Archivio dell'autore: filia ecclesiae

Informazioni su filia ecclesiae

Sono innamorata di Santa Madre Chiesa.

San Nicola di Bari: un santo da invocare in tempi di crisi economica

Se c’è un santo che la tradizione cristiana ci indica come protettore in tempi di economia magra, per tutti i rischi che la crisi si porta dietro, questo è senz’altro San Nicola di Myra e di Bari, festeggiato proprio oggi in tutte le Chiese d’Oriente e d’Occidente.

Un santo di cui si sa pochissimo, se non che vive tra la metà del III secolo e l’inizio del IV, nell’odierna Turchia, e che era vescovo della città di Myra. Le sue ossa, traslate a Bari nel 1087, continuano ad essere meta di pellegrinaggi, soprattutto dall’Oriente e dal nord Europa.

Nicola fu un vescovo che si occupò della fede del suo popolo (pare – secondo fonti tardive – che abbia partecipato al Concilio di Nicea del 325), ma senza dimenticare le necessità quotidiane, e divenne così un segno della Chiesa che non si scorda mai dei poveri (in questo imitando Dio, il vero Filantropo, cioè colui che ha amore per l’umanità).

Racconta la Leggenda Aurea che nella città dove si trovava il vescovo Nicola, c’era un uomo economicamente rovinato, padre di tre ragazze, le quali rischiavano di finire come prostitute non essendo il loro padre in grado di pagare i debiti da cui era gravato.

Quando San Nicola lo venne a sapere, per tre notti consecutive, senza farsi scoprire, gettò nella finestra della stanza da letto delle figlie sacchetti di monete, salvando così le ragazze da un destino infausto e altrimenti già segnato. Il padre pagò i debiti e gli rimasero i soldi anche per la dote delle tre figlie, che poterono in tal modo sposarsi. (Per questo fatto, il santo di oggi viene rappresentato con gli abiti pontificali, la barba bianca e lunga da vescovo orientale, e in mano tre palle d’oro o tre portamonete).

Quanto è attuale questa vicenda! San Nicola mostra con efficacia che cosa deve fare ogni buon Vescovo, e tutta la Chiesa, in tempi di crisi: trasformarsi in pronto intervento per sostenere – anche economicamente – il vero e unico tesoro di Cristo e della Chiesa, che è rappresentato dai poveri, a costo delle ricchezze materiali della comunità (che servono proprio in questi casi).

San Nicola – proprio per la sua grande fama di taumaturgo – è diventato il proverbiale Babbo Natale, che a dicembre continua a dispensare i suoi doni. Quante persone si troveranno tra non molto nelle condizioni del padre delle tre ragazze (se già non vi si trovano adesso)? E’ ora di imitare i santi, anche istituzionalmente, mostrando che il loro esempio continua a incitare i cristiani e ad alimentare la “fantasia della carità”, la quale “si fa” ma “non si fa vedere”.

San Nicola – tra l’altro – è patrono principale della Grecia. Una nazione che in questo momento ha particolarmente bisogno dell’aiuto del suo santo protettore per non annegare nei debiti. Anche la Chiesa Greca, benché forse non allenata quanto la Chiesa Cattolica al pronto intervento economico nelle emergenze, può mettere mano ai propri “sacchetti di denaro” e salvare tante persone cadute in miseria o licenziate o comunque incapaci di ripagare i propri debiti.

Oremus:
Misericórdiam tuam, Dómine, súpplices implorámus,
et, beáti Nicolái epíscopi interveniénte suffrágio,
nos in ómnibus custódi perículis,
ut via salútis nobis páteat expedíta. Per Dóminum nostrum…

Fonte: Cantuale Antonianum

sannicola

 

Categorie: La Cattedrale | 5 commenti

Umiltà, una virtù fuori moda

Definizione di ‘umiltà’: Virtù per la quale l’uomo riconosce i propri limiti, rifuggendo da ogni forma d’orgoglio, di superbia, di emulazione o sopraffazione.

Nessuno è più in grado di considerare l’umiltà come la virtù che ci consente di stare con i piedi ben piantati su quell’humus che ci ha generati e ci consente tuttora di mantenerci in vita. Questo significato vero e reale lo abbiamo  perso totalmente. Non mi azzardo a dire “per sempre”, semplicemente perché non ho argomenti né dati per farlo, e perché, malgrado tutto, ho grande fiducia nelle capacità di recupero dell’uomo.

Tuttavia, non vedo infatti all’orizzonte alcuna volontà, da parte di nessuno, di ricercare e ritrovare il senso perduto dell’umiltà, generatrice di consapevolezza ed equilibrio, neanche come semplice livello di riferimento. Se la si accettasse almeno come tale, si renderebbero implicitamente possibili valutazioni di “livello relativo”, che sono le più pericolose ed aborrite.

Umili rispetto a chi, rispetto a cosa? Oggi tutti preferiscono sentirsi “liberi”, altro che umili!

Come se i rami di un albero, invece di essere connessi l’uno all’altro nel modo che conosciamo, e tutti al tronco, e tramite il tronco all’humus che tutti li alimenta e mantiene in vita, fluttuassero separatamente per l’aria, senza connessioni fra loro per il semplice fatto che non è più di moda rimanere legati al tronco. Così un rametto può illudersi di essere un tronco, e ciascuno può illudersi di essere più grande e potente, mentre in effetti resta un fuscello inerte in balia di ogni stormire di vento.

Quanto può sopravvivere una tale struttura?

In natura tali fantasmagoriche strutture non sono permesse e noi, volenti o nolenti, facciamo parte della natura, anche quando lo neghiamo con tutte le forze, o ci illudiamo di avere risorse sufficienti per poterlo fare.

Tutte le nostre libertà sono in realtà condizionate e tutte le nostre interazioni inducono a risultati necessari ed ineludibili. Un matematico direbbe che la nostra libertà è massima solo nel suo “insieme di definizione”, non illimitato, e del quale non possiamo assolutamente non tenere conto, o far finta che non esista, senza sballare clamorosamente il calcolo di ogni nostra funzione vitale e sociale.

Come sistematicamente sta avvenendo, ed in modo molto evidente.

La società in cui viviamo è una sommatoria di individui sedicenti “liberi”, totalmente privi della rigeneratrice forza vitale che può derivare soltanto da una visione “umile” del mondo, cioè collegata alle sue matrici biologiche, oltre che alla nostra ormai ripudiata evoluzione etica.

In tali condizioni non può restare che la violenza, contro la natura e le persone (cioè anche contro se stessi), come funzione di riferimento ordinativa delle regole del nostro comportamento personale e sociale, e l’unica, vera, libertà residua resta quella dei perversi e dei sopraffattori, che il problema dell’umiltà non se lo pongono a nessun livello e giocano a proprio esclusivo vantaggio con questa enorme massa di boriosi travicelli vaganti, privi di radici e di linfa, quindi totalmente incapaci di “imporre” a livello sociale diffuso la potente regola evolutiva comune dell’umiltà.

E la natura, compresa quella umana, si prende le sue dolorose rivincite, in quanto la sua etica altamente equilibrata non le consente di accettare la violenza da elementi raziocinanti che essa stessa ha prodotto, e che, proprio per il suo equilibrio, ci restituisce prima o poi, tutto il dovuto, quando, non con gli interessi.

Marco De Lorenzi

images-1

Categorie: La Cattedrale | 4 commenti

Buon Avvento!

Lo sguardo della Vergine è il solo veramente infantile, il solo vero sguardo di bambino che mai si sia posato sulla nostra vergogna e sulla nostra miseria.
– Bernanos –

Vi auguro una felice attesa di nostro Signore, buon Avvento!

advent

Categorie: La Cattedrale | 8 commenti

Cristo Re

15134518_10209365328444183_1393139667_n

Categorie: Feste cattoliche, In Cristo Re e Maria Santissima, La Cattedrale | 2 commenti

Cristo Re

È Re e desidera regnare nei nostri cuori di figli di Dio. Ma mettiamo da parte l’immagine che abbiamo dei regni della terra: Cristo non domina né cerca di imporsi, perché non è venuto per essere servito, ma per servire (Mt 20, 28). Suo regno è la pace, la gioia, la giustizia. Cristo, nostro re, non vuole da noi ragionamenti inutili, ma fatti, perché non chiunque mi dice: « Signore, Signore! » entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli (Mt 7, 21).

È Medico e cura il nostro egoismo quando lasciamo che la sua grazia penetri fino in fondo alla nostra anima. Gesù ci ha avvertiti che la malattia peggiore è l’ipocrisia, l’orgoglio che porta a dissimulare i propri peccati. Con il Medico è necessaria una sincerità assoluta, bisogna spiegare interamente la verità e dire: Domine, si vis, potes me mundare! (Mt8, 2), Signore, se vuoi — e Tu vuoi sempre — puoi guarirmi. Tu conosci la mia fragilità; avverto questi sintomi, soffro queste debolezze. E gli mostriamo con semplicità le ferite, e il pus, se c’è pus. Signore, Tu che hai curato tante anime, fa’ che, mentre ti porto nel mio cuore o ti contemplo nel Tabernacolo, ti riconosca come Medico divino.

È Maestro di una scienza che soltanto Lui possiede: quella dell’amore illimitato per Dio e, in Dio, per tutti gli uomini. Alla scuola di Cristo si impara che la nostra esistenza non ci appartiene: Egli ha dato la sua vita per tutti gli uomini, e noi, che lo seguiamo, dobbiamo comprendere che non possiamo appropriarci in modo egoistico della nostra, ignorando i dolori e le sofferenze degli altri. La nostra vita è di Dio e dobbiamo consumarla al suo servizio, preoccupandoci generosamente delle anime; dimostrando, con la parola e l’esempio, la profondità delle esigenze della vita cristiana.

Gesù aspetta che noi gli manifestiamo il desiderio di acquisire questa scienza, per dirci: Chi ha sete, venga a me e beva (Gv 7, 37). Gli rispondiamo: insegnaci a dimenticarci di noi stessi, per pensare a Te e a tutte le anime. Così il Signore ci porterà, con la sua grazia, sempre avanti, come quando facevamo i primi esercizi per imparare a scrivere — ricordate le aste che tracciavamo nella nostra infanzia sotto la guida della mano del maestro? — e così assaporeremo la gioia di manifestare la nostra fede, altro dono di Dio, anche per mezzo di un’autentica vita cristiana, nella quale tutti possano riconoscere chiaramente le meraviglie divine.

Egli è Amico; è l’Amico! Vos autem dixi amicos (Gv15, 15). Ci chiama amici ed è stato Lui a fare il primo passo; ci ha amati per primo. Non impone tuttavia il suo amore: ce lo offre. Ce lo dimostra con il segno più evidente dell’amicizia: Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici (Gv 15, 13). Era amico di Lazzaro e pianse per lui, quando lo vide morto: e lo risuscitò. Se ci vede freddi, svogliati, forse con quella rigidità che è propria di una vita interiore che vien meno, il suo pianto sarà per noi vita: Io te lo comando, amico mio, alzati e cammina (cfr Gv 11, 43; Lc 5, 24), vieni fuori da questa vita angusta, che non è vita.

 

San Josemaría Escrivá de Balaguer

efsdys

Categorie: La Cattedrale | 6 commenti

L’Amore vero

Vi consiglio caldamente l’ascolto!

La misericordia, chiave ermeneutica del vivere umano. Don Luigi Maria Epicoco

Categorie: Bisogna diventar santi, Cristianesimo, La Cattedrale | 4 commenti

Un orizzonte donato

“Gesù stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta. Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio”. Il miracolo raccontato è un capolavoro di significati. È come se Gesù prendendo a cuore la sofferenza di questa donna, desse a ciascuno di noi anche un’immagine chiara di cosa ci accade delle volte nella vita quando sovraccaricati da quello che abbiamo vissuto o fatto, siamo ricurvi a guardare solo i nostri piedi, perdendo completamente la prospettiva dell’orizzonte. Si può vivere lungamente ripiegati solo su un problema, o un lavoro, o un rapporto. Diventa così un inferno, perché l’inferno è non avere più un orizzonte dentro cui ricollocare quello che facciamo e quello che siamo. Potremmo quasi dire che la fatica del viaggio la si sopporta solo a patto di avere davanti una meta, un orizzonte verso cui andare. Quando questo ci viene tolto allora tutto si ferma, tutto diventa monotono, grigio, inutile vuoto. Gesù raddrizzando quella donna non le dà solo una guarigione fisica, ma è come se le restituisse un orizzonte, una prospettiva. È da lì che nasce la nostra vera gratitudine nei confronti di Dio, perché Lui è la possibilità di questo orizzonte.

Don Luigi Maria Epicoco

A man watches the sky during a cold night on the golf course in Arosa, Switzerland, late Friday, February 8, 2008. Arosa lies on 1800 Meter above sea level and is surrounded by mountains. This makes it an ideal place to watch stars. (KEYSTONE/Alessandro Della Bella)

A man watches the sky during a cold night on the golf course in Arosa, Switzerland, late Friday, February 8, 2008. Arosa lies on 1800 Meter above sea level and is surrounded by mountains. This makes it an ideal place to watch stars. (KEYSTONE/Alessandro Della Bella)

Categorie: Bisogna diventar santi, Don Luigi Maria Epicoco, Fede | 4 commenti

Perché?

“Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: “Arriva la pioggia”, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: “Farà caldo”, e così accade. Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo?”.

Effettivamente siamo diventati esperti anche dell’ultima particella della realtà, siamo arrivati sulla luna, su Marte. Sperimentiamo cose nuove e mirabili. Sappiamo fare cose straordinarie, inventare cose nuove, specializzarci in ogni dettaglio del reale ma siamo completamente ignoranti del senso della vita. E siamo anche incapaci delle volte a saperci porre anche questa domanda. Delle volte è questa domanda che ci brucia dentro, che si fa sentire attraverso l’angoscia, l’ansia, gli attacchi di panico, i disturbi alimentari. Ma preferiamo curare questi sintomi più che metterci in ascolto della domanda che sottintendono tutte queste cose. Non si può guarire da questa domanda, si può solo prenderla sul serio e tentare una risposta, diversamente passeremo tutta la nostra vita a gestirne i sintomi e a tenere in cantina un mostro di angoscia che ci terrifica perché immaginiamo che un giorno verrà fuori e noi ne saremo divorati. Una volta mi commosse una donna, moglie e madre, seppellita da diecimila cose da fare, che mi disse: “Stavo male perché facevo solo il mio dovere, ma non mi ero mai chiesta il perché ne valesse la pena. Bastò questa sola domanda a ridarmi pace”.

Don Luigi Maria Epicoco
wolken-1

Categorie: Don Luigi Maria Epicoco | 7 commenti

Il peccato contro lo Spirito Santo

“Chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo, gli sarà perdonato; ma a chi bestemmierà lo Spirito Santo, non sarà perdonato”. Molte volte la gente mi domanda di spiegargli in cosa consiste la bestemmia contro lo Spirito Santo. Solitamente li accompagno davanti alla finestra del mio studio. C’è un paesaggio bellissimo. Anche quando piove si scorge la montagna, il verde, il cielo o il grigio azzurro delle nuvole che si schiacciano sulle montagne. C’è così tanta bellezza da quella finestra che ci si commuove. Dopo avergli fatto vedere tutto quel paesaggio gli dico “ti piace?”; tutti nella totalità mi dicono che è molto bello. Allora io continuo dicendo “quella bellezza è lì anche se io sono un peccatore o se sono il migliore dei santi. Quella bellezza è lì ma non si impone al mio sguardo. Infatti io potrei affacciarmi a quella finestra e tenere gli occhi chiusi. Decidendo di tenere gli occhi chiusi quanta bellezza entrerebbe in me?”. Tutti mi rispondono: “Nessuna”. Ecco che cos’è la bestemmia contro lo Spirito Santo, è stare davanti alla Luce e rimanere ostinatamente con gli occhi chiusi. Quel buio scelto deliberatamente da me non può essermi perdonato perché la misericordia di Dio non può costringermi ad aprire per forza gli occhi. Dio non può salvarci per forza; dove sarebbe la nostra libertà? Dove sarebbe l’amore? Non si può perdonare uno che non accetta di essere perdonato.

Don Luigi Maria Epicoco Ft

 

trindade-santa

Categorie: Domande scottanti - risposte chiare, La Cattedrale | Tag: , , | 17 commenti

La gratitudine

Una moglie può essere grata per la morte del proprio marito?
Se, dopo un percorso di preghiera quasi ininterrotta… se, superando gli scrupoli tipo “potevo fare di più…” oppure “potevo agire diversamente…” dimentica se stessa e il proprio dolore… si, che può essere grata.

Ieri sono andata a confessarmi da un Padre domenicano particolarmente illuminato per quanto riguarda gli scrupoli. Con la preghiera, la logica, con la buona volontà, sono quasi riuscita a farmene una ragione della morte di mio marito, ma non riuscivo a superare l’ostacolo del suo ultimo ricovero e piangevo spesso, non lacrime di sollievo ma lacrime amare, lacrime di colpa, lacrime di dolore.

Era andato tutto storto fin dall’inizio dell’ultimo ricovero di Mimmo,…storto secondo le logiche umane. Mio marito è stato trasferito lì dall’ospedale di Luino per una riabilitazione in uno stato di salute già molto compromesso, ma io continuavo a lottare dentro di me per la sua vita. Eppure, nello stesso tempo, ero convinta che qualcosa stesse per cambiare, il cambiamento lo osservavo in lui, vedevo che si allontanava dalla sua esistenza terrena per arrivare a quella eterna. Sempre meno interessato a ciò che lo circondava ma grato per ogni visita degli amici e suppongo, consapevole che sarebbe stata l’ultima. Era come se tutto di lui fosse raccolto nella sua anima, come se avesse l’appuntamento fisso con il suo Creatore dentro di lui.

In quell’ultimo ricovero che ricordavo fino a ieri come un incubo, lui ha bruciato le tappe, da camminata veloce era passato al running, correre, correre, correre, non c’era tempo da perdere.

Ha subìto l’omissione di soccorso, ed io non ero stata in grado di impedirlo, non me ne ero resa conto…così come non me ne ero resa conto pienamente che lo stavano trattando come un paziente qualunque e non come una persona che stava per morire. Ecco il perché dei miei sensi di colpa… avrei dovuto intervenire subito. Il medico aveva chiesto a me che cosa doveva fare e dovevo minacciarlo per fargli chiamare l’ambulanza per portarlo al Pronto Soccorso. E Mimmo era li, nel letto, chiedeva aiuto con voce flebile, ma calma, non era agitato.

Fino a ieri ho avuto queste immagini davanti ai miei occhi, mi sentivo in colpa di non aver fatto di più, non aver agito diversamente, non riuscivo a perdonarmi. Poi questo giovane Padre nel confessionale mi ha detto che laddove l’uomo non arriva con le proprie forze, ci si mette Dio e compie l’opera secondo la Sua volontà per il maggior bene di tutti…e che proprio nei momenti nei quali l’uomo, nella sua presunzione di aver sotto controllo tutto, non si intromette nell’opera di Dio, le cose funzionano, e io mi sono rilassata. Finalmente ho potuto piangere di sollievo davanti al crocifisso del Duomo.

Poco prima che arrivasse l’ambulanza, Mimmo stava guardando davanti a sé ed a voce alta e chiara e con sguardo lucido, ha detto: “Io muoio!”. Poi si è fatto il segno della croce che comprendeva tutto il suo tronco e ha alzato leggermente le braccia come se volesse consegnarsi a Qualcuno in tutta tranquillità ed è stato un momento di estrema solennità. Subito dopo è arrivata l’ambulanza, gli hanno dato la maschera d’ossigeno e lui si è totalmente rilassato, respirava molto meglio.

Arrivato nel Pronto Soccorso di Crema, ospedale che lui conosceva bene e dove si è sempre sentito voluto bene, ha sorriso per l’ultima volta alla mia amica Carmen che lo stava aspettando mentre io dovevo raccogliere le sue cose nell’altra clinica. Un sorriso che, lo so, le stava arrivando più dal cielo che dalla terra. Da quando aveva detto “Io muio!”, lui era cambiato, era già per la strada…una strada bellissima, quella del 12 dicembre.

Lo sapevo già, tutti lo sappiamo, ma osservando mio marito, ho veramente compreso che bisogna vivere come si desidera di morire. Lui ha recuperato tutto in pochi mesi, completato in pochissimi giorni. Se penso a lui, a come era negli ultimi tempi, ho davanti agli occhi un agnellino che non si lamentava mai. E io sono grata, davvero grata, che ora sta bene, che non soffre più, che è felice. Se la merita tutta, quell’eterna felicità.

Mimmo_n

Categorie: Bisogna diventar santi, Cristianesimo, Fede, La Cattedrale, Matrimonio e famiglia, Testimonianze | Tag: , , , , , | 13 commenti

Rallenta!

Con una logica disarmante agguanto la borsa al primo avviso dell’arrivo delle caselle autostradali, e…mio Dio, ho perso il portafoglio! Parcheggio d’emergenza e inizia una frenetica ricerca sotto i sedili, nel bagagliaio, nei vestiti, dappertutto. Non ho trovato il portafoglio ma alcuni spiccioli che sono bastati per pagare il primo tratto autostradale, 3.20 Euro, mentre al secondo e terzo mi sono fatta consegnare le ricevute che pagherò domani.

Subito dopo mi fermo in un piccolo parcheggio e mi dico che non è possibile, qualcosa di importante mi sta sfuggendo e tuttavia non ricordo che cosa. Il mio sguardo vaga sul portaoggetti del cruscotto, l’unico pezzo mancante di tutta la mia inutile ricerca, lo apro e trovo in bella vista il portafoglio. Un flash mi porta indietro di quasi due ore, che cosa era successo alla partenza? Eccolo:

Sto per partire da Cunardo (VA), dove mio marito (detto Mimmo) si trova in una clinica di riabilitazione, verso casa. Penso fra me e me che sarebbe cosa utile comportarmi da vera tedesca organizzata e di mettere hic et nunc il portafoglio sul sedile, invece di tuffarmi ai caselli autostradali in borsa per cercarlo inutilmente con il risultato di chiedere dopo alcuni minuti di imbarazzata attività l’aiuto dei sommozzatori. Poi però decido saggiamente (?) di nasconderlo nel portaoggetti del cruscotto, con i tempi che corrono…

E’ vero che sono estremamente stanca, la mente non ha più il tempo di riposare bene, tuttavia mi accorgo che qualcosa non va. Sempre di corsa, alcuni minuti al giorno che spendo per distrarmi ma non si può parlare di riposo, anche quei momenti sono un rincorrersi. Bisogna che io –ma un po’ noi tutti o quasi- impariamo a rallentare in ogni cosa. Ho un angelo custode eccezionale ma se non gli do il tempo di suggerirmi, di indicarmi, di correggermi, se voglio fare di testa mia senza interpellarlo, non mi può aiutare, non glielo permetto. Lui è perfetto così, sono io che devo cambiare, e ho intenzione di farlo. So che sarà una battaglia dura, il perfezionismo, il pensare di essere autosufficiente sono radicati dentro di me, ma con l’aiuto di Dio e la mia collaborazione, ce la farò.

Rallentare e diventare docili agli aiuti divini che ci vengono incontro di continuo, mentre tanti di noi si perdono in loro stessi trovando tutte le scuse possibili per giustificare la propria corsa.

vano-portaoggetti

Categorie: Bisogna diventar santi | 12 commenti

Santa Margherita Maria Alacoque

Margherita nacque a Lautecour, nel dipartimento della Saone e Loira (Francia) il 22 luglio 1647, da Claudio Alacoque e Filiberta Lamyn, ferventi cristiani di buona situazione sociale ed economica.
Il 20 giugno 1671, a 24 anni, entrò nel monastero di S. Maria di Paray-le-Monial. Fin da piccola Margherita avversava ogni cosa che sembrasse offesa di Dio e fece il suo voto di verginità a soli quattro anni, senza intendere il pieno significato. Ma la sua attrazione verso la preghiera, il ritiro e il silenzio, nonostante la sua indole vivacissima, il suo amore verso l’Eucarestia, il suo interessamento dei poveri e sofferenti, dei quali cercava di alleviare le pene con ogni mezzo a sua disposizione manifestavano la strada scelta per lei dal Signore.
A otto anni perse il padre e venne a trovarsi, insieme alla mamma, alle dipendenze di alcuni parenti egoisti ed esosi, i quali, con continui e molteplici maltrattamenti le procurarono grandi sofferenze, in aggiunta alle malattie da cui era spesso colpita e alle penitenze che vi aggiungeva di suo.
Margherita sopportava tutto con pazienza e in atteggiamento di rispetto e di benevolenza verso i persecutori suoi e della mamma.  Continua a leggere

Categorie: Cose da Santi..., In Cristo Re e Maria Santissima, La Divina Misericordia | Tag: , , , | 5 commenti

Santa Teresa d’Avila [di Gesù] – 15 ottobre

Cari fratelli e sorelle,

nel corso delle Catechesi che ho voluto dedicare ai Padri della Chiesa e a grandi figure di teologi e di donne del Medioevo ho avuto modo di soffermarmi anche su alcuni Santi e Sante che sono stati proclamati Dottori della Chiesa per la loro eminente dottrina. Oggi vorrei iniziare una breve serie di incontri per completare la presentazione dei Dottori della Chiesa. E comincio con una Santa che rappresenta uno dei vertici della spiritualità cristiana di tutti i tempi: santa Teresa d’Avila [di Gesù].

Nasce ad Avila, in Spagna, nel 1515, con il nome di Teresa de Ahumada. Nella sua autobiografia ella stessa menziona alcuni particolari della sua infanzia: la nascita da “genitori virtuosi e timorati di Dio”, all’interno di una famiglia numerosa, con nove fratelli e tre sorelle. Ancora bambina, a meno di 9 anni, ha modo di leggere le vite di alcuni martiri che le ispirano il desiderio del martirio, tanto che improvvisa una breve fuga da casa per morire martire e salire al Cielo (cfr Vita 1, 4); “voglio vedere Dio” dice la piccola ai genitori. Alcuni anni dopo, Teresa parlerà delle sue letture dell’infanzia e affermerà di avervi scoperto la verità, che riassume in due principi fondamentali: da un lato “il fatto che tutto quello che appartiene al mondo di qua, passa”, dall’altro che solo Dio è “per sempre, sempre, sempre”, tema che ritorna nella famosissima poesia “Nulla ti turbi / nulla ti spaventi; / tutto passa. Dio non cambia; / la pazienza ottiene tutto; / chi possiede Dio / non manca di nulla / Solo Dio basta!”. Rimasta orfana di madre a 12 anni, chiede alla Vergine Santissima che le faccia da madre (cfr Vita 1, 7). Continua a leggere

Categorie: Cose da Santi... | Tag: , , , | 2 commenti

Docile allo Spirito Santo

Nostro Signore Gesù lo vuole: bisogna seguirlo da vicino. Non c’è altra strada. Questa è l’opera dello Spirito Santo in ogni anima — nella tua —, e devi essere docile, per non porre ostacoli al tuo Dio.

In primo luogo la docilità, perché è lo Spirito Santo che con le sue ispirazioni dà tono soprannaturale ai nostri pensieri, ai nostri desideri e alle nostre opere. È Lui che ci spinge ad aderire alla dottrina di Cristo e ad assimilarla in tutta la sua profondità; è Lui che ci illumina per farci prendere coscienza della nostra vocazione personale e ci sostiene per farci realizzare tutto ciò che Dio si attende da noi. Se siamo docili allo Spirito Santo, l’immagine di Cristo verrà a formarsi sempre più nitidamente in noi, e in questo modo saremo sempre più vicini a Dio Padre. Sono infatti coloro che sono guidati dallo Spirito di Dio, i veri figli di Dio. Se ci lasciamo guidare da questo principio di vita presente in noi, la nostra vitalità spirituale si svilupperà sempre più, e noi ci abbandoneremo nelle mani di Dio nostro Padre con la stessa spontaneità e con la stessa fiducia con cui il bambino si getta nelle braccia del padre. Se non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli, ha detto il Signore. Questo antico e sempre attuale itinerario interiore di infanzia, non è fragile sentimentalismo né carenza di maturità umana, bensì la vera maturità soprannaturale, che ci porta a scoprire sempre meglio le meraviglie dell’amore divino, a riconoscere la nostra piccolezza e a identificare del tutto la nostra volontà con la volontà di Dio.

San Josemaría Escrivá – E’ Gesù che passa, 135

Hirte

Categorie: Bisogna diventar santi | Tag: , , | 2 commenti

Senza il ‘senso del peccato’ aumentano i ‘complessi di colpa’.

Despair

Benedetto XVI ha constatato che alla perdita del “senso del peccato” che caratterizza la società attuale è seguito un aumento dei “complessi di colpa”. Questo fenomeno, ha aggiunto, dimostra la necessità dell’essere umano di ricevere il perdono di Dio, che ha luogo attraverso il sacramento della confessione. Il Papa lo ha osservato ricevendo in udienza i partecipanti al Corso sul Foro interno offerto dal Tribunale della Penitenzieria Apostolica a sacerdoti ordinati recentemente. Compiendo un’analisi della realtà attuale, il Papa ha osservato che c’è “un’umanità che vorrebbe essere autosufficiente, dove non pochi ritengono quasi di poter fare a meno di Dio per vivere bene”. Eppure, ha riconosciuto, “quanti sembrano tristemente condannati ad affrontare drammatiche situazioni di vuoto esistenziale, quanta violenza c’è ancora sulla terra, quanta solitudine pesa sull’animo dell’uomo dell’era della comunicazione!”. “In una parola – ha detto –, oggi pare che si sia perso il ‘senso del peccato’, ma in compenso sono aumentati i ‘complessi di colpa’”. “Chi potrà liberare il cuore degli uomini da questo giogo di morte, se non Colui che morendo ha sconfitto per sempre la potenza del male con l’onnipotenza dell’amore divino?”, si è chiesto il Pontefice. “Il sacerdote, nel sacramento della Confessione, è strumento di questo amore misericordioso di Dio”, ha ricordato. “L’impegno del sacerdote e del confessore è principalmente questo: portare ciascuno a fare esperienza dell’amore di Cristo per lui, incontrandolo sulla strada della propria vita”. “Il sacerdote, ministro del sacramento della Riconciliazione, senta sempre come suo compito quello di far trasparire, nelle parole e nel modo di accostare il penitente, l’amore misericordioso di Dio”, ha concluso infine il Papa.

Pubblichiamo il discorso pronunciato da Benedetto XVI nel ricevere questo venerdì in udienza i partecipanti al Corso sul Foro interno promosso dalla Penitenzieria Apostolica.

Signor Cardinale,

Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,

ben volentieri vi accolgo quest’oggi e rivolgo il mio cordiale saluto a ciascuno di voi, partecipanti al Corso sul Foro interno organizzato dalla Penitenzieria Apostolica. In primo luogo saluto il Signor Cardinale James Francis Stafford, Penitenziere Maggiore, che ringrazio per le gentili parole rivoltemi, il Vescovo Gianfranco Girotti, Reggente della Penitenzieria, e tutti i presenti.

L’odierno incontro mi offre l’opportunità di riflettere insieme a voi sull’importanza del sacramento della Penitenza anche in questo nostro tempo e di ribadire la necessità che i sacerdoti si preparino ad amministrarlo con devozione e fedeltà a lode di Dio e per la santificazione del popolo cristiano, come promettono al Vescovo nel giorno della loro Ordinazione presbiterale. Si tratta infatti di uno dei compiti qualificanti del peculiare ministero che essi sono chiamati ad esercitare ‘in persona Christi’. Con i gesti e le parole sacramentali, i sacerdoti rendono visibile soprattutto l’amore di Dio, che in Cristo si è rivelato in pienezza. Nell’amministrare il Sacramento del perdono e della riconciliazione, il presbitero – ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica – agisce come ‘il segno e lo strumento dell’amore misericordioso di Dio verso il peccatore’ (n. 1465). Ciò che avviene in questo sacramento è pertanto innanzitutto mistero di amore, opera dell’amore misericordioso del Signore.

‘Dio è amore’ (1 Gv 4,16): in questa semplice affermazione l’evangelista Giovanni ha racchiuso la rivelazione dell’intero mistero di Dio Trinità. E nell’incontro con Nicodemo Gesù, preannunciando la sua passione e morte in croce, afferma: ‘Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna’ (Gv 3,16). Abbiamo tutti bisogno di attingere alla fonte inesauribile dell’amore divino, che si manifesta a noi totalmente nel mistero della Croce, per trovare l’autentica pace con Dio, con noi stessi e con il prossimo. Solo da questa sorgente spirituale è possibile trarre quell’energia interiore indispensabile per sconfiggere il male e il peccato nella lotta senza pausa, che segna il nostro pellegrinaggio terreno verso la patria celeste.

Il mondo contemporaneo continua a presentare le contraddizioni ben rilevate dai Padri del Concilio Vaticano II (cfr Cost. past. Gaudium et spes, 4-10): vediamo un’umanità che vorrebbe essere autosufficiente, dove non pochi ritengono quasi di poter fare a meno di Dio per vivere bene; eppure, quanti sembrano tristemente condannati ad affrontare drammatiche situazioni di vuoto esistenziale, quanta violenza c’è ancora sulla terra, quanta solitudine pesa sull’animo dell’uomo dell’era della comunicazione! In una parola, oggi pare che si sia perso il ‘senso del peccato’, ma in compenso sono aumentati i ‘complessi di colpa’. Chi potrà liberare il cuore degli uomini da questo giogo di morte, se non Colui che morendo ha sconfitto per sempre la potenza del male con l’onnipotenza dell’amore divino? Come ricordava san Paolo ai cristiani di Efeso, ‘Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo’ (Ef 2,4). Il sacerdote, nel sacramento della Confessione, è strumento di questo amore misericordioso di Dio, che invoca nella formula dell’assoluzione dei peccati: ‘Dio, Padre di misericordia, che ha riconciliato a sé il mondo nella morte e risurrezione del suo Figlio, e ha effuso lo Spirito Santo per la remissione dei peccati, ti conceda, mediante il ministero della Chiesa, il perdono e la pace’.

Il Nuovo Testamento, in ogni sua pagina, parla dell’amore e della misericordia di Dio che si sono resi visibili in Cristo. Gesù infatti, che ‘riceve i peccatori e mangia con loro’ (Lc 15,2), e con autorità afferma: ‘Uomo, i tuoi peccati ti sono rimessi’ (Lc 5,20), dice: ‘Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi’ (Lc 5,31-32). L’impegno del sacerdote e del confessore è principalmente questo: portare ciascuno a fare esperienza dell’amore di Cristo per lui, incontrandolo sulla strada della propria vita come Paolo lo incontrò sulla via di Damasco. Conosciamo l’appassionata dichiarazione dell’Apostolo delle genti dopo quell’incontro che ne cambiò la vita: ‘mi ha amato e ha dato se stesso per me’ (Gal 2,20).

Questa è la sua esperienza personale sulla via di Damasco: il Signore Gesù ha amato Paolo e ha dato la sua vita per lui. E nella confessione questa è anche la nostra strada, la nostra via di Damasco, la nostra esperienza: Gesù ha amato me e si è donato per me. Possa ogni persona fare questa stessa esperienza spirituale e come ha detto il Servo di Dio Giovanni Paolo II ‘riscoprire Cristo come mysterium pietatis, colui nel quale Dio ci mostra il suo cuore compassionevole e ci riconcilia pienamente a sé. È questo volto di Cristo che occorre far riscoprire anche attraverso il sacramento della Penitenza’ (Giovanni Paolo II, Lett. ap. Novo millennio ineunte, 37). Il sacerdote, ministro del sacramento della Riconciliazione, senta sempre come suo compito quello di far trasparire, nelle parole e nel modo di accostare il penitente, l’amore misericordioso di Dio. Come il padre della parabola del figlio prodigo, accolga il peccatore pentito, lo aiuti a risollevarsi dal peccato, lo incoraggi a emendarsi non venendo mai a patti con il male, ma riprendendo sempre il cammino verso la perfezione evangelica. Questa bella esperienza del figlio prodigo, che trova nel Padre tutta la misericordia divina, sia l’esperienza di chiunque si confessa, nel sacramento della Riconciliazione.

Cari Fratelli, tutto ciò comporta che il sacerdote impegnato nel ministero del sacramento della Penitenza sia animato egli stesso da una costante tensione alla santità. Il Catechismo della Chiesa Cattolica punta alto in tale esigenza, quando afferma: ‘Il confessore […] deve avere una provata conoscenza del comportamento cristiano, l’esperienza delle realtà umane, il rispetto e la delicatezza nei confronti di colui che è caduto; deve amare la verità, essere fedele al Magistero della Chiesa e condurre con pazienza il penitente verso la guarigione e la piena maturità. Deve pregare e fare penitenza per lui, affidandolo alla misericordia del Signore’ (n. 1466).

Per portare a compimento questa importante missione, interiormente unito sempre al Signore, il sacerdote si mantenga fedele al Magistero della Chiesa per quanto concerne la dottrina morale, cosciente che la legge del bene e del male non è determinata dalle situazioni, ma da Dio. Alla Vergine Maria, Madre di misericordia, chiedo di sostenere il ministero dei sacerdoti confessori e di aiutare ogni comunità cristiana a comprendere sempre più il valore e l’importanza del sacramento della Penitenza per la crescita spirituale di ogni fedele. A voi, qui presenti, e alle persone che vi sono care imparto con affetto la mia Benedizione.

Benedetto XVI – 2007

Fonte

Categorie: Fede | Tag: , , , , , | Lascia un commento

Come crocifiggere l’ego in 7 punti essenziali

Come si realizza la sottomissione dell’ego a Dio affinché l’anima si liberi e viva in un abbandono totale alla volontà di Dio?

  1. Sii attento a non fare affidamento alla tua sapienza personale e le tue capacità, a non nutrire bramosie umane per una qualche opera, nel timore che il tuo spirito si fermi, si oscuri la tua visione, la grazia ti abbandoni e tu rischi di non vedere più il cammino divino, di perdere la verità, di cadere nella rete del nemico e di diventare schiavo del tuo ego e dei desideri degli uomini.
    Guai a coloro che si credono sapienti, e si reputano intelligenti (Is 5,21)
  2. Guardati dal credere di essere qualcosa di importante, che senza di te le cose si fermino e i lavori si interrompano, e così il tuo ego appaia importante ai tuoi occhi. Sappi che Dio può fare con un altro molto meglio di quanto non faccia con te; che può rendere deboli i forti e forti i deboli, rendere ignoranti i sapienti e sapienti gli ignoranti. Tutto quel che è buono e utile in te è di Dio e non tuo, e se tu non ne hai cura e nel tuo intimo non l’attribuisci a Dio, ti verrà tolto. E se ti vanti della tua intelligenza o della tua virtù, Dio le abbandona ed esse si trasformano in corruzione, rovine e mali.
  3. Se il tuo ego teme la sottomissione a Dio, si sottrae all’abbandono a lui e si gloria del proprio potere; se tu attribuisci la tua intelligenza, la tua virtù e la tua riuscita a te stesso, Dio ti sottopone a correzioni che si ripetono, una dopo l’altra, a tribolazioni che si susseguono, fino a quando non ti sottometti e ti abbandoni a lui con umiltà. Ma se rifiuti la correzione e detesti subire la tribolazione, allora Dio ti abbandonerà a te stesso per sempre.
  4. Sii attento quindi e presta bene ascolto, perché, o ti consideri realmente al pari di niente, in atti e in parole, fermamente deciso nel tuo intimo ad abbandonarti a Dio con tutte le tue forze e, in questo caso, ti liberi di buon grado dal tuo ego per la grazia di Dio; oppure verrai consegnato alla correzione fino a quando, costretto, ti libererai dal tuo ego. Farai bene quindi a scegliere il cammino della sottomissione volontaria, a considerarti fin da ora un nulla e a seguire la grazia sulle vie dello Spirito.
  5. Sappi che la sottomissione a Dio e il totale abbandono alla sua volontà e al suo discernimento sono in realtà un dono e una grazia. Per ottenerlo, insieme alla preghiera e alla supplica, abbiamo bisogno della forza fiduciosa della fede dell’insistenza del cuore, affinché Dio non ci affidi alla correzione a causa del nostro ottenebramento e non ci lasci alla nostra sapienza. Inoltre, dobbiamo optare con grande determinazione per la rinuncia a noi stessi in ogni momento e in ogni occasione, non davanti al mondo, ma nell’intimo della nostra coscienza. Beato colui che scopre la debolezza e la mediocrità della propria anima, che l’ammette e la confessa davanti a Dio fino all’ultimo della sua vita.
  6. Se subisci la correzione, sappi che si tratta di un bene immenso, perché Dio affida alla correzione l’anima che ha dimenticato la propria debolezza e si glorifica delle proprie capacità e successi. Dio la corregge fino a quando non si sia resa conto della propria debolezza: essa vi perviene soprattutto quando Dio non concede alcuno sfogo al suo sconforto bloccando l’io da ogni parte e lasciandolo in preda alle umiliazioni interiori o esteriori – dipendano dai peccati o dagli affronti -, finché l’anima giunga a detestarsi, a maledire la propria intelligenza, a negare la propria capacità e si affidi, infine, a lui, umile e contrita. In quel momento l’uomo non ha difficoltà a detestare il proprio ego; si augura addirittura che tutti si uniscano a lui per detestare quell’ego esecrabile. Tale è l’autentico cammino d’umiltà che conduce al totale abbandono alla volontà divina e che sfocia nella liberazione dell’anima dalla dominazione dell’ego, dai suo inganni, dalla sua ostinazione e dal suo orgoglio.
  7. Se vuoi raggiungere la liberazione dell’anima attraverso il cammino migliore e più semplice, mettiti alla scuola della grazia, siediti ogni giorno, esamina i tuoi pensieri, le tue ragioni, le tue intenzioni, i tuoi obiettivi, le tue parole, le tue azioni alla luce della parola di Dio. Scoprirai allora la corruzione del tuo ego, la sua doppiezza, la sua malizia, i suoi inganni, il suo orgoglio, le sue sozzure… Se persevererai così ogni giorno con cuore contrito, potrai liberarti dall’ego menzognero e morboso e vincere progressivamente su di lui fino a sbarazzarti del suo ascendente. Allora ti renderai conto della gravità del disastro nel quale il tuo ego ti aveva trascinato quando gli obbedivi, quando ti compiacevi in lui, te ne gloriavi e ricercavi il suo rispetto e la sua dignità.

E nello stesso istante in cui, nell’intimo di te stesso, sarai sicuro di non essere nulla e che Dio è tutto, allora sarai veramente libero.

Matta El Meskin

Fonte

Umiltà

Categorie: Ascesi, Bisogna diventar santi, La Cattedrale, Saggezza, Santificare l'attimo, Vita spirituale | Tag: , , , , , | Lascia un commento

Perché credere? Perché non credere?

Premessa

La domanda più importante della vita, dalla cui risposta tutto dipende, non è “cosa mi piace?”, “di che cosa ho voglia?”, ma… “che cosa è vero?”.
Questo è l’atteggiamento più intelligente nei confronti della propria vita, perché la realtà – anche la realtà della nostra vita e il suo significato – non dipende da quel che pensiamo noi (soggettivamente), ma è quella che è (oggettivamente). Per cui la mia vita si realizzerà pienamente solo se seguirò ciò che è vero (verità), non ciò che mi invento (opinione soggettiva).
Una vera amicizia, anche tra noi, è data soprattutto non dal condividere semplicemente una coabitazione o certi momenti di svago o di studio, ma dall’aiutarci vicendevolmente a cercare le risposte vere ai quesiti più decisivi della vita. Pensare invece che tutto sia solo opinabile, cioè che non esista o non possiamo conoscere quella verità oggettiva uguale per tutti e al di sopra di tutti, non inventabile ma scopribile, significa fondamentalmente rassegnarci ad affiancare semplicemente gusti e opinioni, senza in fondo mai capirci e poter dialogare davvero.
Quella di oggi vuol essere una prima provocazione a cercare; più che dare delle risposte vogliamo aiutarci a impostare bene le domande.

Perché credere?
La provocazione che ci viene dal cristianesimo è fortissima ed unica; non ha equivalenti neppure nelle altre religioni. Anzi, in senso stretto il cristianesimo non è neppure una “religione”, se per religione si intende semplicemente una relazione con la divinità, una dottrina di fede con una morale. Il cristianesimo è infatti anzitutto una notizia (appunto “Vangelo”, dal greco), cioè la notizia di un singolarissimo avvenimento storico, di cui abbiamo testimonianze ancora più certe di altri fatti storici. E’ l’annuncio che oltre 2000 anni fa (significativamente infatti contiamo gli anni prima e dopo quell’evento) è accaduto qualcosa di inimmaginabile, che cambia tutta la vita: Dio stesso (quello che poco o tanto intuiscono le religioni, quello la cui esistenza era stata scoperta anche dai massimi filosofi, quello stesso Dio che aveva già parlato agli Ebrei) si è reso presenza fisica in mezzo a noi, prendendo tutta la natura umana, per permettere ad ogni uomo di partecipare per sempre alla Sua stessa vita. Il “caso” Gesù di Nazareth, il Cristo, è infatti unico; potremmo dire una “pretesa” unica. Il cristianesimo è infatti annuncio e dono non di una dottrina, ma di una persona: l’unico uomo-Dio. Prova suprema della sua divinità è stata la sua resurrezione, cioè la vittoria definitiva sulla morte.
Perché anzitutto dovrei interessarmi a Cristo, fino a credere in Lui?
Potremmo dire anzitutto semplicemente: perché è un fatto, un avvenimento.
Il bello di un fatto è che non dipende da me, dalla mia opinione, dai miei gusti o voglie. Se è accaduto, è accaduto, e non posso farci niente. L’unica domanda seria è eventualmente vedere se è realmente accaduto o no, che cosa è realmente accaduto o cosa potrebbe essere stato inventato; ma questo riguarda qualsiasi fatto storico; ed è possibile farlo anche sul “caso” Cristo.

Cosa c’è in gioco?
Se Cristo è risorto, se quindi è Dio-fatto-uomo, allora qui ci troviamo di fronte non ad una teoria tra le tante, in cui eventualmente scegliere qualcosa a piacimento, ma è la verità assoluta (Dio infatti non può sbagliarsi).
In Cristo si rivela allora pienamente il senso della nostra vita, il significato di ogni cosa della vita.
Cristo ha promesso che ritornerà nella gloria e tutto sarà sottoposto al suo “giudizio”.
L’uomo è chiamato all’eternità (questo non dipende da noi); ma se sarà un’eternità infinitamente felice (partecipando alla vita di Dio) o infinitamente disperata (inferno), dipende dalla nostra libera adesione o rifiuto di Lui, che è la “via, la verità e la vita”(Gv 14,6).
C’è dunque in gioco non solo la bellezza e la verità della vita presente, ma il nostro personale destino eterno. Non ci sarà un’altra vita per poter cambiare: ci giochiamo tutto qua, su questa domanda.
E’ una sfida totale, una scommessa su tutto (come direbbe B.Pascal): non si tornerà indietro.

Perché non credere?
Nonostante che siamo fatti per questa felicità e vita infinite; e nonostante che abbiamo, se vogliamo fare una ricerca seria, assai più motivi ragionevoli per credere piuttosto che non credere, non ci nascondiamo che possiamo essere tentati di non credere, oggi forse più che mai.
Proviamo a vedere qualche motivo:

  • perché voglio essere libero
    In realtà la libertà è una straordinaria capacità che Dio ci ha dato, affinché siamo responsabili di quello che facciamo (e quindi con meriti o colpe). Dio ci ha dato la libertà e non ce la toglie, perfino se ci facessimo del male. La libertà non è però il capriccio di fare semplicemente quello che si vuole, anche perché la libertà non può nulla contro la verità. Potremmo dire che la libertà sta alla verità come le gambe stanno alla strada: la libertà di andare fuori strada indica un difetto, un uso sbagliato della stessa libertà. Quindi tanto più sono nella verità, tanto più sono libero (cfr. Gv 8,32).

– perché non mi va, non mi piace, non lo sento
Abbiamo osservato che questo non può essere il criterio della vita. Come la vita stessa col tempo ci insegna, ciò che ci edifica, che ci realizza davvero, non coincide sempre con quello che immediatamente ci piace.

  • perché è difficile.
    Certamente è più facile lasciarsi andare e vivere secondo la voglia del momento; ma abbiamo appena detto che questa non è la posizione più intelligente dell’uomo. Seguire Cristo non è certamente facile, lui stesso ha detto che la “porta” che conduce alla vita è “stretta” ed occorre uno sforzo, oltre alla sua grazia (Lc 13,24); tanto più che, dal “peccato originale” in poi c’è in noi anche una resistenza, una fatica ed una tentazione diabolica contraria al cammino della verità, pur essendo fatti per questo.

– perché non vedo cosa c’entra con la vita
La fede, come vedremo in seguito, non è un dato acquisito una volta per sempre: occorre conoscere sempre meglio la verità che è Cristo e cercare di farne anche sempre più esperienza. Per questo, se si rimane con qualche nozione superficiale, non si capisce cosa la fede implichi e cosa cambi nella vita concreta di un uomo. Una fede superficiale, staccata dalla vita, rischia di essere smarrita.

– perché qualcosa o qualcuno mi ha scandalizzato
Molte volte ci sono pregiudizi contro la fede e contro la Chiesa, spesso appositamente orchestrati per farci perdere la fede. Dobbiamo allora essere più informati su come stanno realmente le cose (ad esempio su certe questioni storiche). Se poi noi abbiamo fatto qualche incontro con cristiani che effettivamente ci hanno scandalizzato, dobbiamo cercare di capire che sarebbe stupido precluderci il cammino della vita eterna perché c’è qualcuno che non è coerente col Vangelo (potremmo banalmente dire: peggio per lui!). La verità infatti rimane quella, anche se chi me l’annuncia non la vivesse.

– perché c’è il male nel mondo
Questo è uno dei problemi più difficili. Qua diciamo solo che il vero male del mondo è il male morale, cioè quello fatto dagli uomini; e questo è proprio il frutto della disobbedienza a Dio, cioè il frutto di un abuso di libertà (che Dio, abbiamo detto, continua a rispettare, salvo il giudizio finale).

pensatore

Fonte: San Damiano
– perché c’è il male nel mondo
Questo è uno dei problemi più difficili. Qua diciamo solo che il vero male del mondo è il male morale, cioè quello fatto dagli uomini; e questo è proprio il frutto della disobbedienza a Dio, cioè il frutto di un abuso di libertà (che Dio, abbiamo detto, continua a rispettare, salvo il giudizio finale).

Categorie: Domande scottanti - risposte chiare, La Cattedrale, Minicatechesi | Tag: , , , , , , | 6 commenti

Un Santo per amico: Agostino

Agostino, fedele compagno di viaggio di Benedetto XVI

Il mio amico Agostino. La catechesi di ieri di Benedetto XVI potrebbe intitolarsi così. Come un uomo può parlare di un amico grande, che incontra da ragazzo egli resta per sempre accanto, così il Papa ha parlato di Agostino. Che è Agostino di Ippona, ed è morto quasi milleseicento anni fa.

Come può un uomo di un tempo così perdutamente remoto essere compagno, interlocutore silenzioso e fedele, di un altro in un evo vertiginosamente distante? È l’ostacolo, la barriera opaca del tempo, che quasi inconsciamente si frappone fra noi e i santi che pure magari veneriamo. Francesco, Bernardo, Teresa e Caterina: uomini e donne straordinari, ma la massa rappresa del tempo che ci separa li fa sembrare spesso irrimediabilmente lontani; e allora quelle figure si irrigidiscono in devoti stereotipi, e la loro umanità sembra incapace di toccare la nostra.

Continua a leggere

Categorie: Cose da Santi..., Vox catholicae Ecclesiae | Tag: , , , , , , , , | Lascia un commento

«Parlo da cattolico, ma…» (tenetevi forte)

Parlassero di meno, soprattutto da cattolici.

Giuliano Guzzo

cattolico

Brutte notizie amici, ci siamo persi un comandamento per strada: quello che impone di parlare “da cattolici”. Altri invece devono averlo scovato

View original post 542 altre parole

Categorie: La Cattedrale | Lascia un commento

San Benedetto da Norcia

Padre buono, ti prego,
dammi un’intelligenza che ti comprenda,
un animo che ti gusti,
una pensosità che ti cerchi,
una sapienza che ti trovi,
uno spirito che ti conosca,
un cuore che ti ami,
un pensiero che sia rivolto a te,
degli occhi che ti guardino,
una parola che ti piaccia,
una pazienza che ti segua,
una perseveranza che ti aspetti.
Dammi, ti prego, la tua santa presenza,
la resurrezione,
la ricompensa e la vita eterna.

San Benedetto da Norcia

Fonte

benedikt3

Categorie: Cose da Santi... | 8 commenti

Fidarsi di Dio

Senza Gesù non facciamo nulla di buono. È questo l’insegnamento dato dal Maestro ai suoi discepoli nel racconto evangelico della pesca miracolosa e che si ripete nella nostra vita.
San Luca racconta che un giorno il Signore predicava nei pressi del mare di Galilea ed erano così tanti quelli che lo ascoltavano che egli dovette chiedere aiuto. Alcuni pescatori stavano lavando le reti sulla riva. Avevano terminato la parte più impegnativa del lavoro e stavano sistemando le ultime cose, sicuramente con l’idea di andarsene al più presto a casa per riposarsi. Ma Gesù salì su una barca, quella di Simone, e da lì continuò a parlare alla folla.
L’evangelista non si sofferma a raccontarci il contenuto dell’insegnamento del Signore. Questa volta vuole farci prestare attenzione ad altri fatti, perché contengono una lezione di grande importanza per la vita cristiana.
FE.1
Lotta e fiducia
Forse Pietro e i suoi compagni pensavano che, al termine del suo discorso, Gesù sarebbe ritornato a riva e avrebbe ripreso il suo cammino. Ma non fu così: si rivolse a loro e li invitò a riprendere il lavoro, proprio quello che stavano per concludere. Ne furono sorpresi; ma Simone ebbe la grandezza d’animo di non badare alla stanchezza e rispose: Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti.
Avevano lavorato tutta la notte, invano. Sapevano pescare, era la loro professione, avevano esperienza; eppure niente: erano ritornati stanchi e senza un pesce. Probabilmente, erano anche demoralizzati. Magari qualcuno avrà anche pensato che con quel mestiere non si poteva tirare avanti e avrà avuto il desiderio – più o meno represso – e frutto di una sensazione di impotenza, di piantare tutto.
Sappiamo che il racconto si conclude con una pesca straordinariamente abbondante. Se ci domandassimo che cosa fece la differenza tra questa abbondanza e l’insuccesso notturno, la risposta sarebbe immediata: la presenza di Cristo. Tutte le altre circostanze di questo secondo tentativo sembrano meno favorevoli di quelle del primo: le reti non completamente lavate, l’ora poco adatta, la depressa condizione fisica e mentale dei pescatori…
Il Signore si serve di tutto questo per dare, a loro e a noi, un insegnamento spirituale molto importante: senza Gesù non combiniamo nulla. Senza Cristo, il frutto della lotta sarà la stanchezza, la tensione, lo scoraggiamento, il desiderio di piantare tutto; senza Cristo, cercheremmo di ingannarci gettando sulle circostanze la colpa della nostra inefficacia; senza Cristo, saremmo invasi dalla sensazione di inutilità. Con Lui, invece, la pesca è abbondante.
La santità non consiste nel compiere una serie di norme. È, invece, la vita di Cristo in noi. Più che nel fare, essa consiste nel lasciar fare, nel lasciarsi portare; però mettendo da parte nostra tutto il possibile. Tu, cristiano e, in quanto cristiano, figlio di Dio, devi sentire la grave responsabilità di corrispondere alle misericordie ricevute dal Signore, mediante un atteggiamento di vigilante e amorosa fermezza, perché niente e nessuno possa deformare i lineamenti peculiari dell’Amore, che Egli ha impresso nella tua anima.
Quando lottiamo per essere santi, il filo della nostra volontà si unisce al filo della Volontà di Dio e s’intreccia con quest’ultima per formare un unico tessuto, un’unica tela, che è la nostra vita. Questa trama deve diventare sempre più fitta, finché arriverà un momento in cui la nostra volontà si identificherà con quella di Dio in modo tale che non saremo capaci di distinguere l’una dall’altra, perché entrambe desiderano le stesse cose.
Quasi alla fine della sua vita terrena Gesù confida a san Pietro: In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi. Prima ti appoggiavi a te stesso, alla tua volontà, alla tua fortezza; prima pensavi che la tua parola fosse più sicura della mia…, e vedi con quali risultati. Da ora in poi ti appoggerai a Me e vorrai ciò che Io vorrò… e le cose andranno molto meglio.
La vita interiore sgorga dalla grazia e richiede la nostra cooperazione. Lo Spirito Santo soffia e dà impeto alla nostra barca. Per fare la nostra parte, noi disponiamo, per così dire, di due remi: da un lato, il nostro impegno personale; dall’altra, la fiducia in Dio, la certezza che non ci abbandonerà. I due remi sono indispensabili e dobbiamo rafforzare i nostri muscoli se vogliamo che la vita interiore proceda in avanti. Se uno dei due remi viene a mancare, la barca girerà su se stessa, sarà molto difficile governarla; allora l’anima comincerà a zoppicare: non progredirà, perderà la spinta, finirà per venir meno e affonderà facilmente.
Se non c’è la decisione efficace di lottare, la pietà diventa sentimento, le virtù si indeboliscono: l’anima sembra riempirsi di buoni desideri, che tuttavia si mostrano inefficaci al momento di impegnarsi. Se poi ci si affida a una volontà forte, alla decisione di lottare senza confidare nel Signore, il frutto sarà l’aridità, la tensione, la stanchezza, il disgusto per una lotta che non porta pesci nella rete della vita interiore e dell’apostolato: l’anima si ritrova, come Pietro e compagni, nella notte infruttuosa.
Se ci accorgiamo di un simile pericolo, se cadiamo nello scoraggiamento per esserci troppo fidati della nostra competenza o della nostra esperienza, della nostra volontà decisa e forte… e poco di Cristo, chiediamo al Signore di salire sulla nostra barca. La sua presenza è molto importante per noi; molto più dei risultati del nostro impegno. È da notare che il Signore non promette una grande pesca, né Simone se l’aspetta; però si rende conto che in ogni caso vale la pena lavorare per il Signore: In verbo autem tuo laxabo retia.
FE.2
Abbandono
Torniamo indietro e rivolgiamo la nostra attenzione alla richiesta di Gesù:Prendi il largo e calate le reti per la pesca.
Duc in altum.Porta la barca al largo. Per addentrarsi nella vita interiore bisogna rinunciare a tenere i piedi sul terreno solido, in cui ci sentiamo completamente a nostro agio; è necessario avanzare fino a luoghi agitati dalle onde, dove la barca ondeggia e l’anima si accorge di non averne del tutto il controllo, di rischiare di affogare in caso di caduta.
Non saremmo più al sicuro sulla riva, o perlomeno dove l’acqua arriva al ginocchio, alla cintura, o al massimo alle spalle? Forse sì, là ci sentiremmo più sicuri. Però sulla riva non si pesca niente che valga la pena. Se vogliamo gettare le reti per pescare dobbiamo portare la barca al largo, dobbiamo scacciare la paura di non vedere più la costa.
Quante volte Gesù rinfaccia ai discepoli la loro paura: Perché avete paura, uomini di poca fede?. Forse meritiamo anche noi lo stesso rimprovero: perché non ti fidi? Perché vuoi padroneggiare e controllare tutto? Perché ti costa tanto camminare quando il sole non risplende al massimo del suo fulgore?
L’anima tende istintivamente a cercare riferimenti, qualche segno evidente che procede bene. Il Signore ce li concede spesso, ma non cresceremo nella vita interiore se permettiamo che ci ossessioni la necessità di verificare i nostri progressi.
Forse abbiamo l’esperienza che nei momenti difficili, quando non siamo in grado di formulare un giudizio netto sulla nostra rettitudine, e ci consumiamo nel desiderio di cercare a ogni costo una risposta, finiamo con l’attribuire a una circostanza insignificante un valore sproporzionato: uno sguardo sorridente o serio, un elogio o una correzione, una circostanza favorevole o una contraria, ci bastano a volte per far diventare brillanti o cupi eventi del tutto indifferenti.
La crescita nella vita interiore non dipende dall’essere sicuri della Volontà di Dio. L’ansia smisurata di sicurezza è il punto d’incontro del volontarismo con il sentimentalismo. Certe volte il Signore permette una insicurezza che, se compresa, ci aiuta a crescere nella rettitudine d’intenzione. L’importante è abbandonarsi nelle sue mani, e trovare in Lui la pace.
La nostra lotta non ha l’obiettivo di procurarci sentimenti gradevoli. Spesso li avremo; altre volte, no. Un po’ di esame probabilmente ci farà scoprire che li cerchiamo con una frequenza maggiore di quel che immaginiamo, se non per se stessi, sicuramente come garanzia dell’efficacia della lotta.
Lo avvertiremo, per esempio, quando proviamo scoraggiamento nel caso di una tentazione alla quale non cediamo, ma che persiste; quando sentiamo fastidio perché qualcosa ci costa e – così ci pare – non dovrebbe costarci; quando sentiamo disagio perché la donazione non ci attrae nel modo travolgente che ci piacerebbe…
Dobbiamo lottare nelle cose su cui possiamo lottare, senza puntare a testa bassa contro ciò che non è in nostro potere dominare: i sentimenti non sono completamente sottomessi alla volontà e non possiamo pretendere che lo siano.
Dobbiamo imparare ad abbandonarci, mettendo nelle mani di Dio il risultato della nostra lotta, perché soltanto la fiducia in Lui può avere ragione delle nostre inquietudini. Se vogliamo essere pescatori d’alto mare, dobbiamo portare la barca al largo, dove non si tocca; dobbiamo superare il desiderio di cercare punti di riferimento, di avere la prova che facciamo progressi. Ma per riuscire a tanto è decisivo appoggiarsi sulla contrizione.
FE.3
Ricominciare
Simone e i suoi compagni seguirono il consiglio del Signore e presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano. Del frutto di quella audacia trassero beneficio altri che vennero ad aiutarli, e le due barche si riempirono al punto che quasi affondavano. L’abbondanza tanto straordinaria indusse Pietro ad avvertire la vicinanza di Dio e a sentirsi indegno di tale familiarità:Signore, allontanati da me che sono un peccatore. Tuttavia, pochi minuti dopo,lasciarono tutto e lo seguirono. E furono fedeli sino alla morte.
Pietro scoprì il Signore durante quella pesca straordinaria. Avrebbe reagito nello stesso modo se la notte precedente il suo lavoro fosse andato bene? Forse no. Forse in una pesca particolarmente generosa avrebbe riconosciuto un aiuto di Gesù, ma non avrebbe capito fino a che punto Dio era vicino e che tutto veniva da Lui. Affinché il miracolo smuovesse l’anima di Simone, conveniva che la notte precedente fosse andata a vuoto, malgrado il suo impegno sincero.
Il Signore si serve dei nostri difetti per attirarci a Lui, purché noi ci sforziamo sinceramente per vincerli. Se lottiamo, dobbiamo volerci bene così come siamo, con i nostri difetti. Nel farsi uomo, il Verbo assunse alcune limitazioni: quelle che caratterizzano la condizione umana, proprio quelle contro le quali noi a volte ci ribelliamo. Nel cammino di identificazione con Cristo è importante accettare i propri limiti.
Tante volte è proprio la coscienza serena della nostra indegnità a farci scoprire Cristo accanto a noi, perché vediamo chiaramente che i pesci nelle nostre reti non sono frutto della nostra bravura, ma della volontà di Dio. E questa esperienza ci riempie di gaudio e ci convince ancora una volta che è la contrizione a farci progredire nella vita interiore.
Allora, come Pietro, ci gettiamo ai piedi di Gesù; e anche noi, come lui, finiamo per lasciare tutto – anche quella pesca straordinaria! – per seguirlo, perché soltanto di Lui ci importa.
La prontezza della contrizione segna la via per la gioia. La tua vita interiore dev’essere proprio questo: cominciare… e ricominciare. Quale profonda gioia prova l’anima quando scopre nella pratica il significato di queste parole! Non stancarsi di ricominciare: ecco il segreto per l’efficacia e la pace. Infatti, colui che ha questo atteggiamento lascia lavorare lo Spirito Santo nella propria anima, collabora con Lui senza pretendere di sostituirlo, lotta con tutta l’energia e con piena fiducia in Dio.

<a href="http://Senza Gesù non facciamo nulla di buono. È questo l’insegnamento dato dal Maestro ai suoi discepoli nel racconto evangelico della pesca miracolosa e che si ripete nella nostra vita. San Luca racconta che un giorno il Signore predicava nei pressi del mare di Galilea ed erano così tanti quelli che lo ascoltavano che egli dovette chiedere aiuto. Alcuni pescatori stavano lavando le reti sulla riva. Avevano terminato la parte più impegnativa del lavoro e stavano sistemando le ultime cose, sicuramente con l’idea di andarsene al più presto a casa per riposarsi. Ma Gesù salì su una barca, quella di Simone, e da lì continuò a parlare alla folla. L’evangelista non si sofferma a raccontarci il contenuto dell’insegnamento del Signore. Questa volta vuole farci prestare attenzione ad altri fatti, perché contengono una lezione di grande importanza per la vita cristiana. Lotta e fiducia Forse Pietro e i suoi compagni pensavano che, al termine del suo discorso, Gesù sarebbe ritornato a riva e avrebbe ripreso il suo cammino. Ma non fu così: si rivolse a loro e li invitò a riprendere il lavoro, proprio quello che stavano per concludere. Ne furono sorpresi; ma Simone ebbe la grandezza d’animo di non badare alla stanchezza e rispose: Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti. Avevano lavorato tutta la notte, invano. Sapevano pescare, era la loro professione, avevano esperienza; eppure niente: erano ritornati stanchi e senza un pesce. Probabilmente, erano anche demoralizzati. Magari qualcuno avrà anche pensato che con quel mestiere non si poteva tirare avanti e avrà avuto il desiderio – più o meno represso – e frutto di una sensazione di impotenza, di piantare tutto. Sappiamo che il racconto si conclude con una pesca straordinariamente abbondante. Se ci domandassimo che cosa fece la differenza tra questa abbondanza e l’insuccesso notturno, la risposta sarebbe immediata: la presenza di Cristo. Tutte le altre circostanze di questo secondo tentativo sembrano meno favorevoli di quelle del primo: le reti non completamente lavate, l’ora poco adatta, la depressa condizione fisica e mentale dei pescatori… Il Signore si serve di tutto questo per dare, a loro e a noi, un insegnamento spirituale molto importante: senza Gesù non combiniamo nulla. Senza Cristo, il frutto della lotta sarà la stanchezza, la tensione, lo scoraggiamento, il desiderio di piantare tutto; senza Cristo, cercheremmo di ingannarci gettando sulle circostanze la colpa della nostra inefficacia; senza Cristo, saremmo invasi dalla sensazione di inutilità. Con Lui, invece, la pesca è abbondante. La santità non consiste nel compiere una serie di norme. È, invece, la vita di Cristo in noi. Più che nel fare, essa consiste nel lasciar fare, nel lasciarsi portare; però mettendo da parte nostra tutto il possibile. Tu, cristiano e, in quanto cristiano, figlio di Dio, devi sentire la grave responsabilità di corrispondere alle misericordie ricevute dal Signore, mediante un atteggiamento di vigilante e amorosa fermezza, perché niente e nessuno possa deformare i lineamenti peculiari dell’Amore, che Egli ha impresso nella tua anima. Quando lottiamo per essere santi, il filo della nostra volontà si unisce al filo della Volontà di Dio e s’intreccia con quest’ultima per formare un unico tessuto, un’unica tela, che è la nostra vita. Questa trama deve diventare sempre più fitta, finché arriverà un momento in cui la nostra volontà si identificherà con quella di Dio in modo tale che non saremo capaci di distinguere l’una dall’altra, perché entrambe desiderano le stesse cose. Quasi alla fine della sua vita terrena Gesù confida a san Pietro: In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi. Prima ti appoggiavi a te stesso, alla tua volontà, alla tua fortezza; prima pensavi che la tua parola fosse più sicura della mia…, e vedi con quali risultati. Da ora in poi ti appoggerai a Me e vorrai ciò che Io vorrò… e le cose andranno molto meglio. La vita interiore sgorga dalla grazia e richiede la nostra cooperazione. Lo Spirito Santo soffia e dà impeto alla nostra barca. Per fare la nostra parte, noi disponiamo, per così dire, di due remi: da un lato, il nostro impegno personale; dall’altra, la fiducia in Dio, la certezza che non ci abbandonerà. I due remi sono indispensabili e dobbiamo rafforzare i nostri muscoli se vogliamo che la vita interiore proceda in avanti. Se uno dei due remi viene a mancare, la barca girerà su se stessa, sarà molto difficile governarla; allora l’anima comincerà a zoppicare: non progredirà, perderà la spinta, finirà per venir meno e affonderà facilmente. Se non c’è la decisione efficace di lottare, la pietà diventa sentimento, le virtù si indeboliscono: l’anima sembra riempirsi di buoni desideri, che tuttavia si mostrano inefficaci al momento di impegnarsi. Se poi ci si affida a una volontà forte, alla decisione di lottare senza confidare nel Signore, il frutto sarà l’aridità, la tensione, la stanchezza, il disgusto per una lotta che non porta pesci nella rete della vita interiore e dell’apostolato: l’anima si ritrova, come Pietro e compagni, nella notte infruttuosa. Se ci accorgiamo di un simile pericolo, se cadiamo nello scoraggiamento per esserci troppo fidati della nostra competenza o della nostra esperienza, della nostra volontà decisa e forte… e poco di Cristo, chiediamo al Signore di salire sulla nostra barca. La sua presenza è molto importante per noi; molto più dei risultati del nostro impegno. È da notare che il Signore non promette una grande pesca, né Simone se l’aspetta; però si rende conto che in ogni caso vale la pena lavorare per il Signore: In verbo autem tuo laxabo retia. Abbandono Torniamo indietro e rivolgiamo la nostra attenzione alla richiesta di Gesù:Prendi il largo e calate le reti per la pesca. Duc in altum. Porta la barca al largo. Per addentrarsi nella vita interiore bisogna rinunciare a tenere i piedi sul terreno solido, in cui ci sentiamo completamente a nostro agio; è necessario avanzare fino a luoghi agitati dalle onde, dove la barca ondeggia e l’anima si accorge di non averne del tutto il controllo, di rischiare di affogare in caso di caduta. Non saremmo più al sicuro sulla riva, o perlomeno dove l’acqua arriva al ginocchio, alla cintura, o al massimo alle spalle? Forse sì, là ci sentiremmo più sicuri. Però sulla riva non si pesca niente che valga la pena. Se vogliamo gettare le reti per pescare dobbiamo portare la barca al largo, dobbiamo scacciare la paura di non vedere più la costa. Quante volte Gesù rinfaccia ai discepoli la loro paura: Perché avete paura, uomini di poca fede?. Forse meritiamo anche noi lo stesso rimprovero: perché non ti fidi? Perché vuoi padroneggiare e controllare tutto? Perché ti costa tanto camminare quando il sole non risplende al massimo del suo fulgore? L’anima tende istintivamente a cercare riferimenti, qualche segno evidente che procede bene. Il Signore ce li concede spesso, ma non cresceremo nella vita interiore se permettiamo che ci ossessioni la necessità di verificare i nostri progressi. Forse abbiamo l’esperienza che nei momenti difficili, quando non siamo in grado di formulare un giudizio netto sulla nostra rettitudine, e ci consumiamo nel desiderio di cercare a ogni costo una risposta, finiamo con l’attribuire a una circostanza insignificante un valore sproporzionato: uno sguardo sorridente o serio, un elogio o una correzione, una circostanza favorevole o una contraria, ci bastano a volte per far diventare brillanti o cupi eventi del tutto indifferenti. La crescita nella vita interiore non dipende dall’essere sicuri della Volontà di Dio. L’ansia smisurata di sicurezza è il punto d’incontro del volontarismo con il sentimentalismo. Certe volte il Signore permette una insicurezza che, se compresa, ci aiuta a crescere nella rettitudine d’intenzione. L’importante è abbandonarsi nelle sue mani, e trovare in Lui la pace. La nostra lotta non ha l’obiettivo di procurarci sentimenti gradevoli. Spesso li avremo; altre volte, no. Un po’ di esame probabilmente ci farà scoprire che li cerchiamo con una frequenza maggiore di quel che immaginiamo, se non per se stessi, sicuramente come garanzia dell’efficacia della lotta. Lo avvertiremo, per esempio, quando proviamo scoraggiamento nel caso di una tentazione alla quale non cediamo, ma che persiste; quando sentiamo fastidio perché qualcosa ci costa e – così ci pare – non dovrebbe costarci; quando sentiamo disagio perché la donazione non ci attrae nel modo travolgente che ci piacerebbe… Dobbiamo lottare nelle cose su cui possiamo lottare, senza puntare a testa bassa contro ciò che non è in nostro potere dominare: i sentimenti non sono completamente sottomessi alla volontà e non possiamo pretendere che lo siano. Dobbiamo imparare ad abbandonarci, mettendo nelle mani di Dio il risultato della nostra lotta, perché soltanto la fiducia in Lui può avere ragione delle nostre inquietudini. Se vogliamo essere pescatori d’alto mare, dobbiamo portare la barca al largo, dove non si tocca; dobbiamo superare il desiderio di cercare punti di riferimento, di avere la prova che facciamo progressi. Ma per riuscire a tanto è decisivo appoggiarsi sulla contrizione. Ricominciare Simone e i suoi compagni seguirono il consiglio del Signore e presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano. Del frutto di quella audacia trassero beneficio altri che vennero ad aiutarli, e le due barche si riempirono al punto che quasi affondavano. L’abbondanza tanto straordinaria indusse Pietro ad avvertire la vicinanza di Dio e a sentirsi indegno di tale familiarità:Signore, allontanati da me che sono un peccatore. Tuttavia, pochi minuti dopo,lasciarono tutto e lo seguirono. E furono fedeli sino alla morte. Pietro scoprì il Signore durante quella pesca straordinaria. Avrebbe reagito nello stesso modo se la notte precedente il suo lavoro fosse andato bene? Forse no. Forse in una pesca particolarmente generosa avrebbe riconosciuto un aiuto di Gesù, ma non avrebbe capito fino a che punto Dio era vicino e che tutto veniva da Lui. Affinché il miracolo smuovesse l’anima di Simone, conveniva che la notte precedente fosse andata a vuoto, malgrado il suo impegno sincero. Il Signore si serve dei nostri difetti per attirarci a Lui, purché noi ci sforziamo sinceramente per vincerli. Se lottiamo, dobbiamo volerci bene così come siamo, con i nostri difetti. Nel farsi uomo, il Verbo assunse alcune limitazioni: quelle che caratterizzano la condizione umana, proprio quelle contro le quali noi a volte ci ribelliamo. Nel cammino di identificazione con Cristo è importante accettare i propri limiti. Tante volte è proprio la coscienza serena della nostra indegnità a farci scoprire Cristo accanto a noi, perché vediamo chiaramente che i pesci nelle nostre reti non sono frutto della nostra bravura, ma della volontà di Dio. E questa esperienza ci riempie di gaudio e ci convince ancora una volta che è la contrizione a farci progredire nella vita interiore. Allora, come Pietro, ci gettiamo ai piedi di Gesù; e anche noi, come lui, finiamo per lasciare tutto – anche quella pesca straordinaria! – per seguirlo, perché soltanto di Lui ci importa. La prontezza della contrizione segna la via per la gioia. La tua vita interiore dev’essere proprio questo: cominciare… e ricominciare. Quale profonda gioia prova l’anima quando scopre nella pratica il significato di queste parole! Non stancarsi di ricominciare: ecco il segreto per l’efficacia e la pace. Infatti, colui che ha questo atteggiamento lascia lavorare lo Spirito Santo nella propria anima, collabora con Lui senza pretendere di sostituirlo, lotta con tutta l’energia e con piena fiducia in Dio.

Fonte

Categorie: Bisogna diventar santi | Tag: , | 7 commenti

Diranno che…

Vorranno negare l’evidenza!

Giuliano Guzzo

Diranno

Diranno che un milione di persone in piazza è una stima cattolica, come se quella delle presenze al gay pride la fornisse la Nasa. Diranno, con indignazione, che è stata una cosa organizzata dalla Cei coi soldini dell’8×1000, senza sapere che

View original post 234 altre parole

Categorie: La Cattedrale | 2 commenti

Ciao Babbo!

Non so voi, ma io mi spavento davanti a Novene e preghiere lunghissime, ma lunghe per davvero, che ti prendono mezza giornata per raccontare a Dio ciò che Lui già conosce di me. Ancor prima che io possa aprir bocca, Lui sa. Insomma, non fanno per me e mi capitava in passato di sentirmi in colpa per questo finché un giorno mi sono accorta che tutta la mia giornata -e probabilmente anche la vostra-, è un trascorrere insieme a Dio se alla mattina offro la giornata, me stessa, le mie azioni, i miei pensieri, i miei cari, etc. a Lui. Ammiro chi ne è capace, ma non mi sento più in colpa se non riesco a farlo.

d3841ff7-f184-4e8d-b85f-e1f31fac452b

« Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male. Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe » (Mt 6,7-15)
Gesù insegna ai discepoli a pregare. È la famosa “preghiera del Signore”, detta comunemente “Padre nostro” dalle parole con cui incomincia. Non è “una” preghiera, ma “la” preghiera. I Padri della Chiesa l’hanno spesso commentata mossi dalla convinzione che in questa preghiera c’è tutta l’essenza della preghiera cristiana. Sant’Ignazio di Loyola, per esempio, nei suoi Esercizi, ci insegna a concludere qualunque preghiera con il Padre nostro, per aver ben chiaro che qualunque preghiera noi facciamo è sempre e solo la sottolineatura di qualcosa che è già contenuto nella Preghiera del Signore. Essa è strutturata in sette domande. Sette è il numero della perfezione, di un ciclo concluso. Come dire: tutto quello che possiamo desiderare, cercare, sperare è contenuto qui. Lo stesso ordine delle domande ci aiuta a disporci nell’atteggiamento giusto della preghiera: « Il primo gruppo di domande ci porta verso di lui, a lui: il tuo Nome, il tuo Regno, la tua volontà. È proprio dell’amore pensare innanzi tutto a colui che si ama. In ognuna di queste tre petizioni noi non “ci” nominiamo, ma siamo presi dal “desiderio ardente”, dall’ “angoscia” stessa del Figlio diletto per la gloria del Padre suo: [cfr. Lc 22,14; Lc 12,50] “Sia santificato. . . Venga. . . Sia fatta. . . “: queste tre suppliche sono già esaudite nel Sacrificio di Cristo Salvatore, ma sono ora rivolte, nella speranza, verso il compimento finale, in quanto Dio non è ancora tutto in tutti [cfr. 1Cor 15,28] » (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2804). Anche l’inizio, la prima parola è molto significativa, perché se è vero che il Dio di Israele è concepito come il Padre del suo popolo (Es 4,22) era molto raro che ci si indirizzasse a lui come al Padre di un singolo ebreo. Invitando i suoi discepoli a chiamare Dio “Padre”, li introduce ad una intimità insolita con Dio. In aramaico Gesù si rivolge a Dio con la parola, “Abbà”, usata abitualmente dai bambini nei confronti del loro genitore (Mc 14,36; Rm 8,15; Gal 4,6). Oggi diremmo “papà”. Questo termine estremamente confidenziale è unito – paradossalmente – con l’espressione « che sei nei cieli ». Lo stesso Dio che si fa intimo a noi, che si fa vicino e “tenero”, tanto da permetterci di chiamarlo “papà”, è il Dio tre volte santo, che abita nei cieli, cioè in quel luogo, che è un non-luogo, che trascende ogni luogo. Nella misura in cui Dio è accolto nel nostro intimo, esso si fa “cielo”, cioè paradiso. L’intimità con Dio ci fa già essere in paradiso. Ma io magari sto ancora male, soffro, come posso dire di essere già in paradiso? È perché ancora non me ne accorgo pienamente. Chi è colpevolmente lontano da Dio è già nell’inferno, l’inferno è in lui: magari però sta (relativamente…) bene, perché ancora non se ne accorge. Accorgersi di quello che siamo, di dove stiamo andando, di qual’è la nostra vera situazione, questo è pregare con il cuore.

Don Pietro Cantoni

Padre nostro

Categorie: La Cattedrale | Tag: , , | 5 commenti

Non lasciarmi a metà strada

Signore,
donami anche oggi la forza
per credere, per sperare, per amare.
Non lasciarmi a metà strada invischiato
nelle mille cose che non mi bastano più.
Lascia che mi fermi anch’io ogni giorno
ad ascoltarti per riprendere poi il cammino
lungo le strade che mi dai da percorrere.
Liberami perciò da tutto ciò che mi
appare indispensabile e non lo è,
da ciò che credo necessario e invece è solo il superfluo,
da ciò che mi riempie e mi gonfia ma non mi sazia,
mi bagna le labbra ma non mi disseta il cuore.
Si, lo so che tu vuoi farlo,
ma aiutami a lasciartelo fare.
Sempre, subito!

162b60d4a33c2eba1310da388f494601

Categorie: La Cattedrale | 4 commenti

L’ora della fedeltà ultima

La verità è al termine, non al principio della vocazione…

Gustave Thibon

statue de jeanne d'arcGiovanna d’Arco, dopo il suo rinnegamento, gridando un’ultima volta dinanzi al rogo: «Le mie voci venivano da Dio, le mie voci non mi hanno ingannata.» – Povera ragazza, ebbra del suo Dio, della sua missione e della sua gloria, poi straziata, abbandonata come Gesù nel Getsemani in un deserto senza miraggi, a gridare ancora la sua fede disperata in un cielo senza promesse. È nell’ora della fedeltà ultima, nell’ora in cui i battiti del nostro cuore e i fumi della nostra immaginazione non si confondono più con l’appello divino che le nostre voci non ci ingannano più. La verità è al termine, non al principio della vocazione…

(Gustave Thibon, Le voile et le masque,  Fayard, Paris 1985, pp. 21-22)

View original post

Categorie: La Cattedrale | 2 commenti

Magnificat anima mea Dominum

Vergine Immacolata, prendi il sì della mia risposta alla chiamata del Signore

e custodiscilo dentro il tuo si, meravigliosamente fedele.

Donami la gioia e la speranza che trasmettesti ad Elisabetta entrando nella sua povera casa.

Fa’ che la passione di salvare, mi renda missionario infaticabile,

povero di mezzi e di cose, puro e trasparente nei sentimenti,

totalmente libero per donarmi veramente agli altri.

Rendimi umile e obbediente fino alla Croce per essere una cosa sola con Gesù,

Dio disceso dal cielo per salvarmi.

O Maria, affido a te tutte le persone che ho incontrato e che incontrerò nel viaggio della fede:

illuminaci il cammino, riscaldaci il cuore,

portaci alla casa e alla festa dell’Amore che non avrà mai fine.

Amen.

Card. Angelo Comastri

Visitazione_500

Categorie: Feste cattoliche | Tag: , | 4 commenti

Eccomi

Ho ricevuto tante mail con la domanda “dove sei?”… posso riassumere soltanto in poche parole la causa della mia assenza.

Ormai è passato più di un’anno dalla caduta di mio marito, il successivo intervento e la permanenza prolungata in una clinica di riabilitazione. Varie, e gravi, sono state le complicazioni con frequenti ricoveri in ospedale.

Quando ho saputo che mio marito non sarebbe più stato in grado di camminare, ho cercato -e trovato- una casa adeguata alle sue condizioni, in un’altra città.

Verso la fine di novembre sono stata operata d’urgenza anch’io e la vita si è ulteriormente resa difficile.

In una mail mi si chiedeva perché non mi facevo sentire qui mentre ero presente su Fb…

C’è da dire che per mesi non sono stata presente su Fb, non ne avevo il tempo. Inoltre, traslocando, abbiamo cambiato anche gestore di internet e solo tre giorni fa, ci hanno completata la connessione, quel che poteva andar male in tal senso, a noi è capitato tutto.

Allora, su Fb sono riuscita ad andare con il cellulare, sul mio blog invece no, non mi era possibile, neanche di rispondere alle mail. Avrei potuto chiedere a Crescenzo di farvi avere le mie notizie ma, sinceramente, non ci ho pensato, la fatica mentale supera di gran lunga la fatica fisica. Vi chiedo scusa, mi dispiace davvero.

Riprenderò, non con la frequenza di prima, ma con lo stesso entusiasmo e, ancora di più, con l’affetto verso questo blog.

Ringrazio Crescenzo che ha tenuto in vita questo spazio e tutti gli amici, tantissimi, che hanno pregato per noi.

A presto!

Categorie: La Cattedrale | 10 commenti

Nun di Nazareno

Tanto dolore in nome di Colui che ha sofferto ed è morto per tutti. Quanto onore appartenere al Nazareno! Sia lodato Gesù Cristo!

L'Officina del Conte Ruggero

Nun, la lettera che &quot;marchia&quot; i &quot;nazareni&quot; Una goccia: il sangue dei martiri Realizzato a mano in ottone a sbalzo e cesello Nun, la lettera che “marchia” i “nazareni”
Una goccia: il sangue dei martiri
Realizzato a mano in ottone a sbalzo e cesello

View original post

Categorie: La Cattedrale | 2 commenti

Nel tessuto divino

Un “ben ritrovati” a tutti voi dopo le vacanze estive. Estive? Soltanto per una parte d’Italia per il resto… ogni dubbio è lecito. Diciamo ‘vacanze’ e basta.

Per quanto riguarda me, non sono andata in vacanza, avevo un impegno più urgente e importante: stare accanto a mio marito, ricoverato. Abbiamo passato momenti difficili, ma ora, grazie a Dio, lui sta molto meglio anche se fra alti a bassi!

Dopo l’intervento all’ospedale fu trasferito all’istituto di riabilitazione, detto familiarmente “il Kennedy”, qui a Crema. Li si sono evidenziati dei problemi seri per la sua salute. Il primo giorno mi sono fermata nella cappella a pregare, poi il mio sguardo è caduto sulla statua di Gesù, mi sono alzata e ho messo la mia mano nella Sua: “Gesù, questa prova è troppo grande per me, sono stanca e ho paura, non lasciare la mia mano, tienila incollata alla Tua.”

Nelle lunghe ore di attesa vicino a lui mi sono chiesta spesso come è possibile affrontare simili dolori –e peggiori ancora- senza avere la certezza della presenza di Dio, e sentirla. Anche nei momenti più difficili ero avvolta dalla serenità nel profondo del mio cuore, ero frastornata, certo, stanca e triste anche, ma mai disperata perché sapevo di poter contare su una schiera di amici che pregavano per lui, per noi.

Come si può vivere, e ancora peggio, morire, senza di Lui…?

530c9025f3c98

Immagino che avete letto qualcosa sull’incontro di una trentina di donne… vero o no?? Se n’è parlato qui: Qualcosa è successo e qui: “Come sei bella, amica mia, come sei bella!” (Ct 4:1) e ancora Accade inaspettato e per finire “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” .

Ebbene, volevo parteciparvi fin dall’inizio, in realtà, e per ovvi motivi, avevo rinunciato. Accadde però che due giorni prima, lo stato di salute di mio marito è migliorato. Il giorno precedente all’incontro, 26 agosto, il medico mi ha confermato che Domenico stava migliorando, il pericolo era scongiurato, e così ho potuto essere una di loro, quella del 90° minuto. Deo gratias!

Un’incontro fra donne è potenzialmente pericoloso! Cosa mi metto? I miei capelli sono un disastro:help! I chili in più sono troppi, si vedranno (eccerto! Non c’è TAC che tenga in confronto agli occhi delle femmine)? Cavolo, mi manca lo smalto giusto, etc. etc. …all’infinito.

I miei capelli erano veramente un disastro con ricrescita (brrr…), avevo un solo paio di pantaloni puliti e stirati, idem per la maglietta, il resto era sullo stendibiancheria e bagnato. Se mi avessi rovesciata qualcosa addosso…beh, meglio non pensarci.

Invece… una volta arrivata in quel posto splendido, scesa dalla macchina, abbracciata la prima, la seconda, la terza, tutti questi “problemi” sono svaniti. Sono stata risucchiata dal noi e mi sono dimenticata dell’ io, un piccolo passo verso l’umiltà. Ecco l’importanza di un gruppo che ha come base Lui, Cristo, che abbiamo avuto la grazia di ricevere durante la Santa Messa. Un finale con i fiocchi, l’essenza del nostro “essere amiche”.

Per me è stato un giorno che valeva più di una vacanza… sono stata coccolata e amata, ho vissuto un riposo e un ristoro dell’anima, un’iniezione d’amore nel Suo nome. La comunione dei santi inizia qui, sulla terra.

Grazia, pura grazia!

Accettare me stesso e accettare l’altro vanno insieme: solo accettando me stesso nel grande tessuto divino posso accettare anche gli altri, che formano con me la grande sinfonia della Chiesa e della creazione. Io penso che le piccole umiliazioni, che giorno per giorno dobbiamo vivere, sono salubri, perché aiutano ognuno a riconoscere la propria verità ed essere così liberi da questa vanagloria che è contro la verità e non mi può rendere felice e buono. 

Benedetto XVI 

Discorso del 23 febbraio 2012

1510820_317506068409896_9046704427694145774_n

Categorie: Karinate, La Cattedrale | Tag: , , , , | 16 commenti

Un cristiano in vacanza

Il cattolico si distingue anche dal modo in cui si riposa e si diverte: anche sotto l’ombrellone o in cima a una montagna, la meta della vita non è un pacchetto turistico, ma il Paradiso. Großwarasdorf, Stoob, Burgenland, Österreich Arriva l’estate e l’uomo moderno si misura con un appuntamento obbligato quasi per tutti: le vacanze. Faccenda profana, ma che ha a che fare con i temi della fede e dell’apologetica. Perché il cattolico si riconosce anche dalle vacanze che fa. Ovviamente, c’è una grande libertà di scelta tra le molte opzioni che abbiamo a disposizione, in una forbice che va da Borghetto Santo Spirito alle Antille. Ma dentro questa libertà ci sono alcuni punti fermi che ci dovrebbero guidare anche durante le nostre ferie. Proviamo a stilare un piccolo vademecum per “la vacanza cattolica”.

1. CONTINUA A ESSERE CRISTIANO ANCHE IN VACANZA

Questo dovrebbe essere il punto di partenza di ogni cattolico che progetta il suo tempo di riposo e di divertimento. Andare tre settimane in Patagonia non è un delitto per un cristiano. Ma lo diventa se uno nemmeno si pone la domanda: e la Messa? In tempi di turismo globale, e di pacchetti turistici che ci portano agevolmente ovunque, bisogna stare attenti a non dimenticarsi l’essenziale: che non è il passaporto, ma Gesù Cristo. Che si incontra innanzitutto a Messa, almeno la domenica e nelle feste comandate Continua a leggere

Categorie: Bisogna diventar santi, Cristianesimo | Tag: , , | 9 commenti

Blog su WordPress.com.

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: