aver trovato la Verità, ma la Verità stessa, che è Dio, lo ha rincorso e lo ha trovato (cfr L’Osservatore Romano, giovedì 4 settembre 2009, p. 8). Romano Guardini commentando un brano del capitolo terzo delle Confessioni afferma: sant’Agostino comprese che Dio è «gloria che ci getta in ginocchio, bevanda che estingue la sete, tesoro che rende felici, […egli ebbe] la pacificante certezza di chi finalmente ha capito, ma anche la beatitudine dell’amore che sa: questo è tutto e mi basta» Pensatori religiosi , Brescia 2001, p. 177).

Sempre nelle Confessioni, al Libro nono, il nostro Santo riporta un colloquio con la madre, santa Monica – la cui memoria si celebra il prossimo venerdì, dopodomani. È una scena molto bella: lui e la madre stanno a Ostia, in un albergo, e dalla finestra vedono il cielo e il mare, e trascendono cielo e mare, e per un momento toccano il cuore di Dio nel silenzio delle creature. E qui appare un’idea fondamentale nel cammino verso la Verità: le creature debbono tacere se deve subentrare il silenzio in cui Dio può parlare. Questo è vero sempre anche nel nostro tempo: a volte si ha una sorta di timore del silenzio, del raccoglimento, del pensare alle proprie azioni, al senso profondo della propria vita, spesso si preferisce vivere solo l’attimo fuggente, illudendosi che porti felicità duratura; si preferisce vivere, perché sembra più facile, con superficialità, senza pensare; si ha paura di cercare la Verità o forse si ha paura che la Verità ci trovi, ci afferri e cambi la vita, come è avvenuto per sant’Agostino.

Cari fratelli e sorelle, vorrei dire a tutti, anche a chi è in un momento di difficoltà nel suo cammino di fede, a chi partecipa poco alla vita della Chiesa o a chi vive «come se Dio non esistesse», di non avere paura della Verità, di non interrompere mai il cammino verso di essa, di non cessare mai di ricercare la verità profonda su se stessi e sulle cose con l’occhio interiore del cuore. Dio non mancherà di donare luce per far vedere e calore per far sentire al cuore che ci ama e che desidera essere amato.

Che l’intercessione della Vergine Maria, di sant’Agostino e di santa Monica ci accompagni in questo cammino.

Benedetto XVI

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