Articoli con tag: santità

La semplicità non è una cosa semplice

La semplicità, scrive [1] Alessandro Pronzato, “è la virtù che teniamo di riserva. Dispostissimi ad attribuirla agli altri, non appena si presenti l’occasione”. “Di una persona che non possiede doti particolari, e verso la quale vogliamo essere generosi nel giudizio, diciamo che è ‘semplice’”.

“Allorché in un individuo non troviamo nulla di eccezionale, con un certo sforzo riusciamo pur sempre a scovare la semplicità. Insomma, il titolo di ‘semplice’ non lo si nega a nessuno. Non ha niente, vale poco, non conta granché, non sa parlare come si deve. Ecco, è una creatura ‘semplice’. La semplicità diventa così il diploma che regaliamo con una certa larghezza a chi è sprovvisto di qualifiche più valide e appariscenti (cultura, intelligenza, imprese eccezionali, successi…).

Ma, continua Pronzato, “non ci rendiamo conto che proprio la semplicità è una virtù eccezionale. Di fatto risulta piuttosto rara… È cosa straordinaria essere semplice. In realtà, un individuo semplice è uno che è riuscito a sistemare le cose, i valori, ha messo ordine nella propria vita, ha eliminato gli ingombri, si è sbarazzato delle cose inutili. Ossia: ha svolto un paziente lavoro di semplificazione”. “Soltanto le persone veramente grandi riescono a essere semplici. Unicamente le persone ricche interiormente appaiono semplici”.

“Si ha semplicità quando invece di un vuoto centrale, esiste un centro della propria vita attorno a cui ruotano pensieri, azioni, parole, atteggiamenti. E tutto viene riferito a quel centro. Ogni cosa viene spiegata, giustificata da quel centro”.

“Il peccato è, essenzialmente, dissociazione, disintegrazione della persona; distacco delle varie parti dal nucleo centrale per ruotare intorno ad orbite anarchiche e disarmoniche. La disintegrazione dell’atomo rappresenta la più stupefacente illustrazione, in campo fisico, di ciò che avviene nell’uomo attraverso il peccato”.

“Allora, la semplicità diventa il segno della vittoria sul male. La persona semplice è la creatura che si ribella a uno stato di atomizzazione, frammentarietà, caos, per ritrovare l’unità, l’armonia, la coerenza, ossia tutta la coesione del proprio essere”.

“Insisto: la semplicità è un lavoro lungo, paziente, assiduo di semplificazione. È un puntare tutto sull’essenziale, lasciando ai margini gli ingombri, i fronzoli, gli impedimenti e ciò che rifiuta di entrare nell’orbita di quel centro”.

“La semplicità, dunque, è armonia. È unità. È coerenza”.

“Questo lavoro, questa ascesi di semplificazione e unificazione dell’esistenza, vengono favoriti soprattutto dalla preghiera (specialmente di tipo contemplativo) e dalla riflessione personale. Infatti la semplicità ha il suo centro, il suo aggancio nella profondità e nell’interiorità dell’uomo. Se questo aggancio fosse più… epidermico, ossia più spostato verso la periferia, l’esterno della persona, allora avremmo la semplicioneria o la superficialità”.

“Soltanto una autentica, profonda vita interiore garantisce contro i rischi della dispersione, della frammentarietà, della dissociazione, che sempre minacciano la vita di una persona. […] Occorre, perciò, convincersi che la semplicità non è mai una cosa semplice. Come nell’arte, anche nella vita, i capolavori autentici sono all’insegna dell’armonia, della proporzione. Una persona semplice è una persona che va diritto allo scopo. Un individuo che sa ciò che vuole. Un uomo il cui sguardo punta all’essenza delle cose”.

“Che si siano smarrite le tracce della semplicità, lo dimostra anche un certo tipo di linguaggio”: complicato, confuso, tortuoso, contorto, pensiamo, per esempio, al politichese. “Nemica della semplicità è soprattutto la retorica. Mentre la semplicità è asciuttezza, essenzialità, la retorica è ridondanza, rigonfiamento, addobbo esteriore, enfasi, ampollosità, tronfiezza”.

“La chiarezza non è – come qualcuno vorrebbe far credere – superficialità, bensì elementare rispetto per gli altri”. Ricordiamo “l’osservazione che Giò, la collaboratrice domestica (mai esistita) di casa Guareschi, faceva al suo padrone di professione scrittore: ‘Lui adopera delle parole che tutti conoscono per dire delle cose che tutti capiscono…”.

“Sì sì; no no”

Lapidario, al riguardo, è anche il monito di Gesù: “Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (Mt 5,37), per esortare i suoi ascoltatori, durante il Discorso della Montagna, ad avere una parola essenziale, schietta, chiara, senza ambiguità. “Il di più”, ovvero ciò che è verboso, lezioso, cavilloso, contorto, complicato,… politicamente corretto,… è, infatti, usato per confondere, influenzare, persuadere,… diffondere la menzogna e oscurare la verità, peculiarità proprie del Maligno.   

Serpenti e colombe

Ma Gesù invita i suoi discepoli anche ad essere “prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” (Mt 10,16). Ciò significa che la semplicità, affinché svolga la sua azione al servizio della verità, deve stare sempre insieme alla prudenza.

Prudente è colui che prima di agire cerca di capire come stanno veramente le cose, che si sforza di conoscere la realtà. Perciò, se manca la prudenza, la semplicità può diventare superficialità, semplicioneria, dabbenaggine, ingenuità. Mentre, la prudenza, se difetta la semplicità, può diventare astuzia, furberia, o pusillanimità.

Scrive [2] Francesco Lambiasi: “Gesù ci dice di mettere insieme prudenza e semplicità, in modo che il ‘bello’ delle colombe (candore) ci aiuti a scartare il ‘brutto’ dei serpenti (malizia) e il positivo dei serpenti (accortezza) ci serva a sfuggire il negativo delle colombe (ingenuità)”.

Gesù, continua Lambiasi, vuole metterci in guardia dal “rischio del ‘buonismo’, e spronarci ad essere discepoli svegli, scaltri e intraprendenti”. “Un campo dove si rischia di essere solo delle candide colombe, serafiche e tranquille, è quello della educazione alla carità e alla pace: se si intende tutto questo come un vago, liquoroso ‘volemose bene’, è chiaro poi che si finisce per identificare amore con tenerume e per ammucchiare nella stessa nicchia pacificatori, pacifisti e… paciocconi”.

Nella nostra società artificiosa, dominata dalle apparenze, dall’inganno della  correttezza politica, da fiumi di parole inflazionate, enfatizzate, prolisse, sovrabbondanti, tronfie, maleducate… che producono tanto rumore senza arrivare ai cuori, occorre riscoprire la virtù dimenticata della semplicità.

Note:

[1] Alla ricerca delle virtù perdute, Gribaudi, 1997, pp. 155-159.

[2] Una parola al giorno, Editrice AVE, 2006, pp. 352, 353.

Fonte

laricercadellasemplicita

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Ma i santi non vanno al bar?

Ragazzi, attenzione prego! Oggi parliamo di santità!

I giovani sbadigliano se presentiamo loro la santità in modo anacronistico. Bisogna spiegare loro la bellezza della santità, che va cercata nell’intimo della propria esistenza, dove la voce di Dio ci chiama, ci consiglia, ci guida. Bisogna insegnare loro a donarsi ed affidarsi allo Spirito che dà la saggezza per discernere la strada da intraprendere.

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Che c’entra la santità ai tempi di facebook?

Quando si parla di santità oggi, l’immaginario di tanti passa istintivamente all’idea delle statue, delle processioni, delle candele, dei baci ai piedi delle statue di madonne e santi posti in chiesa, di feste paesane e di beatificazioni in piazza San Pietro. Confondiamo spesso infatti nella vita di ogni giorno la santità con le nostre devozioni particolari e private. E forse proprio tutto questo genera in molti giovani scetticismo e indifferenza, perché questi discorsi sembra che a loro non dicano proprio niente. Il linguaggio, gli atteggiamenti, la mentalità, l’ambiente stesso dei giovani non hanno nulla a che vedere con i discorsi e i cammini di santità. Il loro mondo è ben altro. Fatto di scuola, di sport, di sogni, di amici, di noia; talvolta è sballo, talvolta sesso, talvolta alcool, talvolta droga. Per molti di loro la vita si comprende e si svolge in internet e su facebook. Continua a leggere

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La preghiera del cuore

Si sente spesso parlare della “preghiera del cuore”, ma in pochi sanno realmente di che cosa si tratta e in tanti la scambiano con la “preghiera spontanea”. La preghiera del cuore è la strada verso la santità, la sto praticando da alcuni mesi, beh, santa non sono ce ne vorrà di tempo, ma la relazione con la Santissima Trinità è cambiata notevolmente. Dice Padre Gasparino: 

“La preghiera del cuore non deve mai trascurare la preghiera di ascol­to. E’ la Parola di Dio la linfa vitale della preghiera cristiana. La pre­ghiera del cuore è il momento cul­minante dell’ascolto. Ogni giorno prega il Vangelo della Liturgia del giorno collegandolo sempre alla tua vita concreta. Da quel Vangelo tro­va una parola/messaggio che utiliz­zi per fare la preghiera del cuore rivolto al Padre, o al Figlio, o allo Spirito Santo, presenti in te.

Sii costante e toccherai con mano la potenza della preghiera del cuore sulla tua vita.”

Siloe-3

La Preghiera di Gesù o Preghiera del cuore

NELLA TRADIZIONE DELLA CHIESA

La formula

La preghiera di Gesù si dice in questo modo: Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio abbi pietà di me, peccatore. In origine, la si diceva senza la parola peccatore; questa è stata aggiunta più tardi alle altre parole della preghiera. Tale parola esprime la coscienza e la confessione del nostro stato di peccato.

Istituita da Cristo

Dopo l’ultima cena, il Signore Gesù Cristo diede ai suoi discepoli dei comandamenti e dei precetti sublimi e definitivi; fra questi, la preghiera nel suo Nome. Egli ha presentato questo tipo di preghiera come un dono nuovo e straordinario, d’inestimabile valore. Gli apostoli conoscevano già in parte la potenza del Nome di Gesù: per suo mezzo guarivano le malattie incurabili, sottomettevano i demoni, li dominavano, li legavano e li cacciavano. E’ questo Nome potente e meraviglioso che il Signore comanda di utilizzare nelle preghiere, promettendo che agirà con particolare efficacia. “Qualunque cosa chiederete al Padre nel mio Nome”, dice ai suoi apostoli, “la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio Nome, io la farò” (Gv 14,13-14). “In verità, in verità vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio Nome, egli ve la darà. Finora non avete chiesto nulla nel mio Nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena” (Gv 16,23-24).

La pratica degli apostoli

Nei Vangeli, negli Atti e nelle Lettere noi vediamo la fiducia senza limiti che gli apostoli avevano nel Nome del Signore Gesù e la loro infinita venerazione nei suoi confronti. E’ per suo mezzo che essi compivano i segni più straordinari. Certamente non troviamo nessun esempio che ci dica in che modo essi pregassero facendo uso del Nome del Signore, ma è certo che lo facevano. E come avrebbero potuto agire diversamente, dal momento che tale preghiera era stata loro consegnata e comandata dal Signore stesso, dal momento che questo comando era stato loro dato e confermato a due riprese? Se la Scrittura tace a questo proposito, è unicamente perché questa preghiera era di uso comune: non v’era dunque nessuna necessità di menzionarla espressamente, dato che era ben nota e che la sua pratica era generale.

Un’antica regola

Che la preghiera di Gesù sia stata largamente conosciuta e praticata risulta chiaramente da una disposizione della chiesa che raccomanda agli analfabeti di sostituire tutte le preghiere scritte con la preghiera di Gesù. L’antichità di tale disposizione non lascia spazio a dubbi. In seguito, essa fu completata per tener conto della comparsa all’interno della chiesa di nuove preghiere scritte. Basilio il Grande ha steso quella regola di preghiera per i suoi fedeli; così, certuni gliene attribuiscono la paternità. Senz’altro, però, essa non è stata né creata né istituita da lui: egli si è limitato a mettere per iscritto la tradizione orale, esattamente come ha fatto per la stesura delle preghiere della liturgia. Quelle preghiere, che esistevano a Cesarea già fin dai tempi apostolici, non erano scritte, ma si trasmettevano in forma orale, allo scopo di proteggere quel grande atto liturgico dai sacrilegi dei pagani.

I primi monaci

La regola di preghiera del monaco consiste essenzialmente nell’assiduità alla preghiera di Gesù. E’ sotto questa forma che tale regola viene data, in maniera generale, a tutti i monaci. In questa regola si parla della preghiera di Gesù allo stesso modo in cui si parla della preghiera domenicale, del salmo 50 e del simbolo della fede, cioè come di cose universalmente conosciute e accettate. Quando Antonio il Grande, che visse fra il III e il IV secolo, esorta i discepoli ad esercitarsi con il più grande zelo nella preghiera di Gesù, ne parla come di qualcosa che non ha bisogno del minimo chiarimento. Le spiegazioni relative a questa preghiera apparvero più tardi, a mano a mano che se ne perdeva la conoscenza viva. Così, un insegnamento dettagliato sulla preghiera di Gesù fu dato dai Padri del XIV e XV secolo, allorché la sua pratica prese a scomparire anche fra i monaci.

Testimonianze indirette

Nei documenti dei primi secoli del cristianesimo pervenuti fino a noi, la preghiera nel Nome di Gesù non è trattata a parte, ma solo in connessione con altri temi.

Nella Vita di Ignazio Teoforo, vescovo di Antiochia, che ricevette la corona del martirio a Roma sotto l’imperatore Traiano, leggiamo quanto segue: “Mentre lo si conduceva per essere consegnato alle bestie feroci, egli aveva incessantemente il Nome di Gesù Cristo sulle labbra; allora i pagani gli chiesero per quale motivo pronunciasse continuamente quel Nome. Il santo rispose che aveva il Nome di Gesù Cristo impresso nel cuore e che non faceva altro che confessare con la bocca colui che sempre portava nel cuore.” Il santo martire Ignazio fu davvero, sia nel nome che nella vita, un ‘Teoforo’ (nome che in greco significa ‘Portatore di Dio’), perché portava sempre nel cuore il Cristo-Dio, impresso dalla meditazione continua del suo spirito. Ignazio fu discepolo del santo apostolo ed evangelista Giovanni ed ebbe nella sua infanzia il privilegio di vedere il Signore Gesù Cristo.

La chiesa primitiva

Non v’è dubbio che l’evangelista Giovanni insegnò la preghiera di Gesù a Ignazio e che questi, in quel periodo fiorente del cristianesimo, la praticava al pari di tutti gli altri cristiani. In quel tempo tutti i cristiani imparavano a praticare la preghiera di Gesù: anzitutto per la grande importanza di questa preghiera, quindi per la rarità e il costo elevato dei libri sacri ricopiati a mano e per il numero ridotto di quanti sapevano leggere e scrivere (gran parte degli apostoli erano analfabeti), infine perché questa preghiera è di facile uso.

Declino progressivo

Uno scrittore del V secolo, Esichio di Gerusalemme, si lamenta già che la pratica di questa preghiera è andata fortemente in declino fra i monaci. Col tempo, tale declino si accentuerà ulteriormente; così, i santi Padri con i loro scritti si sforzarono di incoraggiare questa pratica. L’ultimo in ordine di tempo a scrivere su questa preghiera fu il beato staretz Serafim di Sarov. Lo staretz non redasse lui stesso le Istruzioni, che apparvero sotto il suo nome, ma esse furono messe per iscritto, a partire dal suo insegnamento orale, da uno dei monaci che stavano sotto la sua direzione; esse portano chiaramente il segno di un’ispirazione divina.  Ai nostri giorni, la pratica della preghiera di Gesù è quasi abbandonata da coloro che fanno vita monastica.

Il potere del Nome

La forza spirituale della preghiera di Gesù risiede nel Nome del Dio-Uomo, il nostro Signore Gesù Cristo. Benché siano molti i passi della sacra Scrittura che proclamano la grandezza del Nome divino, tuttavia il suo significato fu spiegato con grande chiarezza dall’apostolo Pietro dinanzi al sinedrio che lo interrogava per sapere “con quale potere o in nome di chi” egli avesse procurato la guarigione a un uomo storpio fin dalla nascita. “Allora Pietro, pieno di Spirito santo, disse loro: ‘”Capi del popolo e anziani, visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo e in qual modo egli abbia ottenuto la salute, la cosa sia nota a voi tutti e a tutto il popolo d’Israele: nel Nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi sano e salvo. Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi, costruttori, è diventata testata d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (At 4,7-12) Una tale testimonianza viene dallo Spirito santo: le labbra, la lingua, la voce dell’apostolo non erano che strumenti dello Spirito.

Un altro strumento dello Spirito santo, l’apostolo dei gentili, fa una dichiarazione simile. Egli dice: “Infatti, chiunque invocherà il Nome del Signore sarà salvato” (Rm 10,13). “Gesù Cristo umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il Nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel Nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra” (Fil 2,8-10).

Hanno detto di essa i Monaci che l’hanno praticata

È preghiera pura la “preghiera dell’ardore”, fitta di orazioni “veloci e veementi, pure e fervide come carboni di fuocoun grido potente (Eb 5,7) che sale dal profondo del cuore, congiunto all’umiltà che [procede] dalla potenza della gioia”, da cui “l’uomo è umiliato nei suoi pensieri fino agli abissi” (Isacco di Ninive:  Sui santi fremiti)

“Un’orazione ardente, nota a pochissimi e da pochissimi sperimentata,  ineffabile”. Tale esperienza, come a noi è stata trasmessa da quei pochi che, tra gli antichissimi padri sono sopravvissuti, così pure da noi essa non viene proposta, se non a pochissimi, realmente sitibondi di accoglierla. (Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci).

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Santa Matilde di Hackeborn

Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei parlarvi di santa Matilde di Hackeborn, una della grandi figure del monastero di Helfta, vissuta nel XIII secolo. La sua consorella santa Gertrude la Grande, nel VI libro dell’opera Liber specialis gratiae (Il libro della grazia speciale), in cui vengono narrate le grazie speciali che Dio ha donato a santa Matilde, così afferma: “Ciò che abbiamo scritto è ben poco in confronto di quello che abbiamo omesso. Unicamente per gloria di Dio ed utilità del prossimo pubblichiamo queste cose, perché ci sembrerebbe ingiusto serbare il silenzio, sopra tante grazie che Matilde ricevette da Dio non tanto per lei medesima, a nostro avviso, ma per noi e per quelli che verranno dopo di noi” (Mechthild von Hackeborn, Liber specialis gratiae, VI, 1).

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Come valutare l’«efficacia» della Chiesa

20500JAlcune profonde e semplici considerazioni sulla sempre ricorrrente tentazione di valutare la santità della Chiesa secondo parametri efficientistici.

di Henri de Lubac

La difficoltà in certi spiriti si fa più viva, e la sofferenza, in certe anime, più acuta, quando si crede di dover costatare che, malgrado tutti i possibili sforzi di adeguamento, per effetto di cause che rendono impoten­te ogni iniziativa l’azione della Chiesa è ben lontana dall’essere efficace. Lungi dal progredire, regredisce. An­che là dove la sua influenza è riconosciuta ed incoraggiata, la Chiesa non riesce a far regnare, con se stessa, il Van­gelo, e l’ordine sociale non è trasformato secondo i suoi principii. Ora, non si giudica forse l’albero dai suoi frutti? Non abbiarno ragione allora di credere che la Chiesa ab­bia fatto il suo tempo? Non c’è da temere che essa non possa mai realizzare altrimenti che in simbolo quello che altri si vantano di tradurre, viceversa, in realtà effettiva? E non si deve, per conseguenza, trasferire su questi ultimi la fiducia che si era concessa alla Chiesa? Continua a leggere

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Ma quando, Signore? “Ora”!

SONY DSCSan Francesco di Sales, il Dottore per eccellenza della pietà, volendo condurre un’anima ad un’alta perfezione le scriveva: “Pensiamo solamente a far bene oggi; quando l’indomani sarà arrivato si chiamerà oggi ed allora ci penseremo”.

C’è in queste parole un mirabile programma, un segreto meraviglioso di santità. E’ la pratica della santificazione del momento presente. Questa pratica, d’una saggezza, d’una semplicità, d’una efficacia incomparabili, è allo stesso tempo della più grande, della massima importanza. A che cosa infatti ci servirebbe il possesso di tutti i metodi della spiritualità, se non ci applichiamo a santificare bene il momento presente? Non assomiglieremo forse a chi conoscesse molte città e poi si sbagliasse ad entrare in casa sua?

Ascoltiamo ancora il santo Vescovo di Ginevra. Un giorno egli si domandava quale fosse il tempo più adatto per darsi tutto a Dio e concluse: “E’ il tempo presente, proprio adesso, il tempo giusto, perché il passato non è più a nostra disposizione e il futuro non è ancora in nostro potere. E’ dunque il tempo presente il migliore, il più adatto, quello che si deve impiegare fedelmente”.

D’altro canto un Religioso eminente scriveva: “Bisogna ridurre tutto il lavoro della perfezione ad un solo punto ben preciso, cioè al momento presente: bisogna limitare la vita, l’attività al dovere presente, mettere ogni cura, tutta la vigilanza a ben impiegarlo”. E aggiungeva: “La nostra vita non è che una successione di momenti. In essa niente di reale fuorché il breve istante attuale che passa ininterrottamente. Noi non viviamo che nel presente. Santificarlo, tale è il nostro solo dovere. Non possiamo fare niente di più per la nostra perfezione e per la gloria di Dio”. “E’ – dice Mons. D’Hulst – il momento presente che ci è richiesto, poiché è il solo che ci appartenga”. Continua a leggere

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Santa Faustina Kowalska: Apostola della Divina Misericordia

Faustina, l’apostola della Divina Misericordia, appartiene oggi al gruppo dei santi della Chiesa più conosciuti. Attraverso di lei il Signore manda al mondo il grande messaggio della Misericordia Divina e mostra un esempio di perfezione cristiana basata sulla fiducia in Dio e sull’atteggiamento misericordioso verso il prossimo.

Suor Maria Faustina nacque il 25 agosto 1905, terza di dieci figli, da Marianna e Stanislao Kowalski, contadini del villaggio di Głogowiec. Al battesimo nella chiesa parrocchiale di Świnice Warckie le fu dato il nome di Elena. Fin dall’infanzia si distinse per l’amore alla preghiera, per la laboriosità, per l’obbedienza e per una grande sensibilità alla povertà umana. All’età di nove anni ricevette la Prima Comunione; fu per lei un’esperienza profonda perché ebbe subito la consapevolezza della presenza dell’Ospite Divino nella sua anima. Frequentò la scuola per appena tre anni scarsi. Ancora adolescente abbandonò la casa dei genitori e andò a servizio presso alcune famiglie benestanti di Aleksandrów, Łódź e Ostrówek, per mantenersi e per aiutare i genitori. Continua a leggere

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San Francesco e l’Islam

Un santo realista, un “folle di Dio” con i piedi ben piantati per terra. La figura del patrono d’Italia “purificata” dal pacifismo che la circonda. Amante del dialogo, ma per la conversione degli infedeli.

Quando si parla di rapporti tra mondo cristiano e mondo islamico, capita spesso che qualcuno citi il caso di san Francesco (1181-1226), più o meno in questi termini: «Si dovrebbe testimoniare il Vangelo come fece Francesco, in sottomissione e silenziosa discrezione; e quindi non si dovrebbe cercare di convertire nessuno, come san Francesco non voleva che si facesse». Ebbene, è corretta una simile visione?


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Francesco il santo

La sera del 3 ottobre Francesco, ormai morente, giunto alla Porziuncola, si fece deporre nudo sulla terra nuda, nascondendo con la mano sinistra la piaga sul costato. E di li, spogliato della veste di sacco, alzò come sempre, il volto al cielo, tutto intento con lo spirito a quella gloria. Disse ai fratelli: “Io ho fatto il mio dovere, Cristo v’insegni a fare il vostro” (Fonti Francescane 804) 

Nell’ottavo centenario della conversione del santo di Assisi [2007 n.d.r]., papa Benedetto XVI ricorda alla Chiesa e al mondo le vere caratteristiche di Francesco. Ne esce un’immagine un po’ diversa da quella sostenuta dalla cultura dominante. Continua a leggere

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Padre Pio – “alter Christus”di Antonio Socci

Carissimi, oggi, che la Chiesa festeggia San Padre Pio, vorrei proporvi alcune pagine dal libro su Padre Pio scritto da Antonio Socci, perché, per essere sincera, io avevo grandi problemi con Padre Pio inizialmente. Era sulla bocca di tanti “devoti” che non si rendevano conto a CHI erano devoti e senza la minima conoscenza del Cattolicesimo. Certamente, in tanti si sono convertiti grazie a lui, ma per altri era chiaro che questo “strano culto” si indirizzava alla persona e non a Dio che operava mirabilmente attraverso la persona di San Padre Pio. Visto che c’ho messo parecchio tempo a superare le mie perplessità, credo che le parole di Socci possano aiutare chi si trova o trovava nelle mie stesse condizioni.  Eccole:

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San Massimiliano Maria Kolbe

Massimiliano Maria Kolbe nacque a Zdunska-Wola (Lodz) nella Polonia centrale, l’8 gennaio 1894, e fu battezzato lo stesso giorno col nome di Raimondo. La famiglia si trasferì poi a Pabianice dove Raimondo frequentò le scuole primarie, avvertì un misterioso invito della B. Vergine Maria ad amare generosamente Gesù e sentì i primi segni della vocazione religiosa e sacerdotale. Nel 1907 Raimondo venne accolto nel Seminario dei Frati Minori Conventuali di Leopoli, dove frequentò gli studi secondari e più chiaramente comprese che per corrispondere alla vocazione divina doveva consacrarsi a Dio nell’Ordine francescano.

Il 4 settembre 1910 incominciò il noviziato col nome di fra Massimiliano, e il 5 settembre 1911 emise la professione semplice.

Per proseguire la sua formazione religiosa e sacerdotale fu trasferito a Roma, dove dimorò dal 1912 al 1919, presso il Collegio Serafico Internazionale dell’Ordine. Qui fra Massimiliano continuò ad assimilare quelle virtù religiose che già lo rivelavano un degno ed esemplare figlio di S. Francesco, e lo preparavano a diventare un autentico sacerdote di Cristo. Emise la professione solenne il 1° novembre 1914 col nome di Massimiliano Maria. Conseguì nel 1915 la laurea in filosofia e nel 1919 quella in teologia. Continua a leggere

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Misericordia e fermezza

Reginald Garrigou-Lagrange

Nella Chiesa la carità più compassionevole e l’intransigenza dottrinale più ferma si uniscono nell’ardore di un medesimo amore, che è lo zelo per la gloria di Dio e la salvezza delle anime. La Chiesa sa di non poter fare il bene senza combattere il male, di non poter evangelizzare senza lottare contro l’eresia.
Misericordia e fermezza dottrinale non possono sussistere che unendosi: separate l’una dall’altra muoiono e non lasciano più che due cadaveri: il liberalismo umanitario con la sua falsa serenità e il fanatismo con il suo falso zelo. È stato detto: «La Chiesa è intransigente per principio, perché crede; è tollerante nella pratica, perché ama. I nemici della Chiesa sono tolleranti per principio, perché non credono, e intransigenti nella pratica, perché non amano». Da un lato la teoria viene opposta alla pratica, dall’altro la penetra e tutto dispone con forza e dolcezza.
La Chiesa, quaggiù sulla terra, è essenzialmente «militante» e pacifica; la pace risiede nel cuore della patria, la guerra è alle frontiere. Solo i santi sanno esprimere il senso tutto sovrannaturale del combattimento che occorre muovere contro la carne, lo spirito del mondo e quello del male. E quante volte essi hanno manifestato in sé la Chiesa «ben purificata dal fuoco di grandi tribolazioni e ben unita a Dio, che porta l’oro dell’amore del cuore, l’incenso dell’orazione nello spirito, la mirra della mortificazione nel corpo? Essa porta, dicono, il buon odore di Gesù Cristo per i poveri e per i piccoli, mentre sarà un odore di morte per  i grandi, i ricchi e i superbi mondani. Condotta dallo Spirito Santo, senza attaccarsi a nulla né stupirsi di nulla, né mettersi in pena per nulla essa spande la pioggia della parola di Dio e della vita eterna. Essa insegna la via stretta di Dio nella pura verità, secondo il santo Vangelo, e non secondo i canoni del mondo, senza temere alcun mortale, per potente che sia; tiene in pugno la spada a due tagli della parola di Dio.» (1)
Per mezzo di Dio essa discerne il vero dal falso, il bene dal male e porta alle anime la liberazione della salvezza.

(1) Parole di san Luigi Maria Grignion de Montfort.

(Réginald Garrigou-Lagrange, Dieu, son existence et sa nature, vol. II, Beauchesne, Paris 1950 (5a. ed.), pp. 724-725)

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Santa Gianna Beretta Molla – Sposa, madre, medico professionista esemplare

Gianna Beretta, nasce a Magenta (diocesi e provincia di Milano), da genitori, Alberto e Maria De Micheli, profondamente cristiani, entrambi Terziari francescani, il 4 ottobre 1922, festa di S. Francesco d’Assisi; l’11 ottobre, nella Basilica di S. Martino, riceve il Battesimo con il nome di Giovanna Francesca.
Era la decima di tredici figli, cinque dei quali morirono in tenera età e tre si consacrarono a Dio: Enrico, medico missionario cappuccino a Grajaù, in Brasile, col nome di padre Alberto; Giuseppe, sacerdote ingegnere nella diocesi di Bergamo; Virginia, medico religiosa canossiana missionaria in India.

Già dalla fanciullezza accoglie con piena adesione il dono della fede e l’educazione limpidamente cristiana, che riceve dagli ottimi genitori e che la portano a considerare la vita come un dono meraviglioso di Dio, ad avere fiducia nella Provvidenza, ad essere certa della necessità e dell’efficacia della preghiera.
La Prima Comunione, all’età di cinque anni e mezzo, il 4 aprile 1928, segna in Gianna un momento importante, dando inizio ad un’assidua frequenza all’Eucaristia, che diviene sostegno e luce della sua fanciullezza, adolescenza e giovinezza.

Il 9 giugno 1930 riceve la S. Cresima nel Duomo di Bergamo. In quegli anni non mancano difficoltà e sofferenze: cambiamento di scuole, salute cagionevole, trasferimenti della famiglia. Tutto questo però non produce traumi o squilibri in Gianna, data la ricchezza e profondità della sua vita spirituale, anzi ne affina la sensibilità e ne potenzia la virtù.

Nel gennaio 1937 morì la sua carissima sorella Amalia, all’età di 26 anni, e la famiglia si trasferì a Genova Quinto al Mare, città che era anche sede universitaria e favoriva, così, lo stare tutti insieme, come era sempre stato desiderio di papà Alberto. Qui Gianna si iscrisse alla 5ª ginnasio presso l’Istituto delle Suore Dorotee. Finita la quinta ginnasiale, i genitori di Gianna credettero bene farle sospendere le scuole per un anno affinché rinforzasse la sua delicata costituzione. Nell’ottobre 1939 riprese gli studi, frequentando il liceo classico nell’Istituto delle Suore Dorotee di Lido d’Albaro.

I bombardamenti su Genova provarono molto mamma Maria, già debole di cuore, e così la famiglia, nell’ottobre 1941, ritornò a Bergamo, nella casa dei nonni materni a San Vigilio.
Fu qui che Gianna, proprio nell’anno della maturità classica, perse entrambi i genitori, a poco più di quattro mesi di distanza l’una dall’altro, prima la mamma, il 29 aprile 1942, all’età di 55 anni, e poi il papà, il 10 settembre, all’età di 60 anni.

Negli anni del liceo e dell’università Gianna è una giovane dolce, volitiva, e riservata, e mentre si dedica con diligenza agli studi, traduce la sua fede in un impegno generoso di apostolato tra le giovani di Azione Cattolica e di carità verso gli anziani e i bisognosi nelle “Conferenze delle Dame di S. Vincenzo”, sapendo che « a Dio piace chi dona con entusiasmo » (2 Cor. 9,7). Laureata in Medicina e Chirurgia nel 1949 all’Università di Pavia, apre nel 1950 un ambulatorio medico a Mesero (un comune del Magentino); si specializza in Pediatria nell’Università di Milano nel 1952 e predilige, tra i suoi assistiti, mamme, bambini, anziani e poveri.

Mentre compie la sua opera di medico, che sente e pratica come una “missione”, accresce il suo impegno generoso nell’Azione Cattolica, prodigandosi per le “giovanissime” e, al tempo stesso, esprime con gli sci e l’alpinismo la sua grande gioia di vivere e di godersi l’incanto del creato. Si interroga, pregando e facendo pregare, sulla sua vocazione che considera anch’essa un dono di Dio. Scelta la vocazione al matrimonio, l’abbraccia con tutto l’entusiasmo e s’impegna a donarsi totalmente “per formare una famiglia veramente cristiana”.

Si fidanza con l’ing. Pietro Molla e vive il periodo del fidanzamento, nella gioia e nell’amore. Si sposa il 24 settembre 1955 nella basilica di S. Martino in Magenta ed è una moglie felice:
nel novembre 1956 è mamma più che felice di Pierluigi;
nel dicembre 1957, di Mariolina;
nel luglio 1959, di Laura.
Sa armonizzare, con semplicità ed equilibrio, i doveri di madre, di moglie, di medico, e la gran gioia di vivere.

Nel settembre 1961, verso il termine del secondo mese di una nuova gravidanza, Gianna è raggiunta dalla sofferenza e dal mistero del dolore: insorge un voluminoso fibroma all’utero. Prima del necessario intervento operatorio, pur sapendo il rischio che avrebbe comportato il continuare la gravidanza, supplica il chirurgo di salvare la vita che porta in grembo e si affida alla preghiera e alla Provvidenza. La vita è salva, ringrazia il Signore e trascorre i sette mesi che la separano dal parto con impareggiabile forza d’animo e con immutato impegno di madre e di medico. Trepida, teme che la creatura in seno possa nascere sofferente e chiede a Dio che ciò non avvenga.

Alcuni giorni prima del parto, pur confidando sempre nella Provvidenza, è pronta a donare la sua vita per salvare quella della sua creatura: “Se dovete decidere fra me e il bimbo, nessuna esitazione: scegliete – e lo esigo – il bimbo. Salvate lui”.
Il mattino del 21 aprile 1962, dà alla luce Gianna Emanuela e il mattino del 28 aprile, nonostante tutti gli sforzi e le cure per salvare entrambe le vite, tra indicibili dolori, dopo aver ripetuto la preghiera “Gesù ti amo, Gesù ti amo”, muore santamente. Aveva 39 anni.
I suoi funerali furono una grande manifestazione unanime di commozione profonda, di fede e di preghiera. Fu sepolta nel cimitero di Mesero, mentre rapidamente si diffondeva la fama di santità per la sua vita e per il gesto di amore e di martirio che l’aveva coronata.

“Meditata immolazione”, così il Servo di Dio Paolo VI (Giovanni Battista Montini, 1963-1978) ha definito il gesto di Gianna ricordando, all’Angelus domenicale del 23 settembre 1973, “Una giovane madre della diocesi di Milano che, per dare la vita alla sua bambina sacrificava, con meditata immolazione, la propria”. È evidente, nelle parole del Santo Padre, il riferimento cristologico al Calvario e all’Eucaristia.

Gianna Beretta Molla è stata beatificata il 24 aprile 1994, nell’Anno Internazionale della Famiglia, e canonizzata, il 16 maggio 2004, dal Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005).
Al Rito di canonizzazione, sul sagrato di Piazza S. Pietro, e alla Messa, concelebrata da decine di Cardinali, Vescovi, Preti, tra i quali si trovava anche Mons. Giuseppe Beretta, il fratello sacerdote di Gianna, hanno partecipato l’ing. Pietro Molla con i figli Pierluigi, Laura e Gianna Emanuela: era la prima volta, nella storia millenaria della Chiesa, che si verificava un caso simile.

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S. Bernardette Soubirous

Santa Bernardetta Soubirous, Suora
18 Apparizioni: dall’11.02 al 16.07.1858

Da Lourdes a Nevers, dal Mulino di Boly a Saint-Gildard, dalla nascita, il 7 Gennaio 1844, alla morte, il 16 Aprile 1879, quanti sconvolgimenti nella vita di Bernardetta (al secolo Marie-Bernarde) Soubirous!
Figlia primogenita di un mugnaio rovinato, la cui estrema povertà lo farà gettare in carcere, essa vive, passando da un tugurio all’altro, fino al Cachot. Conosce la malattia, la fame, l’esclusione, l’incertezza del domani, il disprezzo da parte di coloro che hanno tutto. Sa appena leggere e scrivere. È un’adolescente del suo tempo che subisce le conseguenze dell’industrializzazione nascente.
L’amore dei suoi e la fede in Dio la fanno camminare a testa alta per le strade di Lourdes. Nel cuore di questa realtà, Bernardetta fa l’esperienza inaspettata dell’incontro con “la Signora di Massabielle”. Dio le dà di conoscere il Suo Amore che sconvolge l’ordine stabilito dagli uomini: nel momento in cui tutti quelli che sanno tutto e che detengono il potere, affermano con tutta sicurezza che la ragione è sufficiente per rifare il mondo, Egli va a cercare una ragazzina che non capisce neppure il francese. “E’ perché ero la più povera e la più ignorante che la Santa vergine mi ha scelta”.

Così, l’11 febbraio 1858, tutto è cominciato con un rumore, come un colpo di vento. La Vergine Maria appare per la prima volta a Bernardetta alla Grotta di Massabielle, a Lourdes. “Vorresti farmi la cortesia di venire qui per quindici giorni? ”
La bella Signora ha detto “vorresti”… e Bernardetta ha detto “sì”. Liberamente. “Sì”, senza inquietudine, quando i grandi medici sapienti, venuti proprio per vederla, parlano di lei con paroloni enormi “catalessi, isterismo”“Sì” senza paura quando la minacciano di prigione. “Sì” senza turbarsi davanti a coloro che la trattano da bugiarda o la chiamano “la Santina”, e vogliono strapparle un lembo del fazzoletto, del vestito, o un ciuffo di capelli.
“Sì” con umiltà, ma dignitosa quando sollecita la sua entrata in una Congregazione presente negli ospedali, negli ospizi e nelle scuole, pur essendo senza istruzione, senza competenze, senza bagagli…

La sera del 7 Luglio 1866, Bernardetta varca la soglia di Saint-Gildard, Casa Madre della Congregazione delle Suore della Carità di Nevers, che aveva conosciuto all’Ospizio di Lourdes, e intraprende così il cammino evangelico proposto dalla Congregazione che ha scelto.
“Dio è Carità” – al suo arrivo, Bernardetta ha potuto leggere queste parole, impresse sulla pietra del frontone della casa. Esse raggiungono l’esperienza che era già iscritta nel suo cuore: quella dell’amore sorprendente di Dio per ogni uomo.

Durante 13 anni, Bernardetta rimarrà a Saint-Gildard, successivamente aiuto infermiera, responsabile dell’infermeria, sacrestana, ma spesso ammalata lei stessa…
A Nevers, in una vita umile e nascosta, porterà nel suo essere una profonda solidarietà con i più poveri. Unita a Gesù, che ha amato fino a donare la Sua propria vita, cercherà di tradurre in ogni suo gesto e in ogni sua parola, il desiderio del suo cuore.

“Non vivrò un solo istante senza passarlo amando”.
Spesso ammalata, nell’ ultimo periodo della sua vita, Bernardetta trascorre lunghi giorni nell’infermeria Sainte Croix. “La si lascia sentendosi più forti e più sicuri di quando si è venuti” Come i malati, Bernardetta conosce l’umiliazione della dipendenza, la sofferenza dell’inutilità, ma di questa umiliazione, di questa sofferenza, essa fa un luogo di apertura agli altri, un luogo di solidarietà profonda con tutti coloro che vivono la stessa traversata :
“ … Non avrei certamente scelto questa inazione in cui sono ridotta.” “ La preghiera è la mia sola arma…”. Bernardetta non è né passiva né ripiegata su se stessa. Rimane in uno stato di continua sorveglianza per non lasciarsi immergere nella sofferenza.
Chi le viveva vicino descrive quanto “le sofferenze della sua ultima malattia fossero atroci. Il petto, sfinito, era di fuoco; le ossa del ginocchio erano rose da una carie divorante”. Queste settimane vissute all’infermeria Sainte Croix, sono per Bernardetta un periodo di prova fisica certamente, ma anche di prova spirituale, di “notte” della fede. Ma la sua forza, la sua costanza, le chiede a Gesù, le attinge da Gesù sulla Croce.

Mercoledì 16 Aprile 1879, nella settimana di Pasqua, a metà pomeriggio, è “l’ora” in cui l’avventura di Bernardetta giunge a compimento. Come Gesù, essa affida la sua vita nelle mani di Dio, quel Dio che è “ nostro Padre e che ha per noi una tenerezza infinita”.

Itinerario della canonizzazione :
– 1907: apertura del processo ordinario di beatificazione, completato nel 1909.
– 1909: il 22 settembre, 1a riesumazione del corpo di Bernardetta: è trovato intatto.
– 1913: il 13 agosto, Pio X autorizza l’Introduzione della causa di beatificazione.
– 1919: il 3 aprile, 2a riesumazione per il riconoscimento del corpo.
– 1923: il 18 novembre, Pp Pio XI (Achille Ratti) dichiara l’eroicità delle virtù.
– 1925: il 18 aprile, 3a riesumazione: il corpo è sempre intatto. I medici presenti nelle tre esumazioni giudicarono il fenomeno “non naturale”. Il 14 giugno, beatificazione di Bernardetta, da parte di Pp Pio XI (Ambrogio Damiano Achille Ratti, 1922-1939), a San Pietro di Roma. Il 18 luglio, il corpo di Bernardetta è messo in un’urna, il viso e le mani coperti di una pellicola sottile di cera. Il 3 agosto, trasferimento dell’urna, dal noviziato alla Cappella del convento Saint-Gildard.
– 1933: l’8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione, canonizzazione di Bernardetta da parte di Pp Pio XI.

S. Bernardetta è la protettrice degli ammalati e la Patrona di Lourdes.

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Santo è bello

Santo è bello. Il miglior dono per valorizzare un corpo e coronare una vita è l’aureola. Il capo firmato da Dio. 

(Marcello Veneziani, Rovesciare il ’68, Mondadori, Milano 2008, p. 132) 

Il santo non è un diverso tipo di uomo, ma una nuova specie umana. 

(Nicolás Gómez Dávila, Tra poche parole, Adelphi, Milano 2007, p. 132)

 L’unico ambizioso serio è il mistico. 

(Nicolás Gómez Dávila, In margine a un testo implicito, Adelphi, Milano 2001, p. 85)

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