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Sono innamorata di Santa Madre Chiesa.

Non ho nulla da perdere

Stai pregando, pregando e pregando per una grazia spirituale particolarmente importante e non succede nulla, ben che vada entri in confusione.

La confusione è un buon segno per me, non la sopporto, ho bisogno di chiarezza e la cerco, anche quella, nella preghiera. La grazia per la quale sto pregando è ricevere il dono dell’umiltà…il primo e più grande dono che possiamo avere e sul quale si basa la qualità di tutti gli altri, come l’amore, la carità, etc.

 In quel tempo Gesù disse:

“Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero”. (Matt. 11, 25-30)

So bene come si comporta una persona umile, ma non è l’apparenza che mi interessa e che spesso si rivela come una falsa umiltà che stride con la verità del Vangelo che non è una costrizione all’apparire, ma la libertà dell’essere. Stamattina mi sono ricordata un episodio vissuto da mio marito e ho compreso la grandezza, non solo la sua, ma il significato e i frutti dell’umiltà.

Non eravamo ancora sposati quando lui è andato a Messa la domenica sera in una chiesa nel centro di Milano. Al momento della Comunione, lui si è inginocchiato per ricevere il Signore ma il sacerdote lo ha ignorato ma lui è rimasto fermo nella sua posizione. Al termine, il sacerdote è tornato all’altare, ha riposto il Santissimo nel tabernacolo, e Mimmo era ancora lì, inginocchiato. La Messa era terminata e ancora era lì. A questo punto il sacerdote è tornato al tabernacolo e ha dato la Comunione a mio marito.

Quando mi sono ricordata di quel episodio, ho capito di aver ricevuto la grazia di comprendere l’umiltà che finora era solo una vaga idea e di chiedere questo dono con maggior intensità, di desiderarlo con tutta me stessa. Solo chi è umile non teme nulla, ha un coraggio da leone, non ha nulla da perdere…perché nulla è suo.

 

Hostie

Hostie

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Fede e depressione

La fede tra il mal di vivere e la depressione

Wenceslao Vial sacerdote, medico, professore di Psicologia e vita spirituale alla Pontificia Università della Santa Croce spiega come la fede possa lenire i mali di questa malattia così diffusa

È una delle malattie più diffuse nei tempi moderni la depressione. Tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha affermato che la malattia sta aumentando al punto che, fra 10 anni, essa potrebbe trovarsi al secondo posto sulla lista dei mali più diffusi. In Italia, ad esempio, il 18% della popolazione risulta soffrire di depressione.

Il suicidio del noto attore Robin Williams l’ha riportata al centro dell’attenzione di tutto il mondo. Per capire come si diagnostica, come si affronta e quali sono le misure per curarla e vincerla, ZENIT ha intervistato il medico e sacerdote Wenceslao Vial, professore di Psicologia e vita spirituale nella Facoltà di Teologia della Pontificia Università della Santa Croce a Roma.
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Sembra che il suicidio del popolare attore Robin Williams sia dovuto alla depressione di cui soffriva. Lei cosa ne pensa?

Secondo quanto hanno detto i giornali, sembra che Williams soffrisse di depressione cronica fin da giovane, alla quale ultimamente si era aggiunto il Parkinson. Due malattie in grado di provocare una tristezza patologica, un’alterazione della libertà e della responsabilità. Sono note anche le sue esperienze di sofferenze a causa di perdite in famiglia, a cominciare dal divorzio dei suoi genitori. Purtroppo, nella sua esistenza si notano gli effetti negativi dell’abuso di alcool e delle droghe. Al di là del dramma, tuttavia, mi ha colpito il modo di rendere pubblica la notizia. Diverse emittenti televisive, come la CNN e la BBC, hanno trasmesso in diretta la descrizione della scena, con tanto di particolari sul ritrovamento del suo corpo. Ho pensato alla sua famiglia, ai suoi amici, e al dolore aggiunto che provocano questi tanti dettagli inutili. Ho pensato anche ad una realtà trascurata: si parla spesso della morte, la si fa vedere nei film, nei telegiornali, nei romanzi… Ma sono sempre gli altri quelli che muoiono. A Roma, nell’ingresso della via Appia, piena di monumenti funebri, c’è perfino una taverna con la scritta: “Qui non si muore mai”.

La mancanza di fede e di una vita spirituale può favorire il diffondersi della depressione?

Il concetto di depressione include sintomi e malattie diverse tra loro e con cause molteplici e variegate. Nelle sue varie forme colpisce oggi fino a un 15% della popolazione. Ci sono molti fattori che ci permettono di valutare e spiegare questa cifra, come la capacità di effettuare un numero maggiore di diagnosi depressive rispetto al passato. La perdita di responsabilità è in qualche modo correlata a una diminuzione della fede e potrebbe essere uno di questi fattori. Spesso si dimentica che nella relazione, rispondere implica l’esistenza di qualcuno che riceva e meriti una risposta. Questo “qualcuno” può essere un amico, la famiglia, le persone care… Se manca il loro sostegno o non c’è fiducia o fede umana in loro, si apre più facilmente lo spazio alla tristezza patologica.

Tuttavia, per il credente, la fede in Dio non è una “medicina” per non ammalarsi di depressione, ma aumenta le risorse per combatterla, anche perché ci presenta un essere superiore al quale offrire una risposta. L’identità è oggi tormentata: c’è una tendenza a spegnere la luce della fede soprannaturale, che ci indica che siamo creature limitate e finite, ma anche la luce della ragione, che ci spiega cosa sono l’uomo e la donna e i rapporti interpersonali. Purtroppo oggi la famiglia e il matrimonio stabile sembrano un pezzo da museo e Hollywood non è del tutto senza responsabilità, come lo stesso Williams diceva. Tutti questi, a mio avviso, sono fattori di rischio per depressione e altre malattie psichiche.

Quindi, in sintesi, la persona che cerca di essere vicina a Dio trova una pienezza nel vivere (senso delle cose, realizzazione, ecc.), e può raggiungere una maggiore stabilità. Per evitare alcune forme di depressione, il credente dovrà comunque lavorare con ordine e proporzione, lasciando spazio al riposo e al divertimento, quando cerca di servire agli altri, nelle attività quotidiane, nell’amicizia o nel lavoro professionale.

Quanto la relazione o l’allontanamento con Gesù Cristo, può influire nei confronti della depressione?

Una vita senza Cristo diventa più complessa da capire. Secondo san Giovanni Paolo II, Gesù è l’unico che svela pienamente l’uomo all’uomo. È l’unico in grado di aprire il libro dell’Apocalisse con i suoi sette sigilli che, come ha sottolineato il filosofo Romano Guardini, rappresenta il mistero dell’esistenza con la sua carica di dolore e sofferenza. Non è sorprendente quindi che un allontanamento da Gesù possa produrre un aumento della sintomatologia depressiva per la maggiore difficoltà a cogliere il senso di tante situazioni della vita. Per esempio, ci sono diversi articoli scientifici che mostrano un miglioramento della salute in rapporto alla pratica religiosa. Influiscono certamente l’appartenenza ad un gruppo, la possibilità di dare un senso anche alla sofferenza, ma anche un rapporto di fiducia con un Dio che si è fatto uomo e ci ascolta. È anche importante il modo di vivere questo rapporto di fede. Dio non è un giudice implacabile, bensì un Padre che ci vuole bene e ci ha creato per farci condividere la sua felicità divina nel Cielo. 

La preghiera può contribuire a migliorare la salute di una persona?

La fede cristiana considera anche il lato umano e i progressi della scienza. Per questo, la prima cosa che consiglierei ad una persona che soffre di depressione sarebbe di andare da un buon medico. Ci sono oggi dei medicinali e tecniche di psicoterapia molto utili. I farmaci agiscono a livello biologico, restaurando l’equilibrio senza cambiare il nostro modo di pensare. La psicoterapia è una relazione interpersonale che offre un sostegno professionale specializzato. I migliori risultati si ottengono di solito con entrambe le cure. 

Dal punto di vista spirituale, una persona malata o meno di depressione, troverà senz’altro aiuto nella preghiera, nell’incontro con Gesù nell’Eucaristia e nella confessione. Questo sacramento del perdono è particolarmente importante per tutti, perché nel perdonare ed essere perdonati si creano le condizioni per la crescita della maturità e dell’equilibrio emotivo. Come diceva san Tommaso d’Aquino, poter recitare il Padre nostro, facendo proprie tutte le affermazioni, anche la quinta, del perdono a chi ci offende, è chiave di stabilità.

Ad una persona affetta da depressione si può sempre consigliare di pregare. Non si deve dimenticare però che la stessa malattia può alterare il rapporto con Dio e può diventare un carico troppo pesante. Nemmeno va dimenticato che pregare non significa che spariranno i sintomi della depressione, i sentimenti di colpa o l’angoscia. La fede può far dire ad una persona, come ho sentito più di una volta: “Signore, se tu lo vuoi, ti offro questo mio malessere, con te posso vivere con gioia anche nel dolore”. E ho sentito anche dire, in casi in cui la malattia era più grave: “Se continuo a vivere è perché credo in Dio”. Forse non si modifica la malattia, ma l’atteggiamento di fronte ad essa di certo.

Quanto conta invece la pratica dei sacramenti?

Bisogna capire bene le ragioni. Una “fede forte” che non viene praticata non è coerente. L’incoerenza alimenta il disordine. Le doppie vite a qualsiasi grado sono dei fattori tra i più destabilizzanti della persona. Forse rischia di meno la depressione una persona che non ha fede in assoluto, o un non credente che si comporta in modo coerente, piuttosto che un credente che non pratica la sua fede. La persona che crede e pratica non è certamente immune da una malattia multifattoriale come la depressione. Ma il sostegno che trova nella comunità di fedeli, gli insegnamenti e le testimonianze che riceve per vivere una vita felice, aiutano a prevenire. Nella Chiesa, ad esempio, la persona può conoscere con più facilità l’importanza di allontanarsi da tante attività e situazioni a rischio di patologia psichica, come il consumo di droga, l’eccesso di alcool, la sessualità senza limiti, l’infedeltà coniugale, ecc.

Esiste una geografia per capire dove la depressione è più diffusa?

Sì, ci sono differenze in base alla frequenza di depressione in diverse aree geografiche. Nei paesi con inverni lunghi, freddi e scarsa luminosità si verificano più casi. Aumentano inoltre i casi nelle aree in cui la popolazione è vittima di violenza, persecuzione e limitazioni socioeconomiche importanti. Tuttavia, non è semplice avere una mappa chiara della situazione per le discrepanze nelle classificazioni tra paesi e gruppi di ricerca. Il suicidio, la cui causa non sempre è la depressione, è più facile di misurare in paesi del nord dell’Europa, in Russia, Cina e Giappone. È interessante anche sapere che le manifestazioni della depressione variano da una cultura ad un’altra. I pazienti depressi di origine cinese, ad esempio, si lamentano meno della tristezza e riferiscono con maggior frequenza di noia, dolori, stanchezza e altre manifestazioni fisiche. Come progetto positivo penso che a tante persone potrebbe servire di pensare a Dio girando un film. Questo ci aiuterebbe a pensare ad una Persona che ci aiuta a recitare con gioia la parte che ci tocca dentro la grande storia terrena degli uomini. La fede e la speranza cristiana ci fanno pregare e speriamo che lo stesso Robin Williams, con il suo senso dell’umorismo, ci guardi dal Cielo e ci dica: “Good Morning! Sorridi, Dio ti sta filmando”.

Fonte

Preghiera per chi soffre di depressione

Conforta la tua anima con questa preghiera nata dalla devozione di Santa Teresina del Bambin Gesù alla Vergine del Sorriso

Santa Teresina del Bambin Gesù ha raccontato di essere stata guarita, quando era bambina, da quella che oggi verrebbe probabilmente diagnosticata come una sindrome di attacchi di panico. Venne curata dal sorriso della Vergine. La santa scrisse:

“13 maggio 1883, festa di Pentecoste. Dal letto, ho girato lo sguardo verso l’immagine di Nostra Signora e… All’improvviso la Santissima Vergine mi è sembrata bella, così bella che non avevo mai visto nulla di simile, il suo volto emanava una bontà e una tenerezza ineffabili, ma ciò che è calato profondamente nella mia anima è stato il ‘sorriso incantevole della Santissima Vergine’. In quel momento tutte le mie pene se ne sono andate, due grosse lacrime sono sgorgate dalle mie palpebre e mi sono scivolate sul volto. Erano lacrime di pura gioia… Ah, ho pensato, la Santissima Vergine mi ha sorriso, sono felice… (…) È stato a causa sua, delle sue intense preghiere, che ho ricevuto la grazia del sorriso della Regina del Cielo…”.

Chiamò questa immagine “Vergine del Sorriso”, e l’invocazione iniziò con i suoi familiari. In seguito, portò la devozione al Carmelo di Lisieux. Alla fine venne diffusa in tutti gli ordini carmelitani e si propagò nel mondo. Molte persone hanno ottenuto la guarigione dalla depressione e da altre malattie dell’anima, come Teresina, attraverso questa devozione.

PREGHIERA ALLA VERGINE DEL SORRISO

O Maria, Madre di Gesù e madre nostra,
che con un chiaro sorriso vi siete degnata di consolare
e curare vostra figlia Santa Teresina del Bambin Gesù dalla depressione,
restituendole la gioia di vivere
e il senso della sua vita in Cristo Risorto,
guardate con affetto materno tanti
figli e figlie che soffrono di depressione,
disturbi e sindromi psichiatriche e mali psicosomatici.
Gesù Cristo curi e dia senso alla vita di tante persone
la cui esistenza a volte è deteriorata.
Maria, il vostro bel sorriso non lasci che
le difficoltà della vita oscurino la nostra anima.
Sappiamo che solo vostro figlio Gesù può soddisfare
le ansie più profonde del nostro cuore.
Maria, attraverso la luce che sboccia dal vostro volto
traspare la misericordia di Dio.
Il vostro sguardo ci accarezzi e ci convinca che
Dio ci ama e non ci abbandona mai,
e la vostra tenerezza rinnovi in noi l’autostima,
la fiducia nelle nostre capacità,
l’interesse per il futuro e il desiderio di vivere felici.
I familiari di quanti soffrono di depressione
aiutino nel processo di guarigione, non considerandoli mai
attori della malattia con interessi di comodo,
ma li valorizzino, li ascoltino, li comprendano e li esortino.
Vergine del Sorriso, ottenete per noi da Gesù la vera cura
e liberateci da sollievi temporanei e illusori.
Curati, ci impegniamo a servire con gioia,
disposizione ed entusiasmo Gesù come discepoli missionari,
con la nostra testimonianza di vita rinnovata.
Amen.

(Recitare 2 Ave Maria in onore delle due lacrime di gioia che sono scivolate sulle guance di Santa Teresina del Bambin Gesù quando è stata toccata dal Sorriso della Vergine).

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La semplicità non è una cosa semplice

La semplicità, scrive [1] Alessandro Pronzato, “è la virtù che teniamo di riserva. Dispostissimi ad attribuirla agli altri, non appena si presenti l’occasione”. “Di una persona che non possiede doti particolari, e verso la quale vogliamo essere generosi nel giudizio, diciamo che è ‘semplice’”.

“Allorché in un individuo non troviamo nulla di eccezionale, con un certo sforzo riusciamo pur sempre a scovare la semplicità. Insomma, il titolo di ‘semplice’ non lo si nega a nessuno. Non ha niente, vale poco, non conta granché, non sa parlare come si deve. Ecco, è una creatura ‘semplice’. La semplicità diventa così il diploma che regaliamo con una certa larghezza a chi è sprovvisto di qualifiche più valide e appariscenti (cultura, intelligenza, imprese eccezionali, successi…).

Ma, continua Pronzato, “non ci rendiamo conto che proprio la semplicità è una virtù eccezionale. Di fatto risulta piuttosto rara… È cosa straordinaria essere semplice. In realtà, un individuo semplice è uno che è riuscito a sistemare le cose, i valori, ha messo ordine nella propria vita, ha eliminato gli ingombri, si è sbarazzato delle cose inutili. Ossia: ha svolto un paziente lavoro di semplificazione”. “Soltanto le persone veramente grandi riescono a essere semplici. Unicamente le persone ricche interiormente appaiono semplici”.

“Si ha semplicità quando invece di un vuoto centrale, esiste un centro della propria vita attorno a cui ruotano pensieri, azioni, parole, atteggiamenti. E tutto viene riferito a quel centro. Ogni cosa viene spiegata, giustificata da quel centro”.

“Il peccato è, essenzialmente, dissociazione, disintegrazione della persona; distacco delle varie parti dal nucleo centrale per ruotare intorno ad orbite anarchiche e disarmoniche. La disintegrazione dell’atomo rappresenta la più stupefacente illustrazione, in campo fisico, di ciò che avviene nell’uomo attraverso il peccato”.

“Allora, la semplicità diventa il segno della vittoria sul male. La persona semplice è la creatura che si ribella a uno stato di atomizzazione, frammentarietà, caos, per ritrovare l’unità, l’armonia, la coerenza, ossia tutta la coesione del proprio essere”.

“Insisto: la semplicità è un lavoro lungo, paziente, assiduo di semplificazione. È un puntare tutto sull’essenziale, lasciando ai margini gli ingombri, i fronzoli, gli impedimenti e ciò che rifiuta di entrare nell’orbita di quel centro”.

“La semplicità, dunque, è armonia. È unità. È coerenza”.

“Questo lavoro, questa ascesi di semplificazione e unificazione dell’esistenza, vengono favoriti soprattutto dalla preghiera (specialmente di tipo contemplativo) e dalla riflessione personale. Infatti la semplicità ha il suo centro, il suo aggancio nella profondità e nell’interiorità dell’uomo. Se questo aggancio fosse più… epidermico, ossia più spostato verso la periferia, l’esterno della persona, allora avremmo la semplicioneria o la superficialità”.

“Soltanto una autentica, profonda vita interiore garantisce contro i rischi della dispersione, della frammentarietà, della dissociazione, che sempre minacciano la vita di una persona. […] Occorre, perciò, convincersi che la semplicità non è mai una cosa semplice. Come nell’arte, anche nella vita, i capolavori autentici sono all’insegna dell’armonia, della proporzione. Una persona semplice è una persona che va diritto allo scopo. Un individuo che sa ciò che vuole. Un uomo il cui sguardo punta all’essenza delle cose”.

“Che si siano smarrite le tracce della semplicità, lo dimostra anche un certo tipo di linguaggio”: complicato, confuso, tortuoso, contorto, pensiamo, per esempio, al politichese. “Nemica della semplicità è soprattutto la retorica. Mentre la semplicità è asciuttezza, essenzialità, la retorica è ridondanza, rigonfiamento, addobbo esteriore, enfasi, ampollosità, tronfiezza”.

“La chiarezza non è – come qualcuno vorrebbe far credere – superficialità, bensì elementare rispetto per gli altri”. Ricordiamo “l’osservazione che Giò, la collaboratrice domestica (mai esistita) di casa Guareschi, faceva al suo padrone di professione scrittore: ‘Lui adopera delle parole che tutti conoscono per dire delle cose che tutti capiscono…”.

“Sì sì; no no”

Lapidario, al riguardo, è anche il monito di Gesù: “Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (Mt 5,37), per esortare i suoi ascoltatori, durante il Discorso della Montagna, ad avere una parola essenziale, schietta, chiara, senza ambiguità. “Il di più”, ovvero ciò che è verboso, lezioso, cavilloso, contorto, complicato,… politicamente corretto,… è, infatti, usato per confondere, influenzare, persuadere,… diffondere la menzogna e oscurare la verità, peculiarità proprie del Maligno.   

Serpenti e colombe

Ma Gesù invita i suoi discepoli anche ad essere “prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” (Mt 10,16). Ciò significa che la semplicità, affinché svolga la sua azione al servizio della verità, deve stare sempre insieme alla prudenza.

Prudente è colui che prima di agire cerca di capire come stanno veramente le cose, che si sforza di conoscere la realtà. Perciò, se manca la prudenza, la semplicità può diventare superficialità, semplicioneria, dabbenaggine, ingenuità. Mentre, la prudenza, se difetta la semplicità, può diventare astuzia, furberia, o pusillanimità.

Scrive [2] Francesco Lambiasi: “Gesù ci dice di mettere insieme prudenza e semplicità, in modo che il ‘bello’ delle colombe (candore) ci aiuti a scartare il ‘brutto’ dei serpenti (malizia) e il positivo dei serpenti (accortezza) ci serva a sfuggire il negativo delle colombe (ingenuità)”.

Gesù, continua Lambiasi, vuole metterci in guardia dal “rischio del ‘buonismo’, e spronarci ad essere discepoli svegli, scaltri e intraprendenti”. “Un campo dove si rischia di essere solo delle candide colombe, serafiche e tranquille, è quello della educazione alla carità e alla pace: se si intende tutto questo come un vago, liquoroso ‘volemose bene’, è chiaro poi che si finisce per identificare amore con tenerume e per ammucchiare nella stessa nicchia pacificatori, pacifisti e… paciocconi”.

Nella nostra società artificiosa, dominata dalle apparenze, dall’inganno della  correttezza politica, da fiumi di parole inflazionate, enfatizzate, prolisse, sovrabbondanti, tronfie, maleducate… che producono tanto rumore senza arrivare ai cuori, occorre riscoprire la virtù dimenticata della semplicità.

Note:

[1] Alla ricerca delle virtù perdute, Gribaudi, 1997, pp. 155-159.

[2] Una parola al giorno, Editrice AVE, 2006, pp. 352, 353.

Fonte

laricercadellasemplicita

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La fede per credere e il coraggio per agire

Ho letto questo articolo e ho subito pensato che ognuno di noi dovrebbe essere un’alpinista della fede.
A Torino sono intoccabili due cose: la Mole Antonelliana e gli Alpini. Il comando della brigata alpina Taurinense è ospite di una delle caserme più grandi del Piemonte, un luogo che per i torinesi oscilla tra sacralità e passione.

Essere alpini nel capoluogo piemontese è un privilegio e, per me che in questa città ci sono cresciuta, varcare la soglia della caserma dove gli alpini lavorano e pianificano è un piccolo traguardo personale.

Al posto di guardia mi accolgono tre giovani militari gentilissimi e disponibili, cercano di farmi persino compagnia mentre arriva l’ufficiale incaricato del mio ricevimento; siamo partiti bene io e le penne nere!

Attendendo che il generale Panizzi – comandante da poco più di un anno – mi riceva nel suo ufficio, mi soffermo a respirare un po’ dell’aria che si respira tra le mura della brigata.

Il fermento che trovo nei corridoi è tanto ma, come immaginavo, nessuno si fa negare, nonostante le pile di pratiche che incombono su ogni scrivania – compresa quella del generale – un saluto e due parole non si negano a nessuno. Tutta questa accoglienza ti fa sentire come se, alla fine, quegli abiti vegetati li portassi anche tu, una sensazione gradevole che incita il visitatore a chiedere, conoscere e capire lo spirito di questa straordinaria Specialità.

Tra il telefono che squilla e un documento in arrivo da firmare, attendo il mio appuntamento leggendo la biografia del generale. Indossa per la prima volta la divisa presso l’accademia militare di Modena nel 1981 con il 163° corso, ha una carriera ricca e costellata di diversi impieghi all’estero. Appare lampante da subito la passione per gli studi: tre lauree, diversi master e un numero considerevole di corsi di specializzazione e seminari. Iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti ha collaborato anche con alcune delle riviste per l’informazione della Difesa più importanti del nostro Paese.

Poco dopo posso finalmente rivolgere al generale la mia prima domanda.

Sono molti quelli che sostengono che avere specialità diverse nell’esercito non sia più necessario, una discussione che ha coinvolto anche esponenti di spicco delle nostre forze armate. Perché, secondo Lei, è ancora utile continuare a mantenere il corpo degli alpini e quali sono le caratteristiche che vi contraddistinguono nei teatri operativi?

Come è facilmente intuibile quello che contraddistingue gli alpini dalle altre specialità è ‘saper vivere, muovere e combattere’ in un ambiente difficile come quello della montagna.

Addestrare le nostre truppe a compiti anche e spesso molto complessi, significa abituarli a fronteggiare difficoltà che si troveranno – in un modo o nell’altro – a dover superare anche nei teatri operativi.

Il nostro addestramento e i nostri insegnamenti sono adattabili a tutti gli scenari possibili; proprio per questo nel futuro della nostra Brigata sono previste tutte le tipologie di intervento e in parti diverse nel mondo, non siamo vincolati alle montagne. Ma dobbiamo dire grazie anche e proprio a queste ultime se siamo all’altezza di operare in tutte le zone dove siamo chiamati ad intervenire.

Che gli Alpini non fossero legati esclusivamente agli ambienti montani lo si era capito in dieci anni di impiego in Afghanistan, un impiego instancabile che li ha visti protagonisti in più occasioni.

Nonostante la nostra presenza nel “Paese degli aquiloni” si possa dire conclusa (il rientro delle truppe è infatti previsto per la fine dell’anno corrente con l’eccezione di un’aliquota di personale per garantire l’addestramento delle forze di sicurezza afghane), vorrei capire come sono cambiati in questi dieci anni la mentalità e l’addestramento della Taurinense per far fronte alle esigenze di questo complesso e tumultuoso Paese.

L’Afghanistan ci ha fatto capire che l’addestramento intenso a cui sottoponiamo i nostri ragazzi (e ragazze) è fondamentale. Abbiamo dato il massimo e sapevamo che fallire non era certo possibile. I miei ragazzi hanno imparato a sapersi gestire, aspetto cruciale nelle moderne missioni internazionali: ogni singolo uomo può, infatti, far fallire una missione, dunque è importante e tatticamente fondamentale che ognuno sappia operare con senso di responsabilità per evitare di mettere a repentaglio l’obiettivo del nostro intervento.

Si è dovuto imparare il giusto equilibrio tra la presenza armata richiesta e il lavoro a stretto contatto con la popolazione, non potevamo essere solo soldati, né solo operatori umanitari.

Trovare il giusto equilibrio fra le due dimensioni non è stato facile ma ci siamo riusciti, questo ha portato riconoscimenti ai miei uomini da parte della popolazione locale, da vari esponenti del nostro Paese e anche dalla NATO. Diversi Paesi alleati si sono congratulati in questi anni con i militari dell’esercito italiano per lo splendido lavoro svolto con la gente del luogo, con le Istituzioni locali e con le loro forze di sicurezza.

Il generale, quando parla dei suoi alpini – che sono un numero poco superiore ai cinquemila – fa trasparire una vena di orgoglio e soddisfazione, d’altronde non credo sia necessario nascondere nulla, i risultati eccellenti e quotidiani sono sotto gli occhi di tutto il Paese, quell’orgoglio e quelle soddisfazioni sono più che meritati.

Che la Taurinense sia una delle punte di diamante del nostro esercito è comprovato da anni, ha preso parte a missioni internazionali fondamentali ed è attualmente impiegata anche in zone di alta tensione sociale sul territorio nazionale, tuttavia è anche risaputo che la tanto acclamata spendig review ha una particolare predilezione per le spese del comparto Difesa. Come ha inciso sull’operatività della brigata che continua ad essere in prima linea su ogni fronte?

Ha ragione quando dice che i miei ragazzi sono impegnati in moltissime attività. Oltre alle missioni internazionali, sul fronte nazionale siamo coinvolti nell’operazione “Strade Sicure” in Piemonte e Liguria, e siamo sempre pronti ad intervenire in caso di calamità naturale che colpisca il Piemonte o zone limitrofe, come è successo recentemente nel corso dell’alluvione che ha colpito Genova e la Provincia di Alessandria. Gli impegni non ci mancano. Le risorse scarseggiano anche per noi, ma cerchiamo di ottimizzarle.

Grazie allo stretto rapporto che abbiamo con i nostri comandi superiori e alla condivisione degli obiettivi da conseguire, la Taurinense non ha mai risparmiato sull’addestramento del suo personale. Facciamo un’attenta, accurata analisi prima di spendere ogni singolo centesimo; e credo che si sia raggiunto un punto equilibrio tra le risorse che ci inviano da Roma e quello che possiamo e dobbiamo fare.

Quando sento che è richiesta la presenza dei miei uomini per una qualsiasi ragione e so di poterli impiegare perché ne ho le risorse, sia in termini di personale, che economiche, sono molto soddisfatto.

Quando impiego alpini sul territorio nazionale e ricevo apprezzamenti per il lavoro svolto – giudizi che, voglio precisare, non sono dovuti ma sono sempre graditi – sento che siamo utili davvero al nostro Paese e lo serviamo in modo serio e professionale, con passione e rispetto. Una sensazione gratificante per tutti: per me che sono il comandante, ma anche e soprattutto per tutti i militari che hanno preso concretamente parte al lavoro.”

Quanto detto fino ad ora è frutto del lavoro passato e che sicuramente avrà un grosso impatto anche su futuro della Brigata, ma il generale ha nei suoi occhi dipinto un futuro altrettanto glorioso per tutti gli uomini che lavorano alla Taurinense.

Quando gli accenno alla cooperazione militare italo-francese so perfettamente di aver lanciato lo spunto per parlare della nuova “punta di diamante” della brigata, un lavoro che sta assorbendo grandi energie e che sta producendo risultati incredibili.

Il comando brigata italo-francese denominato “Non Standing Bi-National Brigade Command” è un’unità mista, non permanente, ma prontamente impiegabile, composta dagli uomini della nostra brigata e dai nostri colleghi della 27^ brigata di fanteria da montagna francese.

E’ uno strumento militare flessibile e adattabile, potendo assolvere missioni in ambito Nazioni Unite, NATO e Unione Europe, quali, ad esempio, costituire la forza di schieramento iniziale di un contingente più ampio.

Riassumiamo. L’idea di questa nuova cooperazione nasce nel 2009 con la consapevolezza che bisognava affrontare le emergenti crisi nel nuovo scenario internazionale attraverso una più stretta cooperazione tra gli eserciti francese e italiano.

Nel 2011 si arriva alle firme dei rispettivi ministri della Difesa per gli accordi tecnici che fanno prendere forma all’impiego della brigata e vengono definite le fasi per raggiungere la piena capacità operativa.

Da due anni si sono intensificate le attività di addestramento congiunto da parte delle due brigate – alpini e chasseurs alpins – per testare sul terreno l’operatività, il coordinamento e la standardizzazione di protocolli e materiali. Una soddisfazione personale indescrivibile e soprattutto un grandissimo traguardo per tutti quelli che vi hanno lavorato.

Nel mese di novembre a Bracciano (Roma) presso il centro simulazione e validazione si certificherà il raggiungimento della piena capacità operativa del comando neoformato, al quale la Taurinense sta lavorando duramente perché tutto sia impeccabile: per gli inizi dell’anno venturo ci sarà la certificazione anche da parte dei francesi e si prevede il primo impiego in missione sempre nel 2015 in Libano.

Quello che ha esposto il generale è uno dei più importanti progetti che l’esercito sta portando avanti in questo momento ed è sicuramente una soddisfazione immensa per tutti coloro che in questo mestiere credono ancora.

Essere alpini è sempre un grande onore, ma anche una responsabilità notevole. Gloriose tradizioni e una storia costellata di successi e sacrifici, vorrei sapere cosa vuol dire essere generale in una brigata così importante per il nostro esercito?

Prima di rispondere il Generale sorride, ci pensa un istante e mi risponde. Sono fortunato, sono convinto e so anche di essere immensamente privilegiato. I miei predecessori hanno tutti nomi importanti e hanno fatto grande il nome di questa brigata; sono consapevole delle responsabilità che comporta il mio ruolo e so che i miei uomini da me si aspettano che li diriga verso un futuro in cui possano essere fieri di vestire l’uniforme degli alpini.

Generale, cosa direbbe ad un giovane che desidera entrare nel corpo degli alpini?

Gli direi di studiare – la risposta mi lascia un po’ perplessa, ma il discorso che il generale ha in mente dimostra una personalità illuminata – studia per non essere succube delle ideologie, impara a ragionare e a capire quello che ti capita intorno, perché tu possa parlare sempre con razionalità e cognizione di causa.

Direi di imparare ad essere umili perché senza sacrificio non si ottiene nulla, né negli alpini né nella vita; bisogna impegnarsi, capire e avere una mente sempre pronta.

In ultima istanza, direi al ragazzo – o alla ragazza – che l’obbedienza non è cieca ma è comprendere ed assumersi responsabilità; bisogna sapersi fidare di chi ha più esperienza perché saprà condurti verso una crescita personale, saprà guidarti e farti ragionare.

Dal concetto di obbedienza responsabile deriva anche quello di disciplina che è un valore fondamentale per tutti i militari, ogni cosa ha un suo posto, in quanto viviamo in un sistema e loro fanno parte di un sottosistema che è l’esercito dove ciascuno è fondamentale perché ha un ruolo ben preciso.”

L’ultima parte dell’intervista è la riflessione profonda di un uomo che non solo veste una divisa ma ne sente la responsabilità nei confronti dei suoi uomini. Comandante con un eccezionale acume personale, il generale Panizzi è un interlocutore che pondera le sue parole, sa guidare realmente i suoi uomini verso un miglioramento personale. Oggigiorno tutti conosciamo il valore della comunicazione, ma il generale ha anche compreso che la comunicazione deve essere studiata per non essere fraintesa.

I torinesi sanno che la “nostra” brigata è decisamente in buone mani e non si può che prevedere un roseo futuro per le nostre penne nere!

Denise Serangelo

Fonte 

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Quale coscienza morale?

Si dice: Ognuno deve agire secondo coscienza… fai ciò che pensi sia meglio… segui la tua coscienza… Questo è vero. Ma ci si dimentica spesso di chiederci: Quale coscienza? Quali caratteristiche deve avere la coscienza? Come si forma la coscienza? A queste e ad altre domande si propone di rispondere questa scheda, in cui quando si parla di coscienza si intende sempre la coscienza morale. Partiamo anzitutto con il chiederci:

CHE COS’È LA COSCIENZA MORALE?

Presente nell’intimo della persona, la coscienza è:

  • “un giudizio della ragione, mediante il quale la persona umana riconosce la qualità morale di un atto concreto che sta per porre, sta compiendo o ha compiuto” (CCC, 1778). Senza l’uso della ragione non esiste coscienza
  • la percezione naturale dei principi morali fondamentali, la loro applicazione in circostanze particolari e il giudizio finale su ciò che si deve fare (o che si è fatto)
  • ‘il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo’ (GS 16)
  • il santuario della persona, che decide per le azioni dell’uomo.

Essa tuttavia non è:

  • un sentire immediato, che invece tante volte è frutto o di uno stato d’animo particolare o di una pressione dall’esterno, ad esempio dei mezzi di comunicazione sociale o dell’opinione della maggioranza
  • legata all’istinto e neppure al soggettivismo relativista, che porta ad affermare che al di sopra della coscienza non ci può essere nessuna istanza superiore
  • la sorgente stessa di verità e di valori
  • un assoluto, posto al di sopra della verità e dell’errore, del bene e del male
  • un agire secondo la propria personale interpretazione o umore e senza risponderne a chicchessia.

 QUAL È IL COMPITO DELLA COSCIENZA?

Essa consente di:

  • percepire i principi della moralità
  • applicarli agli avvenimenti e circostanze di fatto mediante un discernimento pratico delle motivazioni e dei beni
  • compiere il bene ed evitare il male
  • esprimere il giudizio sulla qualità morale degli atti concreti che si devono compiere o che sono già stati compiuti
  • assumere la responsabilità degli atti compiuti: “Se l’uomo commette il male, il retto giudizio della coscienza può rimanere in lui testimone della verità universale del bene e, al tempo stesso, della malizia della sua scelta particolare. La sentenza del giudizio di coscienza resta un pegno di speranza e di misericordia. Attestando la colpa commessa, richiama al perdono da chiedere, al bene da praticare ancora e alla virtù da coltivare incessantemente con la grazia di Dio” (CCC, 1781).

La coscienza pertanto ha un triplice compito:

  • deduttivo: conosce, riconosce e applica le norme morali alle varie situazioni e scelte
  • imperativo: decide il comportamento morale della persona, alla luce della legge morale, della voce interiore dello Spirito, degli insegnamenti di Cristo trasmessi in maniera certa e autorevole da parte dei Pastori, prescelti da Cristo stesso
  • creativo: adotta strategie, progetta soluzioni, individua tonalità e modalità nel fare il bene.

“Attesta l’autorità della verità in riferimento al Bene supremo, di cui la persona umana avverte l’attrattiva e accoglie i comandi” (CCC, 1777).

 QUAL È LA CONDIZIONE INDISPENSABILE PER SENTIRE LA VOCE DELLA COSCIENZA?

“L’importante per ciascuno è di essere sufficientemente presente a se stesso al fine di sentire e seguire la voce della propria coscienza. Tale ricerca di interiorità è quanto mai necessaria per il fatto che la vita spesso ci mette in condizione di sottrarci ad ogni riflessione, esame o introspezione” (CCC, 1779): «Ritorna alla tua coscienza, interrogala. […] Fratelli, rientrate in voi stessi e in tutto ciò che fate fissate lo sguardo sul Testimone, Dio» (Sant’Agostino, In epistulam Ioannis ad Parthos tractatus, 8, 9: PL 35, 2041).

COME DEV’ESSERE LA COSCIENZA?

Dev’essere:
● vera
● certa
● retta
● libera
● formata

QUANDO LA COSCIENZA E’ VERA?

-Una coscienza è vera, quando è fondata sulla verità. Infatti la coscienza è atto della ragione mirante alla verità delle cose.

“La coscienza morale, per essere in grado di guidare rettamente la condotta umana, deve anzitutto basarsi sul solido fondamento della verità, deve cioè essere illuminata per riconoscere il vero valore delle azioni e la consistenza dei criteri di valutazione, così da sapere distinguere il bene dal male, anche laddove l’ambiente sociale, il pluralismo culturale e gli interessi sovrapposti non aiutino a ciò” (Benedetto XVI, Discorso, 24-2-07).

-“L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio nel suo cuore: obbedire ad essa è la dignità stessa dell’uomo, e secondo questa egli sarà giudicato. (…) Tramite la coscienza si fa conoscere in modo mirabile quella legge, che trova il suo compimento nell’amore di Dio e del prossimo” (CONCILIO VATICANO II, Gaudium et spes, 16).

Occorre pertanto annunciare, difendere e promuovere la possibilità per la ragione di:

  • conoscere la verità: oggi addirittura si diffida anche della capacità della ragione di percepire la verità. Come pure avviene che la riduzione della coscienza alla certezza soggettiva porta nello stesso tempo alla rinuncia alla verità
  • non interpretare tale verità come pare e piace a ognuno: la coscienza è un antidoto anziché una scusa per il soggettivismo (secondo cui ciò che uno pensa è criterio e fonte di verità) e il relativismo (secondo cui non esiste la verità, ma ci sono tante verità)
  • riconoscere lo splendore della verità, la sua trascendenza nei confronti della nostra intelligenza creata e, di conseguenza, il nostro dovere di aprirsi ad essa, di accoglierla non come propria invenzione, ma come dono che viene da Dio.

PERCHÈ È IMPORTANTE CHE LA COSCIENZA SIA CERTA?

Perché la persona deve sempre agire, in campo morale, in tutta certezza e sicurezza, al fine di essere sempre pienamente responsabile delle sue azioni. La persona quando decide, deve farlo con una coscienza certa, e cioè la coscienza deve essere sicura, deve emettere il proprio giudizio morale con sicurezza, e non essere nel dubbio, e cioè nel non sapere cosa sia giusto fare. In tal caso, ella deve prima informarsi da persone di fiducia e competenti, al fine di sciogliere ogni dubbio e agire nella certezza acquisita.

CHE COSA SIGNIFICA CHE LA COSCIENZA DEVE ESSERE RETTA?

Significa che la coscienza deve “essere in accordo con ciò che è giusto e buono secondo la ragione e la Legge divina” (Compendio, 373).

È la stessa dignità della persona umana che implica ed esige tale rettitudine. La coscienza retta è dunque determinata a seguire la verità, senza contraddizioni, senza tradimenti e senza compromessi.

 

LA COSCIENZA PUÒ EMETTERE ANCHE UN GIUDIZIO ERRONEO?

La coscienza non sempre ha ragione, non è infallibile: se così fosse, non ci sarebbe nessuna unica verità, poiché molte volte i giudizi di coscienza si contraddicono, fra persone diverse e anche in una medesima persona. Esisterebbero tante verità quante sono le coscienze; ci sarebbe soltanto la verità della singola persona, e quindi tante verità quante sono le persone.

  • La coscienza può emettere un giudizio erroneo, il che avviene quando il suo giudizio si discosta dalla ragione e dalla Legge divina.

“La persona deve sempre obbedire al giudizio certo della propria coscienza, ma può emettere anche giudizi erronei, per cause non sempre esenti da colpevolezza personale. Non è però imputabile alla persona il male compiuto per ignoranza involontaria, anche se esso resta oggettivamente un male. È quindi necessario adoperarsi per correggere la coscienza morale dai suoi errori” (Compendio, 376).

* La coscienza erronea non perde tuttavia la sua dignità.

 

QUANDO L’IGNORANZA È COLPEVOLE?

«Quando l’uomo non si cura di cercare la verità e il bene, e quando la coscienza diventa quasi cieca in seguito all’abitudine del peccato» (GS 16). In tali casi la persona è colpevole del male che commette.

  • “All’origine delle deviazioni del giudizio nella condotta morale possono esserci la non conoscenza di Cristo e del suo Vangelo, i cattivi esempi dati dagli altri, la schiavitù delle passioni, la pretesa di una malintesa autonomia della coscienza, il rifiuto dell’autorità della Chiesa e del suo insegnamento, la mancanza di conversione e di carità” (CCC, 1792).

 QUANDO L’IGNORANZA È INVOLONTARIA, INVINCIBILE (E QUINDI NON-COLPEVOLE)?

Quando l’ignoranza non è imputabile alla responsabilità della persona. E tuttavia, in questo caso, anche se la persona non è responsabile soggettivamente del male compiuto, tuttavia il male compiuto resta un male, un disordine oggettivo: per il fatto che i ciechi non vedono il sole, non si può concludere che esso non esiste.

Da qui la responsabilità della persona di:

  • essere informata circa tale male
  • correggere la sua coscienza morale dai suoi errori
  • riparare per quanto possibile ai danni provocati dal male compiuto.

 

LA COSCIENZA ERRONEA È SEMPRE GIUSTIFICATA?

  • La coscienza erronea non può essere giustificata se il suo essere in errore è dovuto a ignoranza colpevole oppure a un ottenebramento della sua coscienza.
  • L’ignoranza non può considerarsi una soluzione comoda, un vantaggio: sarebbe come dire che il non conoscere sia meglio del conoscere.
  • “Il non vedere più le colpe, l’ammutolirsi della voce della coscienza in così numerosi ambiti della vita è una malattia spirituale molto più pericolosa della colpa, che uno è ancora in grado di riconoscere come tale. Chi non è più in grado di riconoscere che uccidere è peccato, è caduto più profondamente di chi può ancora riconoscere la malizia del proprio comportamento, poiché si è allontanato maggiormente dalla verità e dalla conversione” (Card. JOSEPH RATZINGER, Elogio della Coscienza, Conferenza del 16 marzo 1991).
  • In un Salmo biblico è contenuta quest’affermazione, sempre meritevole di ponderazione: “Chi si accorge dei propri errori? Liberami dalle colpe che non vedo!” (Sal 19, 13).
  • Può dunque avvenire che la colpa si trovi non nell’atto del momento, non nell’attuale giudizio della mia coscienza, ma che si trovi altrove, più in profondità: e cioè in quella trascuratezza, chiusura che ho attuato, seppure gradualmente, verso la verità.

QUANDO LA COSCIENZA È LIBERA?

L’uomo ha il diritto di agire in piena libertà secondo la sua coscienza. Questa libertà significa che egli:
● non può essere costretto ad agire contro la sua coscienza (cfr. Rm 14, 23).: “In tutto quello che dice e fa, l’uomo ha il dovere di seguire ciò che sa essere giusto e retto” (CCC, 1778)

  • ma non può neppure essere impedito di agire secondo la propria coscienza
  • soprattutto in campo religioso.

Esiste tuttavia un limite a tale libertà. Si deve seguire la propria coscienza:

  • senza andare contro il bene comune
  • nel rispetto di quei valori che non sono negoziabili, proprio perché corrispondono a verità obiettive, universali ed uguali per tutti.

 

QUALI NORME LA COSCIENZA DEVE SEMPRE SEGUIRE?

“Ce ne sono tre più generali:

1)non è mai consentito fare il male perché ne derivi un bene;

2)la cosiddetta Regola d’oro: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro» (Mt 7,12);

3) la carità passa sempre attraverso il rispetto del prossimo e della sua coscienza, anche se questo non significa accettare come un bene ciò che è oggettivamente un male” (Compendio, 375).

QUANDO UNA COSCIENZA È BEN FORMATA?

  • Una coscienza è ben formata, quando è certa, retta e veritiera, e cioè “formula i suoi giudizi seguendo la ragione, in conformità al vero bene voluto dalla sapienza del Creatore” (CCC, 1783).
  • Quanto più la coscienza è informata e formata, e tanto più è libera.
  • La coscienza, come una sorgente di acqua, può anche essere inquinata, deviata, adulterata. Ma in tal caso può essere anche aiutata a purificarsi, a ritrovare la giusta strada, mediante un’adeguata informazione e formazione, sempre tuttavia nel rispetto della sua libertà e dignità.

  • Una coscienza ben formata si pone come un esercizio autentico di sapiente discernimento, di scelte libere e responsabili. La riduzione della coscienza alla certezza soggettiva non libera, ma schiavizza, rendendoci totalmente dipendenti dal gusto personale o dall’opinione prevalente.

  • È NECESSARIO FORMARE LA COSCIENZA?

    Formare, educare la coscienza è “indispensabile per esseri umani esposti a influenze negative e tentati dal peccato a preferire il loro proprio giudizio e a rifiutare gli insegnamenti certi (…) L’uomo talvolta si trova ad affrontare situazioni che rendono incerto il giudizio morale e difficile la decisione. Egli deve sempre ricercare ciò che è giusto e buono e discernere la volontà di Dio espressa nella Legge divina” (CCC, 1783, 1787).

    L’educazione aiuta la coscienza ad affinarsi, seppure con gradualità, come uno strumento di alta precisione.
    L’educazione deve servire soprattutto a condurre la coscienza a conoscere, ad abbracciare e a seguire la verità: Non cadiamo nell’errore di pensare che il restare lontani dalla verità, sarebbe per l’uomo meglio della verità, quasi che lo stare nelle tenebre sia meglio che stare nella luce!

     QUANTO DURA L’EDUCAZIONE DI UNA COSCIENZA?

    • “L’educazione della coscienza è un compito di tutta la vita. Fin dai primi anni essa dischiude al bambino la conoscenza e la pratica della legge interiore, riconosciuta dalla coscienza morale. Un’edu-cazione prudente insegna la virtù; preserva o guarisce dalla paura, dall’egoismo e dall’orgoglio, dai sensi di colpa e dai moti di compiacenza, che nascono dalla debolezza e dagli sbagli umani. L’educazione della coscienza garantisce la libertà e genera la pace del cuore” (CCC, 1784).

    “Occorre rieducare al desiderio della conoscenza della verità autentica, alla difesa della propria libertà di scelta di fronte ai comportamenti di massa e alle lusinghe della propaganda, per nutrire la passione della bellezza morale e della chiarezza della coscienza. Questo è compito delicato dei genitori e degli educatori che li affiancano; ed è compito della comunità cristiana nei confronti dei suoi fedeli. Per quanto concerne la coscienza cristiana, la sua crescita e il suo nutrimento, non ci si può accontentare di un fugace contatto con le principali verità di fede nell’infanzia, ma occorre un cammino che accompagni le varie tappe della vita, dischiudendo la mente ed il cuore ad accogliere i fondamentali doveri su cui poggia l’esistenza sia del singolo che della comunità” (BENEDETTO XVI, Discorso, 24-2-07).

    • Non si dimentichi quanto ha scritto Sant’Agostino: “Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”(Confessioni, I, 1).

     COME SI FORMA LA COSCIENZA MORALE PERCHÉ SIA RETTA E VERITIERA?

    • “La coscienza morale retta e veritiera si forma con l’educazione, con l’assimilazione della Parola di Dio e dell’insegnamento della Chiesa. È sorretta dai doni dello Spirito Santo e aiutata dai consigli di persone sagge. Inoltre giovano molto alla formazione morale la preghiera e l’esame di coscienza” (Compendio, 374).
  • Importante è anche interpretare i dati dell’esperienza e i segni dei tempi con la virtù della prudenza, la quale “è la virtù che dispone la ragione pratica a discernere in ogni circostanza il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati per compierlo” (CCC, 1806).
  • In tal modo l’uomo prudente, attraverso la sua coscienza:

    • sente la voce di Dio che gli parla
    • percepisce e riconosce i precetti della Legge divina
    • applica i principi morali ai casi particolari senza sbagliare e supera i dubbi sul bene da compiere e sul male da evitare.
    • Lasciare illuminare la propria coscienza dalla fede cristiana consente di:
    • conoscere la verità e di vivere la propria vita nell’autentica e piena felicità: la fede infatti non è un peso, un carico pesante, una realtà che dà tristezza, un’imposizione di esigenze morali… La stessa via che conduce alla verità e al bene, non è una via comoda, ma è una via alta ed ardua.. sulla quale via però non siamo soli: Cristo è con noi, ci dona il Suo Spirito che è Spirito di verità e di felicità;
    • superare il soggettivismo e il relativismo: “Non si può identificare la coscienza dell’uomo con l’autocoscienza dell’io, con la certezza soggettiva su di sé e sul proprio comportamento morale. Questa consapevolezza, da una parte può essere un mero riflesso dell’ambiente sociale e delle opinioni ivi diffuse. D’altra parte può derivare da una carenza di autocritica, da una incapacità di ascoltare le profondità del proprio spirito” (Card. Joseph Ratzinger, Elogio della Co-scienza, Conferenza del 16 marzo 1991).

    Ecco l’importanza del Magistero a questo riguardo.

     QUAL E’ IL RUOLO DEL MAGISTERO DELLA CHIESA NELLA FORMAZIONE DELLA COSCIENZA?

    • Ho detto che il giudizio della propria coscienza dev’essere illuminato dalla verità e, a tal fine, specialmente nei problemi nuovi o che si presentano in termini del tutto inediti, il ricorso al Magistero è di grande aiuto per la formazione di una coscienza certa, vera, retta.

    Il Magistero della Chiesa infatti non è:

    • un ostacolo, ma un aiuto, dato da Cristo a tutti gli uomini di buona volontà nel ricercare, trovare, accogliere la verità: esso esiste perché la coscienza morale raggiunga con sicurezza la verità e vi permanga
    • una qualsiasi fonte esterna di pensiero morale con cui la coscienza individuale deve venire a contatto: esso informa la coscienza praticamente come l’anima informa il corpo
    • una realtà che restringe, minaccia o addirittura nega la libertà della coscienza personale, ma piuttosto un aiuto alla illuminazione della coscienza.
    • Non si può dimenticare che il Magistero della Chiesa (e cioè del Papa in comunione con i Vescovi) è stato voluto da Cristo stesso, il quale gli ha affidato la missione di servire la Parola di Dio, “insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l’assistenza dello Spirito Santo, piamente la ascolta, santamente la custodisce e fedelmente la espone, e da questo unico deposito della fede attinge tutto ciò che propone da credere come rivelato da Dio” (CONCILIO VATICANO II, Dei Verbum, 10).

    I fedeli pertanto “memori della parola di Cristo ai suoi Apostoli: «Chi ascolta voi, ascolta me» (Lc 10,16), accolgono con docilità gli insegnamenti e le direttive che vengono loro dati, sotto varie forme, dai Pastori” (CCC, 87).

    • Il Magistero cerca dunque di aiutare le coscienze a raggiungere una mediazione e un’applicazione più attendibile della verità morale: è sempre la verità morale oggettiva ad avere il primato e solo questa può essere infallibilmente vera.

     QUAL È IL RUOLO DELLO SPIRITO SANTO NELLA FORMAZIONE DELLA COSCIENZA?

    La coscienza è come spazio abitato dallo Spirito Santo, il quale ci libera non dall’esterno, ma nel profondo del cuore, ci configura a Cristo per poter scegliere e agire come Lui. Lo Spirito Santo ci è stato regalato nel Battesimo, da Dio Padre, per mezzo di Cristo morto e risorto, “affinché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,13).

     CHE COS’E’ L’OBIEZIONE DI COSCIENZA?

    “Il cittadino è obbligato in coscienza a non seguire le prescrizioni delle autorità civili quando tali precetti sono contrari alle esigenze dell’ordine morale, ai diritti fondamentali delle persone o agli insegnamenti del Vangelo. Il rifiuto d’obbedienza alle autorità civili, quando le loro richieste contrastano con quelle della retta coscienza, trova la sua giustificazione nella distinzione tra il servizio di Dio e il servizio della comunità politica. «Rendete […] a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22,21). «Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (At 5,29)” (CCC, 2242).

    • Occorre promuovere e sostenere una coraggiosa obiezione di coscienza, in quanto sempre più nella società si vanno diffondendo leggi contrarie a principi e a valori non negoziabili, come:
    • “il rispetto e la difesa della vita umana, dal concepimento fino alla morte naturale;
    • la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna,
    • la libertà di educazione dei figli e la promozione del bene comune in tutte le sue forme” (Benedetto XVI), Sacramentum caritatis, n. 83).

    Lo Stato deve riconoscere, nella sua legislazione, il diritto all’obiezione di coscienza, ogniqualvolta un cittadino ritenga opportuno ricorrervi, soprattutto in campo medico-morale. Purtroppo esiste nel contesto attuale un paradosso, secondo cui spesso una società ideologicamente tollerante (nel senso contemporaneo del termine) non è disposta invece a tollerare l’obiezione di coscienza, poiché una tale società non ammette che:

    • ci possa essere qualcuno che in qualche maniera sfugga al suo controllo, all’osservanza delle sue leggi, o che si opponga al suo totalitarismo ideologico e sociale
    • possano esserci valori fondamentali che superano le stesse leggi civili, le quali in tal caso non avrebbero più valore assoluto e vincolante per tutti.

    L‘obiezione di coscienza, se accompagnata da amore di verità ad ogni persona:

    • è un agire esemplare che ha il coraggio della coerenza
    • non è una fuga dalle responsabilità, ma al contrario un’assunzione di una testimonianza
    • investe una casistica molto complessa e vasta. Basti pensare anche solo alla categoria dei medici, impegnati oggi sull’ampio campo della vita umana (aborto, eutanasia, pillole abortive, uso degli embrioni nella ricerca…)
    • è un’ultima ratio (un diritto-dovere umano) per non vedersi coinvolti in atti che ripugnano profondamente a una persona
    • è espressione e attuazione del legittimo diritto alla libertà, che ogni persona ha, in virtù del quale può e deve rifiutarsi di compiere un’azione che si oppone o che viola i principi – etici e/o religiosi – che la sua coscienza gli detta.

    Monsignor Raffaello Martinelli

    Fonte

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    Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente

    Maria ha vissuto una vita molto nascosta… La sua umiltà è stata così profonda da non avere sulla terra altro desiderio più forte e più continuo che di nascondersi a se stessa e a tutti, per essere conosciuta unicamente da Dio … Dio Padre ha lasciato che non facesse alcun miracolo durante la vita, almeno di quelli appariscenti … Dio Figlio ha permesso che ella quasi non parlasse, benché le avesse comunicato la sua sapienza. Dio Spirito Santo, benché fosse la sua Sposa fedele, ha fatto sì che gli Apostoli e gli Evangelisti non ne parlassero se non pochissimo, il puro necessario per far conoscere Gesù Cristo.

    Maria è l’eccelso capolavoro dell’Altissimo, di cui si è riservato la conoscenza e la proprietà … Maria è la fonte sigillata e la Sposa fedele dello Spirito Santo, dove entra egli solo. Maria è il santuario e il riposo della Trinità Santa, dove Dio è presente in un modo più grande e divino che non in ogni altro luogo dell’universo, compresa la sua presenza tra i cherubini e i serafini; in lei, senza un grande privilegio, non è permesso entrare a nessuna creatura, benché purissima.

    Io dico con i santi: la divina Maria è il paradiso terrestre del nuovo Adamo … E’ il grande e divino mondo di Dio, dove egli custodisce bellezze e tesori ineffabili; è la magnificenza dell’Altissimo, dove è nascosto come nel proprio seno il suo unico Figlio e, in lui, tutto ciò che egli ha di più grande e prezioso. Oh! quante cose grandi e nascoste ha compiuto il Dio potente in questa creatura meravigliosa; ella stessa si sente costretta a proclamarlo, nonostante la sua profonda umiltà: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”. Il mondo non le conosce, poiché non ne è capace né degno.

    San Luigi Maria Grignion de Montfort

    (Trattato della vera devozione a Maria, 2-6)

    Con tutto il mio affetto e la mia gratitudine vi auguro uno splendido Santo Natale!

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    Loreto

    La Santa Casa di Loreto non è solo una reliquia, ma anche una preziosa icona concreta. E’ reliquia perché è “resto” cioè parte superstite della dimora nazaretana di Maria. E’ icona perché si fa specchio che riflette ineffabili verità di fede e rifrange luce su alti valori di vita cristiana. Per questo la Santa Casa di Loreto è il primo santuario di portata internazionale dedicato alla Vergine.

    San Giovanni Paolo II

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    A Loreto Maria ti accoglie nella sua casa per farti rivivere la grazia di questo annuncio:
    » ti aiuta ad incontrare Gesù
    » ti aiuta a riconciliarti con Dio nella confessione;
    » ti aiuta a crescere come suo figlio Gesù
    » ti aiuta a riscoprire il valore della preghiera, del lavoro e dell’amore;
    » ti aiuta a specchiarti nella vita della Santa Famiglia di Nazareth perché la tua famiglia diventi una famiglia cristiana e la tua casa un’altra Santa Casa!

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    San Nicola di Bari: un santo da invocare in tempi di crisi economica

    Se c’è un santo che la tradizione cristiana ci indica come protettore in tempi di economia magra, per tutti i rischi che la crisi si porta dietro, questo è senz’altro San Nicola di Myra e di Bari, festeggiato proprio oggi in tutte le Chiese d’Oriente e d’Occidente.

    Un santo di cui si sa pochissimo, se non che vive tra la metà del III secolo e l’inizio del IV, nell’odierna Turchia, e che era vescovo della città di Myra. Le sue ossa, traslate a Bari nel 1087, continuano ad essere meta di pellegrinaggi, soprattutto dall’Oriente e dal nord Europa.

    Nicola fu un vescovo che si occupò della fede del suo popolo (pare – secondo fonti tardive – che abbia partecipato al Concilio di Nicea del 325), ma senza dimenticare le necessità quotidiane, e divenne così un segno della Chiesa che non si scorda mai dei poveri (in questo imitando Dio, il vero Filantropo, cioè colui che ha amore per l’umanità).

    Racconta la Leggenda Aurea che nella città dove si trovava il vescovo Nicola, c’era un uomo economicamente rovinato, padre di tre ragazze, le quali rischiavano di finire come prostitute non essendo il loro padre in grado di pagare i debiti da cui era gravato.

    Quando San Nicola lo venne a sapere, per tre notti consecutive, senza farsi scoprire, gettò nella finestra della stanza da letto delle figlie sacchetti di monete, salvando così le ragazze da un destino infausto e altrimenti già segnato. Il padre pagò i debiti e gli rimasero i soldi anche per la dote delle tre figlie, che poterono in tal modo sposarsi. (Per questo fatto, il santo di oggi viene rappresentato con gli abiti pontificali, la barba bianca e lunga da vescovo orientale, e in mano tre palle d’oro o tre portamonete).

    Quanto è attuale questa vicenda! San Nicola mostra con efficacia che cosa deve fare ogni buon Vescovo, e tutta la Chiesa, in tempi di crisi: trasformarsi in pronto intervento per sostenere – anche economicamente – il vero e unico tesoro di Cristo e della Chiesa, che è rappresentato dai poveri, a costo delle ricchezze materiali della comunità (che servono proprio in questi casi).

    San Nicola – proprio per la sua grande fama di taumaturgo – è diventato il proverbiale Babbo Natale, che a dicembre continua a dispensare i suoi doni. Quante persone si troveranno tra non molto nelle condizioni del padre delle tre ragazze (se già non vi si trovano adesso)? E’ ora di imitare i santi, anche istituzionalmente, mostrando che il loro esempio continua a incitare i cristiani e ad alimentare la “fantasia della carità”, la quale “si fa” ma “non si fa vedere”.

    San Nicola – tra l’altro – è patrono principale della Grecia. Una nazione che in questo momento ha particolarmente bisogno dell’aiuto del suo santo protettore per non annegare nei debiti. Anche la Chiesa Greca, benché forse non allenata quanto la Chiesa Cattolica al pronto intervento economico nelle emergenze, può mettere mano ai propri “sacchetti di denaro” e salvare tante persone cadute in miseria o licenziate o comunque incapaci di ripagare i propri debiti.

    Oremus:
    Misericórdiam tuam, Dómine, súpplices implorámus,
    et, beáti Nicolái epíscopi interveniénte suffrágio,
    nos in ómnibus custódi perículis,
    ut via salútis nobis páteat expedíta. Per Dóminum nostrum…

    Fonte: Cantuale Antonianum

    sannicola

     

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    Umiltà, una virtù fuori moda

    Definizione di ‘umiltà’: Virtù per la quale l’uomo riconosce i propri limiti, rifuggendo da ogni forma d’orgoglio, di superbia, di emulazione o sopraffazione.

    Nessuno è più in grado di considerare l’umiltà come la virtù che ci consente di stare con i piedi ben piantati su quell’humus che ci ha generati e ci consente tuttora di mantenerci in vita. Questo significato vero e reale lo abbiamo  perso totalmente. Non mi azzardo a dire “per sempre”, semplicemente perché non ho argomenti né dati per farlo, e perché, malgrado tutto, ho grande fiducia nelle capacità di recupero dell’uomo.

    Tuttavia, non vedo infatti all’orizzonte alcuna volontà, da parte di nessuno, di ricercare e ritrovare il senso perduto dell’umiltà, generatrice di consapevolezza ed equilibrio, neanche come semplice livello di riferimento. Se la si accettasse almeno come tale, si renderebbero implicitamente possibili valutazioni di “livello relativo”, che sono le più pericolose ed aborrite.

    Umili rispetto a chi, rispetto a cosa? Oggi tutti preferiscono sentirsi “liberi”, altro che umili!

    Come se i rami di un albero, invece di essere connessi l’uno all’altro nel modo che conosciamo, e tutti al tronco, e tramite il tronco all’humus che tutti li alimenta e mantiene in vita, fluttuassero separatamente per l’aria, senza connessioni fra loro per il semplice fatto che non è più di moda rimanere legati al tronco. Così un rametto può illudersi di essere un tronco, e ciascuno può illudersi di essere più grande e potente, mentre in effetti resta un fuscello inerte in balia di ogni stormire di vento.

    Quanto può sopravvivere una tale struttura?

    In natura tali fantasmagoriche strutture non sono permesse e noi, volenti o nolenti, facciamo parte della natura, anche quando lo neghiamo con tutte le forze, o ci illudiamo di avere risorse sufficienti per poterlo fare.

    Tutte le nostre libertà sono in realtà condizionate e tutte le nostre interazioni inducono a risultati necessari ed ineludibili. Un matematico direbbe che la nostra libertà è massima solo nel suo “insieme di definizione”, non illimitato, e del quale non possiamo assolutamente non tenere conto, o far finta che non esista, senza sballare clamorosamente il calcolo di ogni nostra funzione vitale e sociale.

    Come sistematicamente sta avvenendo, ed in modo molto evidente.

    La società in cui viviamo è una sommatoria di individui sedicenti “liberi”, totalmente privi della rigeneratrice forza vitale che può derivare soltanto da una visione “umile” del mondo, cioè collegata alle sue matrici biologiche, oltre che alla nostra ormai ripudiata evoluzione etica.

    In tali condizioni non può restare che la violenza, contro la natura e le persone (cioè anche contro se stessi), come funzione di riferimento ordinativa delle regole del nostro comportamento personale e sociale, e l’unica, vera, libertà residua resta quella dei perversi e dei sopraffattori, che il problema dell’umiltà non se lo pongono a nessun livello e giocano a proprio esclusivo vantaggio con questa enorme massa di boriosi travicelli vaganti, privi di radici e di linfa, quindi totalmente incapaci di “imporre” a livello sociale diffuso la potente regola evolutiva comune dell’umiltà.

    E la natura, compresa quella umana, si prende le sue dolorose rivincite, in quanto la sua etica altamente equilibrata non le consente di accettare la violenza da elementi raziocinanti che essa stessa ha prodotto, e che, proprio per il suo equilibrio, ci restituisce prima o poi, tutto il dovuto, quando, non con gli interessi.

    Marco De Lorenzi

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    Buon Avvento!

    Lo sguardo della Vergine è il solo veramente infantile, il solo vero sguardo di bambino che mai si sia posato sulla nostra vergogna e sulla nostra miseria.
    – Bernanos –

    Vi auguro una felice attesa di nostro Signore, buon Avvento!

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    Categorie: La Cattedrale | 8 commenti

    Cristo Re

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    Categorie: Feste cattoliche, In Cristo Re e Maria Santissima, La Cattedrale | 2 commenti

    Cristo Re

    È Re e desidera regnare nei nostri cuori di figli di Dio. Ma mettiamo da parte l’immagine che abbiamo dei regni della terra: Cristo non domina né cerca di imporsi, perché non è venuto per essere servito, ma per servire (Mt 20, 28). Suo regno è la pace, la gioia, la giustizia. Cristo, nostro re, non vuole da noi ragionamenti inutili, ma fatti, perché non chiunque mi dice: « Signore, Signore! » entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli (Mt 7, 21).

    È Medico e cura il nostro egoismo quando lasciamo che la sua grazia penetri fino in fondo alla nostra anima. Gesù ci ha avvertiti che la malattia peggiore è l’ipocrisia, l’orgoglio che porta a dissimulare i propri peccati. Con il Medico è necessaria una sincerità assoluta, bisogna spiegare interamente la verità e dire: Domine, si vis, potes me mundare! (Mt8, 2), Signore, se vuoi — e Tu vuoi sempre — puoi guarirmi. Tu conosci la mia fragilità; avverto questi sintomi, soffro queste debolezze. E gli mostriamo con semplicità le ferite, e il pus, se c’è pus. Signore, Tu che hai curato tante anime, fa’ che, mentre ti porto nel mio cuore o ti contemplo nel Tabernacolo, ti riconosca come Medico divino.

    È Maestro di una scienza che soltanto Lui possiede: quella dell’amore illimitato per Dio e, in Dio, per tutti gli uomini. Alla scuola di Cristo si impara che la nostra esistenza non ci appartiene: Egli ha dato la sua vita per tutti gli uomini, e noi, che lo seguiamo, dobbiamo comprendere che non possiamo appropriarci in modo egoistico della nostra, ignorando i dolori e le sofferenze degli altri. La nostra vita è di Dio e dobbiamo consumarla al suo servizio, preoccupandoci generosamente delle anime; dimostrando, con la parola e l’esempio, la profondità delle esigenze della vita cristiana.

    Gesù aspetta che noi gli manifestiamo il desiderio di acquisire questa scienza, per dirci: Chi ha sete, venga a me e beva (Gv 7, 37). Gli rispondiamo: insegnaci a dimenticarci di noi stessi, per pensare a Te e a tutte le anime. Così il Signore ci porterà, con la sua grazia, sempre avanti, come quando facevamo i primi esercizi per imparare a scrivere — ricordate le aste che tracciavamo nella nostra infanzia sotto la guida della mano del maestro? — e così assaporeremo la gioia di manifestare la nostra fede, altro dono di Dio, anche per mezzo di un’autentica vita cristiana, nella quale tutti possano riconoscere chiaramente le meraviglie divine.

    Egli è Amico; è l’Amico! Vos autem dixi amicos (Gv15, 15). Ci chiama amici ed è stato Lui a fare il primo passo; ci ha amati per primo. Non impone tuttavia il suo amore: ce lo offre. Ce lo dimostra con il segno più evidente dell’amicizia: Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici (Gv 15, 13). Era amico di Lazzaro e pianse per lui, quando lo vide morto: e lo risuscitò. Se ci vede freddi, svogliati, forse con quella rigidità che è propria di una vita interiore che vien meno, il suo pianto sarà per noi vita: Io te lo comando, amico mio, alzati e cammina (cfr Gv 11, 43; Lc 5, 24), vieni fuori da questa vita angusta, che non è vita.

     

    San Josemaría Escrivá de Balaguer

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    Categorie: La Cattedrale | 6 commenti

    L’Amore vero

    Vi consiglio caldamente l’ascolto!

    La misericordia, chiave ermeneutica del vivere umano. Don Luigi Maria Epicoco

    Categorie: Bisogna diventar santi, Cristianesimo, La Cattedrale | 4 commenti

    Un orizzonte donato

    “Gesù stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta. Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio”. Il miracolo raccontato è un capolavoro di significati. È come se Gesù prendendo a cuore la sofferenza di questa donna, desse a ciascuno di noi anche un’immagine chiara di cosa ci accade delle volte nella vita quando sovraccaricati da quello che abbiamo vissuto o fatto, siamo ricurvi a guardare solo i nostri piedi, perdendo completamente la prospettiva dell’orizzonte. Si può vivere lungamente ripiegati solo su un problema, o un lavoro, o un rapporto. Diventa così un inferno, perché l’inferno è non avere più un orizzonte dentro cui ricollocare quello che facciamo e quello che siamo. Potremmo quasi dire che la fatica del viaggio la si sopporta solo a patto di avere davanti una meta, un orizzonte verso cui andare. Quando questo ci viene tolto allora tutto si ferma, tutto diventa monotono, grigio, inutile vuoto. Gesù raddrizzando quella donna non le dà solo una guarigione fisica, ma è come se le restituisse un orizzonte, una prospettiva. È da lì che nasce la nostra vera gratitudine nei confronti di Dio, perché Lui è la possibilità di questo orizzonte.

    Don Luigi Maria Epicoco

    A man watches the sky during a cold night on the golf course in Arosa, Switzerland, late Friday, February 8, 2008. Arosa lies on 1800 Meter above sea level and is surrounded by mountains. This makes it an ideal place to watch stars. (KEYSTONE/Alessandro Della Bella)

    A man watches the sky during a cold night on the golf course in Arosa, Switzerland, late Friday, February 8, 2008. Arosa lies on 1800 Meter above sea level and is surrounded by mountains. This makes it an ideal place to watch stars. (KEYSTONE/Alessandro Della Bella)

    Categorie: Bisogna diventar santi, Don Luigi Maria Epicoco, Fede | 4 commenti

    Perché?

    “Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: “Arriva la pioggia”, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: “Farà caldo”, e così accade. Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo?”.

    Effettivamente siamo diventati esperti anche dell’ultima particella della realtà, siamo arrivati sulla luna, su Marte. Sperimentiamo cose nuove e mirabili. Sappiamo fare cose straordinarie, inventare cose nuove, specializzarci in ogni dettaglio del reale ma siamo completamente ignoranti del senso della vita. E siamo anche incapaci delle volte a saperci porre anche questa domanda. Delle volte è questa domanda che ci brucia dentro, che si fa sentire attraverso l’angoscia, l’ansia, gli attacchi di panico, i disturbi alimentari. Ma preferiamo curare questi sintomi più che metterci in ascolto della domanda che sottintendono tutte queste cose. Non si può guarire da questa domanda, si può solo prenderla sul serio e tentare una risposta, diversamente passeremo tutta la nostra vita a gestirne i sintomi e a tenere in cantina un mostro di angoscia che ci terrifica perché immaginiamo che un giorno verrà fuori e noi ne saremo divorati. Una volta mi commosse una donna, moglie e madre, seppellita da diecimila cose da fare, che mi disse: “Stavo male perché facevo solo il mio dovere, ma non mi ero mai chiesta il perché ne valesse la pena. Bastò questa sola domanda a ridarmi pace”.

    Don Luigi Maria Epicoco
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    Categorie: Don Luigi Maria Epicoco | 7 commenti

    Il peccato contro lo Spirito Santo

    “Chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo, gli sarà perdonato; ma a chi bestemmierà lo Spirito Santo, non sarà perdonato”. Molte volte la gente mi domanda di spiegargli in cosa consiste la bestemmia contro lo Spirito Santo. Solitamente li accompagno davanti alla finestra del mio studio. C’è un paesaggio bellissimo. Anche quando piove si scorge la montagna, il verde, il cielo o il grigio azzurro delle nuvole che si schiacciano sulle montagne. C’è così tanta bellezza da quella finestra che ci si commuove. Dopo avergli fatto vedere tutto quel paesaggio gli dico “ti piace?”; tutti nella totalità mi dicono che è molto bello. Allora io continuo dicendo “quella bellezza è lì anche se io sono un peccatore o se sono il migliore dei santi. Quella bellezza è lì ma non si impone al mio sguardo. Infatti io potrei affacciarmi a quella finestra e tenere gli occhi chiusi. Decidendo di tenere gli occhi chiusi quanta bellezza entrerebbe in me?”. Tutti mi rispondono: “Nessuna”. Ecco che cos’è la bestemmia contro lo Spirito Santo, è stare davanti alla Luce e rimanere ostinatamente con gli occhi chiusi. Quel buio scelto deliberatamente da me non può essermi perdonato perché la misericordia di Dio non può costringermi ad aprire per forza gli occhi. Dio non può salvarci per forza; dove sarebbe la nostra libertà? Dove sarebbe l’amore? Non si può perdonare uno che non accetta di essere perdonato.

    Don Luigi Maria Epicoco Ft

     

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    La gratitudine

    Una moglie può essere grata per la morte del proprio marito?
    Se, dopo un percorso di preghiera quasi ininterrotta… se, superando gli scrupoli tipo “potevo fare di più…” oppure “potevo agire diversamente…” dimentica se stessa e il proprio dolore… si, che può essere grata.

    Ieri sono andata a confessarmi da un Padre domenicano particolarmente illuminato per quanto riguarda gli scrupoli. Con la preghiera, la logica, con la buona volontà, sono quasi riuscita a farmene una ragione della morte di mio marito, ma non riuscivo a superare l’ostacolo del suo ultimo ricovero e piangevo spesso, non lacrime di sollievo ma lacrime amare, lacrime di colpa, lacrime di dolore.

    Era andato tutto storto fin dall’inizio dell’ultimo ricovero di Mimmo,…storto secondo le logiche umane. Mio marito è stato trasferito lì dall’ospedale di Luino per una riabilitazione in uno stato di salute già molto compromesso, ma io continuavo a lottare dentro di me per la sua vita. Eppure, nello stesso tempo, ero convinta che qualcosa stesse per cambiare, il cambiamento lo osservavo in lui, vedevo che si allontanava dalla sua esistenza terrena per arrivare a quella eterna. Sempre meno interessato a ciò che lo circondava ma grato per ogni visita degli amici e suppongo, consapevole che sarebbe stata l’ultima. Era come se tutto di lui fosse raccolto nella sua anima, come se avesse l’appuntamento fisso con il suo Creatore dentro di lui.

    In quell’ultimo ricovero che ricordavo fino a ieri come un incubo, lui ha bruciato le tappe, da camminata veloce era passato al running, correre, correre, correre, non c’era tempo da perdere.

    Ha subìto l’omissione di soccorso, ed io non ero stata in grado di impedirlo, non me ne ero resa conto…così come non me ne ero resa conto pienamente che lo stavano trattando come un paziente qualunque e non come una persona che stava per morire. Ecco il perché dei miei sensi di colpa… avrei dovuto intervenire subito. Il medico aveva chiesto a me che cosa doveva fare e dovevo minacciarlo per fargli chiamare l’ambulanza per portarlo al Pronto Soccorso. E Mimmo era li, nel letto, chiedeva aiuto con voce flebile, ma calma, non era agitato.

    Fino a ieri ho avuto queste immagini davanti ai miei occhi, mi sentivo in colpa di non aver fatto di più, non aver agito diversamente, non riuscivo a perdonarmi. Poi questo giovane Padre nel confessionale mi ha detto che laddove l’uomo non arriva con le proprie forze, ci si mette Dio e compie l’opera secondo la Sua volontà per il maggior bene di tutti…e che proprio nei momenti nei quali l’uomo, nella sua presunzione di aver sotto controllo tutto, non si intromette nell’opera di Dio, le cose funzionano, e io mi sono rilassata. Finalmente ho potuto piangere di sollievo davanti al crocifisso del Duomo.

    Poco prima che arrivasse l’ambulanza, Mimmo stava guardando davanti a sé ed a voce alta e chiara e con sguardo lucido, ha detto: “Io muoio!”. Poi si è fatto il segno della croce che comprendeva tutto il suo tronco e ha alzato leggermente le braccia come se volesse consegnarsi a Qualcuno in tutta tranquillità ed è stato un momento di estrema solennità. Subito dopo è arrivata l’ambulanza, gli hanno dato la maschera d’ossigeno e lui si è totalmente rilassato, respirava molto meglio.

    Arrivato nel Pronto Soccorso di Crema, ospedale che lui conosceva bene e dove si è sempre sentito voluto bene, ha sorriso per l’ultima volta alla mia amica Carmen che lo stava aspettando mentre io dovevo raccogliere le sue cose nell’altra clinica. Un sorriso che, lo so, le stava arrivando più dal cielo che dalla terra. Da quando aveva detto “Io muio!”, lui era cambiato, era già per la strada…una strada bellissima, quella del 12 dicembre.

    Lo sapevo già, tutti lo sappiamo, ma osservando mio marito, ho veramente compreso che bisogna vivere come si desidera di morire. Lui ha recuperato tutto in pochi mesi, completato in pochissimi giorni. Se penso a lui, a come era negli ultimi tempi, ho davanti agli occhi un agnellino che non si lamentava mai. E io sono grata, davvero grata, che ora sta bene, che non soffre più, che è felice. Se la merita tutta, quell’eterna felicità.

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    Rallenta!

    Con una logica disarmante agguanto la borsa al primo avviso dell’arrivo delle caselle autostradali, e…mio Dio, ho perso il portafoglio! Parcheggio d’emergenza e inizia una frenetica ricerca sotto i sedili, nel bagagliaio, nei vestiti, dappertutto. Non ho trovato il portafoglio ma alcuni spiccioli che sono bastati per pagare il primo tratto autostradale, 3.20 Euro, mentre al secondo e terzo mi sono fatta consegnare le ricevute che pagherò domani.

    Subito dopo mi fermo in un piccolo parcheggio e mi dico che non è possibile, qualcosa di importante mi sta sfuggendo e tuttavia non ricordo che cosa. Il mio sguardo vaga sul portaoggetti del cruscotto, l’unico pezzo mancante di tutta la mia inutile ricerca, lo apro e trovo in bella vista il portafoglio. Un flash mi porta indietro di quasi due ore, che cosa era successo alla partenza? Eccolo:

    Sto per partire da Cunardo (VA), dove mio marito (detto Mimmo) si trova in una clinica di riabilitazione, verso casa. Penso fra me e me che sarebbe cosa utile comportarmi da vera tedesca organizzata e di mettere hic et nunc il portafoglio sul sedile, invece di tuffarmi ai caselli autostradali in borsa per cercarlo inutilmente con il risultato di chiedere dopo alcuni minuti di imbarazzata attività l’aiuto dei sommozzatori. Poi però decido saggiamente (?) di nasconderlo nel portaoggetti del cruscotto, con i tempi che corrono…

    E’ vero che sono estremamente stanca, la mente non ha più il tempo di riposare bene, tuttavia mi accorgo che qualcosa non va. Sempre di corsa, alcuni minuti al giorno che spendo per distrarmi ma non si può parlare di riposo, anche quei momenti sono un rincorrersi. Bisogna che io –ma un po’ noi tutti o quasi- impariamo a rallentare in ogni cosa. Ho un angelo custode eccezionale ma se non gli do il tempo di suggerirmi, di indicarmi, di correggermi, se voglio fare di testa mia senza interpellarlo, non mi può aiutare, non glielo permetto. Lui è perfetto così, sono io che devo cambiare, e ho intenzione di farlo. So che sarà una battaglia dura, il perfezionismo, il pensare di essere autosufficiente sono radicati dentro di me, ma con l’aiuto di Dio e la mia collaborazione, ce la farò.

    Rallentare e diventare docili agli aiuti divini che ci vengono incontro di continuo, mentre tanti di noi si perdono in loro stessi trovando tutte le scuse possibili per giustificare la propria corsa.

    vano-portaoggetti

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    Santa Margherita Maria Alacoque

    Margherita nacque a Lautecour, nel dipartimento della Saone e Loira (Francia) il 22 luglio 1647, da Claudio Alacoque e Filiberta Lamyn, ferventi cristiani di buona situazione sociale ed economica.
    Il 20 giugno 1671, a 24 anni, entrò nel monastero di S. Maria di Paray-le-Monial. Fin da piccola Margherita avversava ogni cosa che sembrasse offesa di Dio e fece il suo voto di verginità a soli quattro anni, senza intendere il pieno significato. Ma la sua attrazione verso la preghiera, il ritiro e il silenzio, nonostante la sua indole vivacissima, il suo amore verso l’Eucarestia, il suo interessamento dei poveri e sofferenti, dei quali cercava di alleviare le pene con ogni mezzo a sua disposizione manifestavano la strada scelta per lei dal Signore.
    A otto anni perse il padre e venne a trovarsi, insieme alla mamma, alle dipendenze di alcuni parenti egoisti ed esosi, i quali, con continui e molteplici maltrattamenti le procurarono grandi sofferenze, in aggiunta alle malattie da cui era spesso colpita e alle penitenze che vi aggiungeva di suo.
    Margherita sopportava tutto con pazienza e in atteggiamento di rispetto e di benevolenza verso i persecutori suoi e della mamma.  Continua a leggere

    Categorie: Cose da Santi..., In Cristo Re e Maria Santissima, La Divina Misericordia | Tag: , , , | 5 commenti

    Santa Teresa d’Avila [di Gesù] – 15 ottobre

    Cari fratelli e sorelle,

    nel corso delle Catechesi che ho voluto dedicare ai Padri della Chiesa e a grandi figure di teologi e di donne del Medioevo ho avuto modo di soffermarmi anche su alcuni Santi e Sante che sono stati proclamati Dottori della Chiesa per la loro eminente dottrina. Oggi vorrei iniziare una breve serie di incontri per completare la presentazione dei Dottori della Chiesa. E comincio con una Santa che rappresenta uno dei vertici della spiritualità cristiana di tutti i tempi: santa Teresa d’Avila [di Gesù].

    Nasce ad Avila, in Spagna, nel 1515, con il nome di Teresa de Ahumada. Nella sua autobiografia ella stessa menziona alcuni particolari della sua infanzia: la nascita da “genitori virtuosi e timorati di Dio”, all’interno di una famiglia numerosa, con nove fratelli e tre sorelle. Ancora bambina, a meno di 9 anni, ha modo di leggere le vite di alcuni martiri che le ispirano il desiderio del martirio, tanto che improvvisa una breve fuga da casa per morire martire e salire al Cielo (cfr Vita 1, 4); “voglio vedere Dio” dice la piccola ai genitori. Alcuni anni dopo, Teresa parlerà delle sue letture dell’infanzia e affermerà di avervi scoperto la verità, che riassume in due principi fondamentali: da un lato “il fatto che tutto quello che appartiene al mondo di qua, passa”, dall’altro che solo Dio è “per sempre, sempre, sempre”, tema che ritorna nella famosissima poesia “Nulla ti turbi / nulla ti spaventi; / tutto passa. Dio non cambia; / la pazienza ottiene tutto; / chi possiede Dio / non manca di nulla / Solo Dio basta!”. Rimasta orfana di madre a 12 anni, chiede alla Vergine Santissima che le faccia da madre (cfr Vita 1, 7). Continua a leggere

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    Docile allo Spirito Santo

    Nostro Signore Gesù lo vuole: bisogna seguirlo da vicino. Non c’è altra strada. Questa è l’opera dello Spirito Santo in ogni anima — nella tua —, e devi essere docile, per non porre ostacoli al tuo Dio.

    In primo luogo la docilità, perché è lo Spirito Santo che con le sue ispirazioni dà tono soprannaturale ai nostri pensieri, ai nostri desideri e alle nostre opere. È Lui che ci spinge ad aderire alla dottrina di Cristo e ad assimilarla in tutta la sua profondità; è Lui che ci illumina per farci prendere coscienza della nostra vocazione personale e ci sostiene per farci realizzare tutto ciò che Dio si attende da noi. Se siamo docili allo Spirito Santo, l’immagine di Cristo verrà a formarsi sempre più nitidamente in noi, e in questo modo saremo sempre più vicini a Dio Padre. Sono infatti coloro che sono guidati dallo Spirito di Dio, i veri figli di Dio. Se ci lasciamo guidare da questo principio di vita presente in noi, la nostra vitalità spirituale si svilupperà sempre più, e noi ci abbandoneremo nelle mani di Dio nostro Padre con la stessa spontaneità e con la stessa fiducia con cui il bambino si getta nelle braccia del padre. Se non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli, ha detto il Signore. Questo antico e sempre attuale itinerario interiore di infanzia, non è fragile sentimentalismo né carenza di maturità umana, bensì la vera maturità soprannaturale, che ci porta a scoprire sempre meglio le meraviglie dell’amore divino, a riconoscere la nostra piccolezza e a identificare del tutto la nostra volontà con la volontà di Dio.

    San Josemaría Escrivá – E’ Gesù che passa, 135

    Hirte

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    Senza il ‘senso del peccato’ aumentano i ‘complessi di colpa’.

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    Benedetto XVI ha constatato che alla perdita del “senso del peccato” che caratterizza la società attuale è seguito un aumento dei “complessi di colpa”. Questo fenomeno, ha aggiunto, dimostra la necessità dell’essere umano di ricevere il perdono di Dio, che ha luogo attraverso il sacramento della confessione. Il Papa lo ha osservato ricevendo in udienza i partecipanti al Corso sul Foro interno offerto dal Tribunale della Penitenzieria Apostolica a sacerdoti ordinati recentemente. Compiendo un’analisi della realtà attuale, il Papa ha osservato che c’è “un’umanità che vorrebbe essere autosufficiente, dove non pochi ritengono quasi di poter fare a meno di Dio per vivere bene”. Eppure, ha riconosciuto, “quanti sembrano tristemente condannati ad affrontare drammatiche situazioni di vuoto esistenziale, quanta violenza c’è ancora sulla terra, quanta solitudine pesa sull’animo dell’uomo dell’era della comunicazione!”. “In una parola – ha detto –, oggi pare che si sia perso il ‘senso del peccato’, ma in compenso sono aumentati i ‘complessi di colpa’”. “Chi potrà liberare il cuore degli uomini da questo giogo di morte, se non Colui che morendo ha sconfitto per sempre la potenza del male con l’onnipotenza dell’amore divino?”, si è chiesto il Pontefice. “Il sacerdote, nel sacramento della Confessione, è strumento di questo amore misericordioso di Dio”, ha ricordato. “L’impegno del sacerdote e del confessore è principalmente questo: portare ciascuno a fare esperienza dell’amore di Cristo per lui, incontrandolo sulla strada della propria vita”. “Il sacerdote, ministro del sacramento della Riconciliazione, senta sempre come suo compito quello di far trasparire, nelle parole e nel modo di accostare il penitente, l’amore misericordioso di Dio”, ha concluso infine il Papa.

    Pubblichiamo il discorso pronunciato da Benedetto XVI nel ricevere questo venerdì in udienza i partecipanti al Corso sul Foro interno promosso dalla Penitenzieria Apostolica.

    Signor Cardinale,

    Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,

    ben volentieri vi accolgo quest’oggi e rivolgo il mio cordiale saluto a ciascuno di voi, partecipanti al Corso sul Foro interno organizzato dalla Penitenzieria Apostolica. In primo luogo saluto il Signor Cardinale James Francis Stafford, Penitenziere Maggiore, che ringrazio per le gentili parole rivoltemi, il Vescovo Gianfranco Girotti, Reggente della Penitenzieria, e tutti i presenti.

    L’odierno incontro mi offre l’opportunità di riflettere insieme a voi sull’importanza del sacramento della Penitenza anche in questo nostro tempo e di ribadire la necessità che i sacerdoti si preparino ad amministrarlo con devozione e fedeltà a lode di Dio e per la santificazione del popolo cristiano, come promettono al Vescovo nel giorno della loro Ordinazione presbiterale. Si tratta infatti di uno dei compiti qualificanti del peculiare ministero che essi sono chiamati ad esercitare ‘in persona Christi’. Con i gesti e le parole sacramentali, i sacerdoti rendono visibile soprattutto l’amore di Dio, che in Cristo si è rivelato in pienezza. Nell’amministrare il Sacramento del perdono e della riconciliazione, il presbitero – ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica – agisce come ‘il segno e lo strumento dell’amore misericordioso di Dio verso il peccatore’ (n. 1465). Ciò che avviene in questo sacramento è pertanto innanzitutto mistero di amore, opera dell’amore misericordioso del Signore.

    ‘Dio è amore’ (1 Gv 4,16): in questa semplice affermazione l’evangelista Giovanni ha racchiuso la rivelazione dell’intero mistero di Dio Trinità. E nell’incontro con Nicodemo Gesù, preannunciando la sua passione e morte in croce, afferma: ‘Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna’ (Gv 3,16). Abbiamo tutti bisogno di attingere alla fonte inesauribile dell’amore divino, che si manifesta a noi totalmente nel mistero della Croce, per trovare l’autentica pace con Dio, con noi stessi e con il prossimo. Solo da questa sorgente spirituale è possibile trarre quell’energia interiore indispensabile per sconfiggere il male e il peccato nella lotta senza pausa, che segna il nostro pellegrinaggio terreno verso la patria celeste.

    Il mondo contemporaneo continua a presentare le contraddizioni ben rilevate dai Padri del Concilio Vaticano II (cfr Cost. past. Gaudium et spes, 4-10): vediamo un’umanità che vorrebbe essere autosufficiente, dove non pochi ritengono quasi di poter fare a meno di Dio per vivere bene; eppure, quanti sembrano tristemente condannati ad affrontare drammatiche situazioni di vuoto esistenziale, quanta violenza c’è ancora sulla terra, quanta solitudine pesa sull’animo dell’uomo dell’era della comunicazione! In una parola, oggi pare che si sia perso il ‘senso del peccato’, ma in compenso sono aumentati i ‘complessi di colpa’. Chi potrà liberare il cuore degli uomini da questo giogo di morte, se non Colui che morendo ha sconfitto per sempre la potenza del male con l’onnipotenza dell’amore divino? Come ricordava san Paolo ai cristiani di Efeso, ‘Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo’ (Ef 2,4). Il sacerdote, nel sacramento della Confessione, è strumento di questo amore misericordioso di Dio, che invoca nella formula dell’assoluzione dei peccati: ‘Dio, Padre di misericordia, che ha riconciliato a sé il mondo nella morte e risurrezione del suo Figlio, e ha effuso lo Spirito Santo per la remissione dei peccati, ti conceda, mediante il ministero della Chiesa, il perdono e la pace’.

    Il Nuovo Testamento, in ogni sua pagina, parla dell’amore e della misericordia di Dio che si sono resi visibili in Cristo. Gesù infatti, che ‘riceve i peccatori e mangia con loro’ (Lc 15,2), e con autorità afferma: ‘Uomo, i tuoi peccati ti sono rimessi’ (Lc 5,20), dice: ‘Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi’ (Lc 5,31-32). L’impegno del sacerdote e del confessore è principalmente questo: portare ciascuno a fare esperienza dell’amore di Cristo per lui, incontrandolo sulla strada della propria vita come Paolo lo incontrò sulla via di Damasco. Conosciamo l’appassionata dichiarazione dell’Apostolo delle genti dopo quell’incontro che ne cambiò la vita: ‘mi ha amato e ha dato se stesso per me’ (Gal 2,20).

    Questa è la sua esperienza personale sulla via di Damasco: il Signore Gesù ha amato Paolo e ha dato la sua vita per lui. E nella confessione questa è anche la nostra strada, la nostra via di Damasco, la nostra esperienza: Gesù ha amato me e si è donato per me. Possa ogni persona fare questa stessa esperienza spirituale e come ha detto il Servo di Dio Giovanni Paolo II ‘riscoprire Cristo come mysterium pietatis, colui nel quale Dio ci mostra il suo cuore compassionevole e ci riconcilia pienamente a sé. È questo volto di Cristo che occorre far riscoprire anche attraverso il sacramento della Penitenza’ (Giovanni Paolo II, Lett. ap. Novo millennio ineunte, 37). Il sacerdote, ministro del sacramento della Riconciliazione, senta sempre come suo compito quello di far trasparire, nelle parole e nel modo di accostare il penitente, l’amore misericordioso di Dio. Come il padre della parabola del figlio prodigo, accolga il peccatore pentito, lo aiuti a risollevarsi dal peccato, lo incoraggi a emendarsi non venendo mai a patti con il male, ma riprendendo sempre il cammino verso la perfezione evangelica. Questa bella esperienza del figlio prodigo, che trova nel Padre tutta la misericordia divina, sia l’esperienza di chiunque si confessa, nel sacramento della Riconciliazione.

    Cari Fratelli, tutto ciò comporta che il sacerdote impegnato nel ministero del sacramento della Penitenza sia animato egli stesso da una costante tensione alla santità. Il Catechismo della Chiesa Cattolica punta alto in tale esigenza, quando afferma: ‘Il confessore […] deve avere una provata conoscenza del comportamento cristiano, l’esperienza delle realtà umane, il rispetto e la delicatezza nei confronti di colui che è caduto; deve amare la verità, essere fedele al Magistero della Chiesa e condurre con pazienza il penitente verso la guarigione e la piena maturità. Deve pregare e fare penitenza per lui, affidandolo alla misericordia del Signore’ (n. 1466).

    Per portare a compimento questa importante missione, interiormente unito sempre al Signore, il sacerdote si mantenga fedele al Magistero della Chiesa per quanto concerne la dottrina morale, cosciente che la legge del bene e del male non è determinata dalle situazioni, ma da Dio. Alla Vergine Maria, Madre di misericordia, chiedo di sostenere il ministero dei sacerdoti confessori e di aiutare ogni comunità cristiana a comprendere sempre più il valore e l’importanza del sacramento della Penitenza per la crescita spirituale di ogni fedele. A voi, qui presenti, e alle persone che vi sono care imparto con affetto la mia Benedizione.

    Benedetto XVI – 2007

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    Come crocifiggere l’ego in 7 punti essenziali

    Come si realizza la sottomissione dell’ego a Dio affinché l’anima si liberi e viva in un abbandono totale alla volontà di Dio?

    1. Sii attento a non fare affidamento alla tua sapienza personale e le tue capacità, a non nutrire bramosie umane per una qualche opera, nel timore che il tuo spirito si fermi, si oscuri la tua visione, la grazia ti abbandoni e tu rischi di non vedere più il cammino divino, di perdere la verità, di cadere nella rete del nemico e di diventare schiavo del tuo ego e dei desideri degli uomini.
      Guai a coloro che si credono sapienti, e si reputano intelligenti (Is 5,21)
    2. Guardati dal credere di essere qualcosa di importante, che senza di te le cose si fermino e i lavori si interrompano, e così il tuo ego appaia importante ai tuoi occhi. Sappi che Dio può fare con un altro molto meglio di quanto non faccia con te; che può rendere deboli i forti e forti i deboli, rendere ignoranti i sapienti e sapienti gli ignoranti. Tutto quel che è buono e utile in te è di Dio e non tuo, e se tu non ne hai cura e nel tuo intimo non l’attribuisci a Dio, ti verrà tolto. E se ti vanti della tua intelligenza o della tua virtù, Dio le abbandona ed esse si trasformano in corruzione, rovine e mali.
    3. Se il tuo ego teme la sottomissione a Dio, si sottrae all’abbandono a lui e si gloria del proprio potere; se tu attribuisci la tua intelligenza, la tua virtù e la tua riuscita a te stesso, Dio ti sottopone a correzioni che si ripetono, una dopo l’altra, a tribolazioni che si susseguono, fino a quando non ti sottometti e ti abbandoni a lui con umiltà. Ma se rifiuti la correzione e detesti subire la tribolazione, allora Dio ti abbandonerà a te stesso per sempre.
    4. Sii attento quindi e presta bene ascolto, perché, o ti consideri realmente al pari di niente, in atti e in parole, fermamente deciso nel tuo intimo ad abbandonarti a Dio con tutte le tue forze e, in questo caso, ti liberi di buon grado dal tuo ego per la grazia di Dio; oppure verrai consegnato alla correzione fino a quando, costretto, ti libererai dal tuo ego. Farai bene quindi a scegliere il cammino della sottomissione volontaria, a considerarti fin da ora un nulla e a seguire la grazia sulle vie dello Spirito.
    5. Sappi che la sottomissione a Dio e il totale abbandono alla sua volontà e al suo discernimento sono in realtà un dono e una grazia. Per ottenerlo, insieme alla preghiera e alla supplica, abbiamo bisogno della forza fiduciosa della fede dell’insistenza del cuore, affinché Dio non ci affidi alla correzione a causa del nostro ottenebramento e non ci lasci alla nostra sapienza. Inoltre, dobbiamo optare con grande determinazione per la rinuncia a noi stessi in ogni momento e in ogni occasione, non davanti al mondo, ma nell’intimo della nostra coscienza. Beato colui che scopre la debolezza e la mediocrità della propria anima, che l’ammette e la confessa davanti a Dio fino all’ultimo della sua vita.
    6. Se subisci la correzione, sappi che si tratta di un bene immenso, perché Dio affida alla correzione l’anima che ha dimenticato la propria debolezza e si glorifica delle proprie capacità e successi. Dio la corregge fino a quando non si sia resa conto della propria debolezza: essa vi perviene soprattutto quando Dio non concede alcuno sfogo al suo sconforto bloccando l’io da ogni parte e lasciandolo in preda alle umiliazioni interiori o esteriori – dipendano dai peccati o dagli affronti -, finché l’anima giunga a detestarsi, a maledire la propria intelligenza, a negare la propria capacità e si affidi, infine, a lui, umile e contrita. In quel momento l’uomo non ha difficoltà a detestare il proprio ego; si augura addirittura che tutti si uniscano a lui per detestare quell’ego esecrabile. Tale è l’autentico cammino d’umiltà che conduce al totale abbandono alla volontà divina e che sfocia nella liberazione dell’anima dalla dominazione dell’ego, dai suo inganni, dalla sua ostinazione e dal suo orgoglio.
    7. Se vuoi raggiungere la liberazione dell’anima attraverso il cammino migliore e più semplice, mettiti alla scuola della grazia, siediti ogni giorno, esamina i tuoi pensieri, le tue ragioni, le tue intenzioni, i tuoi obiettivi, le tue parole, le tue azioni alla luce della parola di Dio. Scoprirai allora la corruzione del tuo ego, la sua doppiezza, la sua malizia, i suoi inganni, il suo orgoglio, le sue sozzure… Se persevererai così ogni giorno con cuore contrito, potrai liberarti dall’ego menzognero e morboso e vincere progressivamente su di lui fino a sbarazzarti del suo ascendente. Allora ti renderai conto della gravità del disastro nel quale il tuo ego ti aveva trascinato quando gli obbedivi, quando ti compiacevi in lui, te ne gloriavi e ricercavi il suo rispetto e la sua dignità.

    E nello stesso istante in cui, nell’intimo di te stesso, sarai sicuro di non essere nulla e che Dio è tutto, allora sarai veramente libero.

    Matta El Meskin

    Fonte

    Umiltà

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    Perché credere? Perché non credere?

    Premessa

    La domanda più importante della vita, dalla cui risposta tutto dipende, non è “cosa mi piace?”, “di che cosa ho voglia?”, ma… “che cosa è vero?”.
    Questo è l’atteggiamento più intelligente nei confronti della propria vita, perché la realtà – anche la realtà della nostra vita e il suo significato – non dipende da quel che pensiamo noi (soggettivamente), ma è quella che è (oggettivamente). Per cui la mia vita si realizzerà pienamente solo se seguirò ciò che è vero (verità), non ciò che mi invento (opinione soggettiva).
    Una vera amicizia, anche tra noi, è data soprattutto non dal condividere semplicemente una coabitazione o certi momenti di svago o di studio, ma dall’aiutarci vicendevolmente a cercare le risposte vere ai quesiti più decisivi della vita. Pensare invece che tutto sia solo opinabile, cioè che non esista o non possiamo conoscere quella verità oggettiva uguale per tutti e al di sopra di tutti, non inventabile ma scopribile, significa fondamentalmente rassegnarci ad affiancare semplicemente gusti e opinioni, senza in fondo mai capirci e poter dialogare davvero.
    Quella di oggi vuol essere una prima provocazione a cercare; più che dare delle risposte vogliamo aiutarci a impostare bene le domande.

    Perché credere?
    La provocazione che ci viene dal cristianesimo è fortissima ed unica; non ha equivalenti neppure nelle altre religioni. Anzi, in senso stretto il cristianesimo non è neppure una “religione”, se per religione si intende semplicemente una relazione con la divinità, una dottrina di fede con una morale. Il cristianesimo è infatti anzitutto una notizia (appunto “Vangelo”, dal greco), cioè la notizia di un singolarissimo avvenimento storico, di cui abbiamo testimonianze ancora più certe di altri fatti storici. E’ l’annuncio che oltre 2000 anni fa (significativamente infatti contiamo gli anni prima e dopo quell’evento) è accaduto qualcosa di inimmaginabile, che cambia tutta la vita: Dio stesso (quello che poco o tanto intuiscono le religioni, quello la cui esistenza era stata scoperta anche dai massimi filosofi, quello stesso Dio che aveva già parlato agli Ebrei) si è reso presenza fisica in mezzo a noi, prendendo tutta la natura umana, per permettere ad ogni uomo di partecipare per sempre alla Sua stessa vita. Il “caso” Gesù di Nazareth, il Cristo, è infatti unico; potremmo dire una “pretesa” unica. Il cristianesimo è infatti annuncio e dono non di una dottrina, ma di una persona: l’unico uomo-Dio. Prova suprema della sua divinità è stata la sua resurrezione, cioè la vittoria definitiva sulla morte.
    Perché anzitutto dovrei interessarmi a Cristo, fino a credere in Lui?
    Potremmo dire anzitutto semplicemente: perché è un fatto, un avvenimento.
    Il bello di un fatto è che non dipende da me, dalla mia opinione, dai miei gusti o voglie. Se è accaduto, è accaduto, e non posso farci niente. L’unica domanda seria è eventualmente vedere se è realmente accaduto o no, che cosa è realmente accaduto o cosa potrebbe essere stato inventato; ma questo riguarda qualsiasi fatto storico; ed è possibile farlo anche sul “caso” Cristo.

    Cosa c’è in gioco?
    Se Cristo è risorto, se quindi è Dio-fatto-uomo, allora qui ci troviamo di fronte non ad una teoria tra le tante, in cui eventualmente scegliere qualcosa a piacimento, ma è la verità assoluta (Dio infatti non può sbagliarsi).
    In Cristo si rivela allora pienamente il senso della nostra vita, il significato di ogni cosa della vita.
    Cristo ha promesso che ritornerà nella gloria e tutto sarà sottoposto al suo “giudizio”.
    L’uomo è chiamato all’eternità (questo non dipende da noi); ma se sarà un’eternità infinitamente felice (partecipando alla vita di Dio) o infinitamente disperata (inferno), dipende dalla nostra libera adesione o rifiuto di Lui, che è la “via, la verità e la vita”(Gv 14,6).
    C’è dunque in gioco non solo la bellezza e la verità della vita presente, ma il nostro personale destino eterno. Non ci sarà un’altra vita per poter cambiare: ci giochiamo tutto qua, su questa domanda.
    E’ una sfida totale, una scommessa su tutto (come direbbe B.Pascal): non si tornerà indietro.

    Perché non credere?
    Nonostante che siamo fatti per questa felicità e vita infinite; e nonostante che abbiamo, se vogliamo fare una ricerca seria, assai più motivi ragionevoli per credere piuttosto che non credere, non ci nascondiamo che possiamo essere tentati di non credere, oggi forse più che mai.
    Proviamo a vedere qualche motivo:

    • perché voglio essere libero
      In realtà la libertà è una straordinaria capacità che Dio ci ha dato, affinché siamo responsabili di quello che facciamo (e quindi con meriti o colpe). Dio ci ha dato la libertà e non ce la toglie, perfino se ci facessimo del male. La libertà non è però il capriccio di fare semplicemente quello che si vuole, anche perché la libertà non può nulla contro la verità. Potremmo dire che la libertà sta alla verità come le gambe stanno alla strada: la libertà di andare fuori strada indica un difetto, un uso sbagliato della stessa libertà. Quindi tanto più sono nella verità, tanto più sono libero (cfr. Gv 8,32).

    – perché non mi va, non mi piace, non lo sento
    Abbiamo osservato che questo non può essere il criterio della vita. Come la vita stessa col tempo ci insegna, ciò che ci edifica, che ci realizza davvero, non coincide sempre con quello che immediatamente ci piace.

    • perché è difficile.
      Certamente è più facile lasciarsi andare e vivere secondo la voglia del momento; ma abbiamo appena detto che questa non è la posizione più intelligente dell’uomo. Seguire Cristo non è certamente facile, lui stesso ha detto che la “porta” che conduce alla vita è “stretta” ed occorre uno sforzo, oltre alla sua grazia (Lc 13,24); tanto più che, dal “peccato originale” in poi c’è in noi anche una resistenza, una fatica ed una tentazione diabolica contraria al cammino della verità, pur essendo fatti per questo.

    – perché non vedo cosa c’entra con la vita
    La fede, come vedremo in seguito, non è un dato acquisito una volta per sempre: occorre conoscere sempre meglio la verità che è Cristo e cercare di farne anche sempre più esperienza. Per questo, se si rimane con qualche nozione superficiale, non si capisce cosa la fede implichi e cosa cambi nella vita concreta di un uomo. Una fede superficiale, staccata dalla vita, rischia di essere smarrita.

    – perché qualcosa o qualcuno mi ha scandalizzato
    Molte volte ci sono pregiudizi contro la fede e contro la Chiesa, spesso appositamente orchestrati per farci perdere la fede. Dobbiamo allora essere più informati su come stanno realmente le cose (ad esempio su certe questioni storiche). Se poi noi abbiamo fatto qualche incontro con cristiani che effettivamente ci hanno scandalizzato, dobbiamo cercare di capire che sarebbe stupido precluderci il cammino della vita eterna perché c’è qualcuno che non è coerente col Vangelo (potremmo banalmente dire: peggio per lui!). La verità infatti rimane quella, anche se chi me l’annuncia non la vivesse.

    – perché c’è il male nel mondo
    Questo è uno dei problemi più difficili. Qua diciamo solo che il vero male del mondo è il male morale, cioè quello fatto dagli uomini; e questo è proprio il frutto della disobbedienza a Dio, cioè il frutto di un abuso di libertà (che Dio, abbiamo detto, continua a rispettare, salvo il giudizio finale).

    pensatore

    Fonte: San Damiano
    – perché c’è il male nel mondo
    Questo è uno dei problemi più difficili. Qua diciamo solo che il vero male del mondo è il male morale, cioè quello fatto dagli uomini; e questo è proprio il frutto della disobbedienza a Dio, cioè il frutto di un abuso di libertà (che Dio, abbiamo detto, continua a rispettare, salvo il giudizio finale).

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    Un Santo per amico: Agostino

    Agostino, fedele compagno di viaggio di Benedetto XVI

    Il mio amico Agostino. La catechesi di ieri di Benedetto XVI potrebbe intitolarsi così. Come un uomo può parlare di un amico grande, che incontra da ragazzo egli resta per sempre accanto, così il Papa ha parlato di Agostino. Che è Agostino di Ippona, ed è morto quasi milleseicento anni fa.

    Come può un uomo di un tempo così perdutamente remoto essere compagno, interlocutore silenzioso e fedele, di un altro in un evo vertiginosamente distante? È l’ostacolo, la barriera opaca del tempo, che quasi inconsciamente si frappone fra noi e i santi che pure magari veneriamo. Francesco, Bernardo, Teresa e Caterina: uomini e donne straordinari, ma la massa rappresa del tempo che ci separa li fa sembrare spesso irrimediabilmente lontani; e allora quelle figure si irrigidiscono in devoti stereotipi, e la loro umanità sembra incapace di toccare la nostra.

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    «Parlo da cattolico, ma…» (tenetevi forte)

    Parlassero di meno, soprattutto da cattolici.

    Giuliano Guzzo

    cattolico

    Brutte notizie amici, ci siamo persi un comandamento per strada: quello che impone di parlare “da cattolici”. Altri invece devono averlo scovato

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    San Benedetto da Norcia

    Padre buono, ti prego,
    dammi un’intelligenza che ti comprenda,
    un animo che ti gusti,
    una pensosità che ti cerchi,
    una sapienza che ti trovi,
    uno spirito che ti conosca,
    un cuore che ti ami,
    un pensiero che sia rivolto a te,
    degli occhi che ti guardino,
    una parola che ti piaccia,
    una pazienza che ti segua,
    una perseveranza che ti aspetti.
    Dammi, ti prego, la tua santa presenza,
    la resurrezione,
    la ricompensa e la vita eterna.

    San Benedetto da Norcia

    Fonte

    benedikt3

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    Fidarsi di Dio

    Senza Gesù non facciamo nulla di buono. È questo l’insegnamento dato dal Maestro ai suoi discepoli nel racconto evangelico della pesca miracolosa e che si ripete nella nostra vita.
    San Luca racconta che un giorno il Signore predicava nei pressi del mare di Galilea ed erano così tanti quelli che lo ascoltavano che egli dovette chiedere aiuto. Alcuni pescatori stavano lavando le reti sulla riva. Avevano terminato la parte più impegnativa del lavoro e stavano sistemando le ultime cose, sicuramente con l’idea di andarsene al più presto a casa per riposarsi. Ma Gesù salì su una barca, quella di Simone, e da lì continuò a parlare alla folla.
    L’evangelista non si sofferma a raccontarci il contenuto dell’insegnamento del Signore. Questa volta vuole farci prestare attenzione ad altri fatti, perché contengono una lezione di grande importanza per la vita cristiana.
    FE.1
    Lotta e fiducia
    Forse Pietro e i suoi compagni pensavano che, al termine del suo discorso, Gesù sarebbe ritornato a riva e avrebbe ripreso il suo cammino. Ma non fu così: si rivolse a loro e li invitò a riprendere il lavoro, proprio quello che stavano per concludere. Ne furono sorpresi; ma Simone ebbe la grandezza d’animo di non badare alla stanchezza e rispose: Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti.
    Avevano lavorato tutta la notte, invano. Sapevano pescare, era la loro professione, avevano esperienza; eppure niente: erano ritornati stanchi e senza un pesce. Probabilmente, erano anche demoralizzati. Magari qualcuno avrà anche pensato che con quel mestiere non si poteva tirare avanti e avrà avuto il desiderio – più o meno represso – e frutto di una sensazione di impotenza, di piantare tutto.
    Sappiamo che il racconto si conclude con una pesca straordinariamente abbondante. Se ci domandassimo che cosa fece la differenza tra questa abbondanza e l’insuccesso notturno, la risposta sarebbe immediata: la presenza di Cristo. Tutte le altre circostanze di questo secondo tentativo sembrano meno favorevoli di quelle del primo: le reti non completamente lavate, l’ora poco adatta, la depressa condizione fisica e mentale dei pescatori…
    Il Signore si serve di tutto questo per dare, a loro e a noi, un insegnamento spirituale molto importante: senza Gesù non combiniamo nulla. Senza Cristo, il frutto della lotta sarà la stanchezza, la tensione, lo scoraggiamento, il desiderio di piantare tutto; senza Cristo, cercheremmo di ingannarci gettando sulle circostanze la colpa della nostra inefficacia; senza Cristo, saremmo invasi dalla sensazione di inutilità. Con Lui, invece, la pesca è abbondante.
    La santità non consiste nel compiere una serie di norme. È, invece, la vita di Cristo in noi. Più che nel fare, essa consiste nel lasciar fare, nel lasciarsi portare; però mettendo da parte nostra tutto il possibile. Tu, cristiano e, in quanto cristiano, figlio di Dio, devi sentire la grave responsabilità di corrispondere alle misericordie ricevute dal Signore, mediante un atteggiamento di vigilante e amorosa fermezza, perché niente e nessuno possa deformare i lineamenti peculiari dell’Amore, che Egli ha impresso nella tua anima.
    Quando lottiamo per essere santi, il filo della nostra volontà si unisce al filo della Volontà di Dio e s’intreccia con quest’ultima per formare un unico tessuto, un’unica tela, che è la nostra vita. Questa trama deve diventare sempre più fitta, finché arriverà un momento in cui la nostra volontà si identificherà con quella di Dio in modo tale che non saremo capaci di distinguere l’una dall’altra, perché entrambe desiderano le stesse cose.
    Quasi alla fine della sua vita terrena Gesù confida a san Pietro: In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi. Prima ti appoggiavi a te stesso, alla tua volontà, alla tua fortezza; prima pensavi che la tua parola fosse più sicura della mia…, e vedi con quali risultati. Da ora in poi ti appoggerai a Me e vorrai ciò che Io vorrò… e le cose andranno molto meglio.
    La vita interiore sgorga dalla grazia e richiede la nostra cooperazione. Lo Spirito Santo soffia e dà impeto alla nostra barca. Per fare la nostra parte, noi disponiamo, per così dire, di due remi: da un lato, il nostro impegno personale; dall’altra, la fiducia in Dio, la certezza che non ci abbandonerà. I due remi sono indispensabili e dobbiamo rafforzare i nostri muscoli se vogliamo che la vita interiore proceda in avanti. Se uno dei due remi viene a mancare, la barca girerà su se stessa, sarà molto difficile governarla; allora l’anima comincerà a zoppicare: non progredirà, perderà la spinta, finirà per venir meno e affonderà facilmente.
    Se non c’è la decisione efficace di lottare, la pietà diventa sentimento, le virtù si indeboliscono: l’anima sembra riempirsi di buoni desideri, che tuttavia si mostrano inefficaci al momento di impegnarsi. Se poi ci si affida a una volontà forte, alla decisione di lottare senza confidare nel Signore, il frutto sarà l’aridità, la tensione, la stanchezza, il disgusto per una lotta che non porta pesci nella rete della vita interiore e dell’apostolato: l’anima si ritrova, come Pietro e compagni, nella notte infruttuosa.
    Se ci accorgiamo di un simile pericolo, se cadiamo nello scoraggiamento per esserci troppo fidati della nostra competenza o della nostra esperienza, della nostra volontà decisa e forte… e poco di Cristo, chiediamo al Signore di salire sulla nostra barca. La sua presenza è molto importante per noi; molto più dei risultati del nostro impegno. È da notare che il Signore non promette una grande pesca, né Simone se l’aspetta; però si rende conto che in ogni caso vale la pena lavorare per il Signore: In verbo autem tuo laxabo retia.
    FE.2
    Abbandono
    Torniamo indietro e rivolgiamo la nostra attenzione alla richiesta di Gesù:Prendi il largo e calate le reti per la pesca.
    Duc in altum.Porta la barca al largo. Per addentrarsi nella vita interiore bisogna rinunciare a tenere i piedi sul terreno solido, in cui ci sentiamo completamente a nostro agio; è necessario avanzare fino a luoghi agitati dalle onde, dove la barca ondeggia e l’anima si accorge di non averne del tutto il controllo, di rischiare di affogare in caso di caduta.
    Non saremmo più al sicuro sulla riva, o perlomeno dove l’acqua arriva al ginocchio, alla cintura, o al massimo alle spalle? Forse sì, là ci sentiremmo più sicuri. Però sulla riva non si pesca niente che valga la pena. Se vogliamo gettare le reti per pescare dobbiamo portare la barca al largo, dobbiamo scacciare la paura di non vedere più la costa.
    Quante volte Gesù rinfaccia ai discepoli la loro paura: Perché avete paura, uomini di poca fede?. Forse meritiamo anche noi lo stesso rimprovero: perché non ti fidi? Perché vuoi padroneggiare e controllare tutto? Perché ti costa tanto camminare quando il sole non risplende al massimo del suo fulgore?
    L’anima tende istintivamente a cercare riferimenti, qualche segno evidente che procede bene. Il Signore ce li concede spesso, ma non cresceremo nella vita interiore se permettiamo che ci ossessioni la necessità di verificare i nostri progressi.
    Forse abbiamo l’esperienza che nei momenti difficili, quando non siamo in grado di formulare un giudizio netto sulla nostra rettitudine, e ci consumiamo nel desiderio di cercare a ogni costo una risposta, finiamo con l’attribuire a una circostanza insignificante un valore sproporzionato: uno sguardo sorridente o serio, un elogio o una correzione, una circostanza favorevole o una contraria, ci bastano a volte per far diventare brillanti o cupi eventi del tutto indifferenti.
    La crescita nella vita interiore non dipende dall’essere sicuri della Volontà di Dio. L’ansia smisurata di sicurezza è il punto d’incontro del volontarismo con il sentimentalismo. Certe volte il Signore permette una insicurezza che, se compresa, ci aiuta a crescere nella rettitudine d’intenzione. L’importante è abbandonarsi nelle sue mani, e trovare in Lui la pace.
    La nostra lotta non ha l’obiettivo di procurarci sentimenti gradevoli. Spesso li avremo; altre volte, no. Un po’ di esame probabilmente ci farà scoprire che li cerchiamo con una frequenza maggiore di quel che immaginiamo, se non per se stessi, sicuramente come garanzia dell’efficacia della lotta.
    Lo avvertiremo, per esempio, quando proviamo scoraggiamento nel caso di una tentazione alla quale non cediamo, ma che persiste; quando sentiamo fastidio perché qualcosa ci costa e – così ci pare – non dovrebbe costarci; quando sentiamo disagio perché la donazione non ci attrae nel modo travolgente che ci piacerebbe…
    Dobbiamo lottare nelle cose su cui possiamo lottare, senza puntare a testa bassa contro ciò che non è in nostro potere dominare: i sentimenti non sono completamente sottomessi alla volontà e non possiamo pretendere che lo siano.
    Dobbiamo imparare ad abbandonarci, mettendo nelle mani di Dio il risultato della nostra lotta, perché soltanto la fiducia in Lui può avere ragione delle nostre inquietudini. Se vogliamo essere pescatori d’alto mare, dobbiamo portare la barca al largo, dove non si tocca; dobbiamo superare il desiderio di cercare punti di riferimento, di avere la prova che facciamo progressi. Ma per riuscire a tanto è decisivo appoggiarsi sulla contrizione.
    FE.3
    Ricominciare
    Simone e i suoi compagni seguirono il consiglio del Signore e presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano. Del frutto di quella audacia trassero beneficio altri che vennero ad aiutarli, e le due barche si riempirono al punto che quasi affondavano. L’abbondanza tanto straordinaria indusse Pietro ad avvertire la vicinanza di Dio e a sentirsi indegno di tale familiarità:Signore, allontanati da me che sono un peccatore. Tuttavia, pochi minuti dopo,lasciarono tutto e lo seguirono. E furono fedeli sino alla morte.
    Pietro scoprì il Signore durante quella pesca straordinaria. Avrebbe reagito nello stesso modo se la notte precedente il suo lavoro fosse andato bene? Forse no. Forse in una pesca particolarmente generosa avrebbe riconosciuto un aiuto di Gesù, ma non avrebbe capito fino a che punto Dio era vicino e che tutto veniva da Lui. Affinché il miracolo smuovesse l’anima di Simone, conveniva che la notte precedente fosse andata a vuoto, malgrado il suo impegno sincero.
    Il Signore si serve dei nostri difetti per attirarci a Lui, purché noi ci sforziamo sinceramente per vincerli. Se lottiamo, dobbiamo volerci bene così come siamo, con i nostri difetti. Nel farsi uomo, il Verbo assunse alcune limitazioni: quelle che caratterizzano la condizione umana, proprio quelle contro le quali noi a volte ci ribelliamo. Nel cammino di identificazione con Cristo è importante accettare i propri limiti.
    Tante volte è proprio la coscienza serena della nostra indegnità a farci scoprire Cristo accanto a noi, perché vediamo chiaramente che i pesci nelle nostre reti non sono frutto della nostra bravura, ma della volontà di Dio. E questa esperienza ci riempie di gaudio e ci convince ancora una volta che è la contrizione a farci progredire nella vita interiore.
    Allora, come Pietro, ci gettiamo ai piedi di Gesù; e anche noi, come lui, finiamo per lasciare tutto – anche quella pesca straordinaria! – per seguirlo, perché soltanto di Lui ci importa.
    La prontezza della contrizione segna la via per la gioia. La tua vita interiore dev’essere proprio questo: cominciare… e ricominciare. Quale profonda gioia prova l’anima quando scopre nella pratica il significato di queste parole! Non stancarsi di ricominciare: ecco il segreto per l’efficacia e la pace. Infatti, colui che ha questo atteggiamento lascia lavorare lo Spirito Santo nella propria anima, collabora con Lui senza pretendere di sostituirlo, lotta con tutta l’energia e con piena fiducia in Dio.

    <a href="http://Senza Gesù non facciamo nulla di buono. È questo l’insegnamento dato dal Maestro ai suoi discepoli nel racconto evangelico della pesca miracolosa e che si ripete nella nostra vita. San Luca racconta che un giorno il Signore predicava nei pressi del mare di Galilea ed erano così tanti quelli che lo ascoltavano che egli dovette chiedere aiuto. Alcuni pescatori stavano lavando le reti sulla riva. Avevano terminato la parte più impegnativa del lavoro e stavano sistemando le ultime cose, sicuramente con l’idea di andarsene al più presto a casa per riposarsi. Ma Gesù salì su una barca, quella di Simone, e da lì continuò a parlare alla folla. L’evangelista non si sofferma a raccontarci il contenuto dell’insegnamento del Signore. Questa volta vuole farci prestare attenzione ad altri fatti, perché contengono una lezione di grande importanza per la vita cristiana. Lotta e fiducia Forse Pietro e i suoi compagni pensavano che, al termine del suo discorso, Gesù sarebbe ritornato a riva e avrebbe ripreso il suo cammino. Ma non fu così: si rivolse a loro e li invitò a riprendere il lavoro, proprio quello che stavano per concludere. Ne furono sorpresi; ma Simone ebbe la grandezza d’animo di non badare alla stanchezza e rispose: Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti. Avevano lavorato tutta la notte, invano. Sapevano pescare, era la loro professione, avevano esperienza; eppure niente: erano ritornati stanchi e senza un pesce. Probabilmente, erano anche demoralizzati. Magari qualcuno avrà anche pensato che con quel mestiere non si poteva tirare avanti e avrà avuto il desiderio – più o meno represso – e frutto di una sensazione di impotenza, di piantare tutto. Sappiamo che il racconto si conclude con una pesca straordinariamente abbondante. Se ci domandassimo che cosa fece la differenza tra questa abbondanza e l’insuccesso notturno, la risposta sarebbe immediata: la presenza di Cristo. Tutte le altre circostanze di questo secondo tentativo sembrano meno favorevoli di quelle del primo: le reti non completamente lavate, l’ora poco adatta, la depressa condizione fisica e mentale dei pescatori… Il Signore si serve di tutto questo per dare, a loro e a noi, un insegnamento spirituale molto importante: senza Gesù non combiniamo nulla. Senza Cristo, il frutto della lotta sarà la stanchezza, la tensione, lo scoraggiamento, il desiderio di piantare tutto; senza Cristo, cercheremmo di ingannarci gettando sulle circostanze la colpa della nostra inefficacia; senza Cristo, saremmo invasi dalla sensazione di inutilità. Con Lui, invece, la pesca è abbondante. La santità non consiste nel compiere una serie di norme. È, invece, la vita di Cristo in noi. Più che nel fare, essa consiste nel lasciar fare, nel lasciarsi portare; però mettendo da parte nostra tutto il possibile. Tu, cristiano e, in quanto cristiano, figlio di Dio, devi sentire la grave responsabilità di corrispondere alle misericordie ricevute dal Signore, mediante un atteggiamento di vigilante e amorosa fermezza, perché niente e nessuno possa deformare i lineamenti peculiari dell’Amore, che Egli ha impresso nella tua anima. Quando lottiamo per essere santi, il filo della nostra volontà si unisce al filo della Volontà di Dio e s’intreccia con quest’ultima per formare un unico tessuto, un’unica tela, che è la nostra vita. Questa trama deve diventare sempre più fitta, finché arriverà un momento in cui la nostra volontà si identificherà con quella di Dio in modo tale che non saremo capaci di distinguere l’una dall’altra, perché entrambe desiderano le stesse cose. Quasi alla fine della sua vita terrena Gesù confida a san Pietro: In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi. Prima ti appoggiavi a te stesso, alla tua volontà, alla tua fortezza; prima pensavi che la tua parola fosse più sicura della mia…, e vedi con quali risultati. Da ora in poi ti appoggerai a Me e vorrai ciò che Io vorrò… e le cose andranno molto meglio. La vita interiore sgorga dalla grazia e richiede la nostra cooperazione. Lo Spirito Santo soffia e dà impeto alla nostra barca. Per fare la nostra parte, noi disponiamo, per così dire, di due remi: da un lato, il nostro impegno personale; dall’altra, la fiducia in Dio, la certezza che non ci abbandonerà. I due remi sono indispensabili e dobbiamo rafforzare i nostri muscoli se vogliamo che la vita interiore proceda in avanti. Se uno dei due remi viene a mancare, la barca girerà su se stessa, sarà molto difficile governarla; allora l’anima comincerà a zoppicare: non progredirà, perderà la spinta, finirà per venir meno e affonderà facilmente. Se non c’è la decisione efficace di lottare, la pietà diventa sentimento, le virtù si indeboliscono: l’anima sembra riempirsi di buoni desideri, che tuttavia si mostrano inefficaci al momento di impegnarsi. Se poi ci si affida a una volontà forte, alla decisione di lottare senza confidare nel Signore, il frutto sarà l’aridità, la tensione, la stanchezza, il disgusto per una lotta che non porta pesci nella rete della vita interiore e dell’apostolato: l’anima si ritrova, come Pietro e compagni, nella notte infruttuosa. Se ci accorgiamo di un simile pericolo, se cadiamo nello scoraggiamento per esserci troppo fidati della nostra competenza o della nostra esperienza, della nostra volontà decisa e forte… e poco di Cristo, chiediamo al Signore di salire sulla nostra barca. La sua presenza è molto importante per noi; molto più dei risultati del nostro impegno. È da notare che il Signore non promette una grande pesca, né Simone se l’aspetta; però si rende conto che in ogni caso vale la pena lavorare per il Signore: In verbo autem tuo laxabo retia. Abbandono Torniamo indietro e rivolgiamo la nostra attenzione alla richiesta di Gesù:Prendi il largo e calate le reti per la pesca. Duc in altum. Porta la barca al largo. Per addentrarsi nella vita interiore bisogna rinunciare a tenere i piedi sul terreno solido, in cui ci sentiamo completamente a nostro agio; è necessario avanzare fino a luoghi agitati dalle onde, dove la barca ondeggia e l’anima si accorge di non averne del tutto il controllo, di rischiare di affogare in caso di caduta. Non saremmo più al sicuro sulla riva, o perlomeno dove l’acqua arriva al ginocchio, alla cintura, o al massimo alle spalle? Forse sì, là ci sentiremmo più sicuri. Però sulla riva non si pesca niente che valga la pena. Se vogliamo gettare le reti per pescare dobbiamo portare la barca al largo, dobbiamo scacciare la paura di non vedere più la costa. Quante volte Gesù rinfaccia ai discepoli la loro paura: Perché avete paura, uomini di poca fede?. Forse meritiamo anche noi lo stesso rimprovero: perché non ti fidi? Perché vuoi padroneggiare e controllare tutto? Perché ti costa tanto camminare quando il sole non risplende al massimo del suo fulgore? L’anima tende istintivamente a cercare riferimenti, qualche segno evidente che procede bene. Il Signore ce li concede spesso, ma non cresceremo nella vita interiore se permettiamo che ci ossessioni la necessità di verificare i nostri progressi. Forse abbiamo l’esperienza che nei momenti difficili, quando non siamo in grado di formulare un giudizio netto sulla nostra rettitudine, e ci consumiamo nel desiderio di cercare a ogni costo una risposta, finiamo con l’attribuire a una circostanza insignificante un valore sproporzionato: uno sguardo sorridente o serio, un elogio o una correzione, una circostanza favorevole o una contraria, ci bastano a volte per far diventare brillanti o cupi eventi del tutto indifferenti. La crescita nella vita interiore non dipende dall’essere sicuri della Volontà di Dio. L’ansia smisurata di sicurezza è il punto d’incontro del volontarismo con il sentimentalismo. Certe volte il Signore permette una insicurezza che, se compresa, ci aiuta a crescere nella rettitudine d’intenzione. L’importante è abbandonarsi nelle sue mani, e trovare in Lui la pace. La nostra lotta non ha l’obiettivo di procurarci sentimenti gradevoli. Spesso li avremo; altre volte, no. Un po’ di esame probabilmente ci farà scoprire che li cerchiamo con una frequenza maggiore di quel che immaginiamo, se non per se stessi, sicuramente come garanzia dell’efficacia della lotta. Lo avvertiremo, per esempio, quando proviamo scoraggiamento nel caso di una tentazione alla quale non cediamo, ma che persiste; quando sentiamo fastidio perché qualcosa ci costa e – così ci pare – non dovrebbe costarci; quando sentiamo disagio perché la donazione non ci attrae nel modo travolgente che ci piacerebbe… Dobbiamo lottare nelle cose su cui possiamo lottare, senza puntare a testa bassa contro ciò che non è in nostro potere dominare: i sentimenti non sono completamente sottomessi alla volontà e non possiamo pretendere che lo siano. Dobbiamo imparare ad abbandonarci, mettendo nelle mani di Dio il risultato della nostra lotta, perché soltanto la fiducia in Lui può avere ragione delle nostre inquietudini. Se vogliamo essere pescatori d’alto mare, dobbiamo portare la barca al largo, dove non si tocca; dobbiamo superare il desiderio di cercare punti di riferimento, di avere la prova che facciamo progressi. Ma per riuscire a tanto è decisivo appoggiarsi sulla contrizione. Ricominciare Simone e i suoi compagni seguirono il consiglio del Signore e presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano. Del frutto di quella audacia trassero beneficio altri che vennero ad aiutarli, e le due barche si riempirono al punto che quasi affondavano. L’abbondanza tanto straordinaria indusse Pietro ad avvertire la vicinanza di Dio e a sentirsi indegno di tale familiarità:Signore, allontanati da me che sono un peccatore. Tuttavia, pochi minuti dopo,lasciarono tutto e lo seguirono. E furono fedeli sino alla morte. Pietro scoprì il Signore durante quella pesca straordinaria. Avrebbe reagito nello stesso modo se la notte precedente il suo lavoro fosse andato bene? Forse no. Forse in una pesca particolarmente generosa avrebbe riconosciuto un aiuto di Gesù, ma non avrebbe capito fino a che punto Dio era vicino e che tutto veniva da Lui. Affinché il miracolo smuovesse l’anima di Simone, conveniva che la notte precedente fosse andata a vuoto, malgrado il suo impegno sincero. Il Signore si serve dei nostri difetti per attirarci a Lui, purché noi ci sforziamo sinceramente per vincerli. Se lottiamo, dobbiamo volerci bene così come siamo, con i nostri difetti. Nel farsi uomo, il Verbo assunse alcune limitazioni: quelle che caratterizzano la condizione umana, proprio quelle contro le quali noi a volte ci ribelliamo. Nel cammino di identificazione con Cristo è importante accettare i propri limiti. Tante volte è proprio la coscienza serena della nostra indegnità a farci scoprire Cristo accanto a noi, perché vediamo chiaramente che i pesci nelle nostre reti non sono frutto della nostra bravura, ma della volontà di Dio. E questa esperienza ci riempie di gaudio e ci convince ancora una volta che è la contrizione a farci progredire nella vita interiore. Allora, come Pietro, ci gettiamo ai piedi di Gesù; e anche noi, come lui, finiamo per lasciare tutto – anche quella pesca straordinaria! – per seguirlo, perché soltanto di Lui ci importa. La prontezza della contrizione segna la via per la gioia. La tua vita interiore dev’essere proprio questo: cominciare… e ricominciare. Quale profonda gioia prova l’anima quando scopre nella pratica il significato di queste parole! Non stancarsi di ricominciare: ecco il segreto per l’efficacia e la pace. Infatti, colui che ha questo atteggiamento lascia lavorare lo Spirito Santo nella propria anima, collabora con Lui senza pretendere di sostituirlo, lotta con tutta l’energia e con piena fiducia in Dio.

    Fonte

    Categorie: Bisogna diventar santi | Tag: , | 7 commenti

    Diranno che…

    Vorranno negare l’evidenza!

    Giuliano Guzzo

    Diranno

    Diranno che un milione di persone in piazza è una stima cattolica, come se quella delle presenze al gay pride la fornisse la Nasa. Diranno, con indignazione, che è stata una cosa organizzata dalla Cei coi soldini dell’8×1000, senza sapere che

    View original post 234 altre parole

    Categorie: La Cattedrale | 2 commenti

    Ciao Babbo!

    Non so voi, ma io mi spavento davanti a Novene e preghiere lunghissime, ma lunghe per davvero, che ti prendono mezza giornata per raccontare a Dio ciò che Lui già conosce di me. Ancor prima che io possa aprir bocca, Lui sa. Insomma, non fanno per me e mi capitava in passato di sentirmi in colpa per questo finché un giorno mi sono accorta che tutta la mia giornata -e probabilmente anche la vostra-, è un trascorrere insieme a Dio se alla mattina offro la giornata, me stessa, le mie azioni, i miei pensieri, i miei cari, etc. a Lui. Ammiro chi ne è capace, ma non mi sento più in colpa se non riesco a farlo.

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    « Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male. Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe » (Mt 6,7-15)
    Gesù insegna ai discepoli a pregare. È la famosa “preghiera del Signore”, detta comunemente “Padre nostro” dalle parole con cui incomincia. Non è “una” preghiera, ma “la” preghiera. I Padri della Chiesa l’hanno spesso commentata mossi dalla convinzione che in questa preghiera c’è tutta l’essenza della preghiera cristiana. Sant’Ignazio di Loyola, per esempio, nei suoi Esercizi, ci insegna a concludere qualunque preghiera con il Padre nostro, per aver ben chiaro che qualunque preghiera noi facciamo è sempre e solo la sottolineatura di qualcosa che è già contenuto nella Preghiera del Signore. Essa è strutturata in sette domande. Sette è il numero della perfezione, di un ciclo concluso. Come dire: tutto quello che possiamo desiderare, cercare, sperare è contenuto qui. Lo stesso ordine delle domande ci aiuta a disporci nell’atteggiamento giusto della preghiera: « Il primo gruppo di domande ci porta verso di lui, a lui: il tuo Nome, il tuo Regno, la tua volontà. È proprio dell’amore pensare innanzi tutto a colui che si ama. In ognuna di queste tre petizioni noi non “ci” nominiamo, ma siamo presi dal “desiderio ardente”, dall’ “angoscia” stessa del Figlio diletto per la gloria del Padre suo: [cfr. Lc 22,14; Lc 12,50] “Sia santificato. . . Venga. . . Sia fatta. . . “: queste tre suppliche sono già esaudite nel Sacrificio di Cristo Salvatore, ma sono ora rivolte, nella speranza, verso il compimento finale, in quanto Dio non è ancora tutto in tutti [cfr. 1Cor 15,28] » (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2804). Anche l’inizio, la prima parola è molto significativa, perché se è vero che il Dio di Israele è concepito come il Padre del suo popolo (Es 4,22) era molto raro che ci si indirizzasse a lui come al Padre di un singolo ebreo. Invitando i suoi discepoli a chiamare Dio “Padre”, li introduce ad una intimità insolita con Dio. In aramaico Gesù si rivolge a Dio con la parola, “Abbà”, usata abitualmente dai bambini nei confronti del loro genitore (Mc 14,36; Rm 8,15; Gal 4,6). Oggi diremmo “papà”. Questo termine estremamente confidenziale è unito – paradossalmente – con l’espressione « che sei nei cieli ». Lo stesso Dio che si fa intimo a noi, che si fa vicino e “tenero”, tanto da permetterci di chiamarlo “papà”, è il Dio tre volte santo, che abita nei cieli, cioè in quel luogo, che è un non-luogo, che trascende ogni luogo. Nella misura in cui Dio è accolto nel nostro intimo, esso si fa “cielo”, cioè paradiso. L’intimità con Dio ci fa già essere in paradiso. Ma io magari sto ancora male, soffro, come posso dire di essere già in paradiso? È perché ancora non me ne accorgo pienamente. Chi è colpevolmente lontano da Dio è già nell’inferno, l’inferno è in lui: magari però sta (relativamente…) bene, perché ancora non se ne accorge. Accorgersi di quello che siamo, di dove stiamo andando, di qual’è la nostra vera situazione, questo è pregare con il cuore.

    Don Pietro Cantoni

    Padre nostro

    Categorie: La Cattedrale | Tag: , , | 5 commenti

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